Roma, 1 dicembre 2025 – Lo scorso 12 novembre, presso la sede di rappresentanza delle Regione Friuli Venezia Giulia in piazza Colonna a Roma, è stata presentata la nuova edizione di Impià Peraulis, celebre raccolta di liriche di Celso Macor, autore friulano di cui quest’ anno ricorre il centenario della nascita. L’incontro ha preso avvio con il saluto di Feliciano Medeot, direttore della Società Filologica Friulana, il quale ha presentato i relatori e la nuova edizione di Impiâ Peraulis con la traduzione in quattro lingue (friulano, italiano, tedesco e sloveno) della raccolta di poesie scritte nella seconda metà degli anni Settanta e pubblicate nel 1980. Oltre ai testi introduttivi di Ervino Pocar (illustre germanista di origine istriana) e di Sergio Tavano (storico dell’ arte e docente universitario di Gorizia), questa nuova edizione sarà completata dai saggi di Renate Lunzer sul rapporto tra Macor e il mondo austriaco, oltreché dello stesso Gabriele Zanello sui quelli con il mondo sloveno.
CELSO MACOR
Celso Macor, nato a Versa il 4 agosto del 1925, esprime la passione e l’amore per la sua terra, per la civiltà contadina della sua infanzia e per la storia, a tratti dolorosa, del Friuli Orientale. Questa zona lungo tutto il corso del Novecento è stata sconvolta da guerre e contrapposizioni ideologiche che hanno eretto confini innaturali tra le popolazioni di lingue diverse che nel Goriziano da sempre convivevano pacificamente. La pubblicazione è parte dei progetti realizzati dalla Società Filologica per celebrare Gorizia, Capitale europea della cultura assieme a Nova Gorica. Medeot ha ricordato come «già nel 2016 il presidente della Repubblica di Slovenia Borut Pahor affermò che Gorizia e Nova Gorica, dialogando, sarebbero diventate una città unica e un esempio per l’Unione Europea». Di seguito, Barbara Macor ha declamato alcuni versi tratti da una di queste liriche, nei quali l’autore ripensava con nostalgia al Friuli di un tempo, che «non è stato ucciso dal terremoto ma dalla dimenticanza». A seguire un intermezzo musicale con il famoso brano cinquecentesco friulano Schiarazula Marazula, eseguito da Giorgio Marcossi al flauto traverso e Giulio Chiandetti alla chitarra.
GENTI DI CONFINE
È quindi intervenuto Gabriele Zanello, professore associato di letteratura friulana presso l’Università degli studi di Udine, che ha preso le mosse da un’intervista di Celso Macor sul «tanto sangue versato per un confine contro la memoria e contro la storia», una barriera oggi senza senso che egli considerava quasi come una violenza all’essere umano. «Io vivo oltre i confini – diceva il poeta – e non li sento perché l’uomo vive nella diversità». Emerge da qui il profilo ideale di Macor e la consapevolezza di essere vissuto nel tramonto di un mondo antico ed in uno spazio geografico incerto, definizione coniata da lui stesso nel suo saggio del 1983 “Friulani di confine”. Dopo aver conseguito la maturità classica al Liceo Dante Alighieri di Gorizia, Macor a partire dagli anni Sessanta fu corrispondente del “Il Popolo”, organo di stampa della Democrazia Cristiana, divenendone nel 1962 responsabile dei servizi giornalistici del capoluogo isontino. Collaborò anche con altre testate giornalistiche, tra le quali “La Voce Isontina”, settimanale dell’arcidiocesi di Gorizia, di cui fu vicedirettore. Pubblicò quindi su “Contromano”, seguendo il panorama politico con una lettura disincantata e sapienziale, esprimendosi con una pacata parresia, sempre rimanendo nel solco del cattolicesimo sociale goriziano dell’Ottocento e Novecento.
IMPIÀ PERAULIS
Scrisse inoltre numerosi articoli per “Alpinismo goriziano”, rivista della quale fu direttore dal 1973 al 1998, vivendo sempre la montagna come luogo d’incontro e la cultura montana come occasione di fratellanza. Collaborò inoltre con “Nuova Iniziativa Isontina” e con “Studi Goriziani” per cui scrisse alcune decine di recensioni, per poi pubblicare anche studi sul Collio goriziano, sul Torre, l’Isonzo fiume di pace e sull’ alpinista Julius Kugy, oltre a fortunate edizioni con splendidi corredi fotografici di Carlo Tonegutti. Secondo il professor Zanello, «in Macor è sempre presente una notevole carica vitale e un intento pedagogico con l’assunzione di una responsabilità civile, che si percepisce anche nella raccolta Impià peraulis di cui viene presentata la traduzione in quattro lingue». L’autore ha dimostrato una grande sensibilità per l’universo friulano del dopo terremoto del 1976, con la lucida percezione del venir meno di un mondo familiare e antico; tale attenzione ha origini più remote e nasce dagli autori della Finis Austriae. Il nostro provò anche una forte impressione per la morte di Pasolini, a sua volta molto segnato dalla drammatica scomparsa del mondo contadino, che privava l’ umanità di una cultura antichissima.
LA CULTURA TEDESCA E QUELLA SLOVENA
Macor mostrò sempre un grande interesse per la cultura tedesca e quella slovena, questo in tempi in cui tenere contatti con gli sloveni poteva essere considerato un azzardo. La sua passione per la diversità linguistica e l’interculturalità lo portò a dare una diversa lettura della geografia di confine, concependo le Alpi Giulie quale luogo di incontro e di amore e il Collio come compenetrazione delle diversità, nutrendo un legame che andava oltre il piano culturale. Celso infatti incontrava volentieri le persone di ogni lingua e origine, memore del fatto che le ostilità della Prima e della Seconda guerra mondiale erano totalmente inedite per il mondo goriziano, dove la vita di un tempo era ispirata a ben diversi valori di tolleranza e di scambio paritario. I temi del superamento del confine e della fratellanza tra i popoli sono tra i più sentiti dall’autore e vennero trattati fin dal 1965 in “Isonzo, finalmente fiume di pace”. Il pubblico ha quindi ascoltato un altro intermezzo musicale con l’esecuzione del brano Ungaresca, di Giorgio Mainerio, musicista cinquecentesco che passò buona parte della sua vita in Friuli.
LE LIRICHE DELL’AUTORE
La professoressa Renate Lunzer, italianista dell’Università di Vienna, ha iniziato il suo intervento con la lettura di vari passi di “Non ammazzate” (Basta, Caino). Si tratta di una delle liriche più importanti dell’autore che si apre con una invocazione all’Isonzo, amato dagli uomini secondo il comando di Dio, per poi ricordare con ritmo incalzante l’orrore sanguinoso della Grande guerra e delle dodici battaglie con centinaia di migliaia di morti, il fascismo e i nazionalismi che hanno rovesciato le regole di convivenza tra popoli e poi lo scoppio del secondo conflitto con il massacro degli ebrei, la persecuzione dei tedeschi con le crudeli uccisioni dei partigiani e, infine, il giorno della vendetta con le vittime delle foibe nelle viscere del Carso. «Fratelli, fratelli – continua il poeta – io non so più dove guardare nelle vergogne della storia. Non ammazzate più, io non ho più voce e vi chiamo». La lirica, sentita e potentissima, si chiude con una nuova invocazione all’Isonzo, chiamato a coprire con il sussurro del suo scorrere i pianti che si levano da un territorio martoriato e a farsi dare i colori dai boschi e dal cielo per portarli negli occhi dei bambini, dove potranno rimanere per sempre.
AMORE DOLOROSO PER IL FRIULI CONTADINO
Un tema centrale è l’amore doloroso, secondo la definizione datane da Sergio Tavano, che Celso Macor nutriva per i Friuli e per la vita contadina, un mondo destinato a scomparire che dagli anni Cinquanta in poi non poteva più reggersi, facendo quindi venir meno valori umani e spirituali molto antichi. Questa lirica si inserisce in una riflessione su amore/ perdita/ dolore tipica del Macor poeta trovatore: «Nel mio paese non ci sono più strade di gelsi / la mia vita è finita se non ci sono più i gelsi». La professoressa Lunzer ha poi parlato della relazione di Macor col mondo austro tedesco, coltivata fin da giovanissimo grazie a don Michele Brandolin, il sacerdote che gli aveva insegnato la lingua tenendolo chiuso in canonica fino a che non aveva finito di fare i compiti. I rapporti tra Macor e il mondo tedesco vengono inoltre dalla sua idea dell’unità delle aree di confine (Friuli, Slovenia e Austria) che sono un concentrato di Mitteleuropa. Celso Macor sarebbe stato felicissimo di questo incontro, infatti era sua volontà procedere alla traduzione e suo era anche il sentimento di opposizione alla violenza e alla guerra che veniva da una visione transfrontaliera oltrechè dall’incontro tra le culture di confine.
CARNE SCADENTE PER LA GALIZIA
Il mondo germanico era in un certo senso il suo passato prenatale (la definizione è di Magris) con Gorizia / Gòrz parte integrante dell’Impero. Gorizia fino all’Ottocento fu luogo di coesistenza, una Nizza austriaca luogo di cura e soggiorno invernale dell’aristocrazia fino a che, nel 1914, gli uomini richiamati alle armi dal lato austroungarico furono mandati al fronte orientale come «carne scadente per la Galizia», dove si combatterono battaglie sanguinosissime. Ma venne poi di peggio con le undici battaglie dell’Isonzo, Gorizia conquistata, distrutta, persa di nuovo e quindi riconquistata dall’Italia per essere poi maltrattata dal regime fascista nel periodo in cui, ci ricorda Macor, il parente sacrestano e lo zio comunista furono arrestati. Verso la fine della Seconda guerra mondiale, ai tempi dell’OZAK e dell’occupazione tedesca, Macor fu costretto a lavorare per l’Organizzazione Todt. Seguì la liberazione del Litorale, che venne unito dagli jugoslavi, e il primo maggio 1945, quando Trieste e Gorizia vennero occupate dal IX Corpus titino; dopo ci furono i quaranta giorni, con l’ondata di uccisioni.
GORIZIA DOPO LA GUERRA
Il Trattato di pace 1947 fu una delusione sia per l’Italia che per la Jugoslavia, con la divisione tra Zona A e Zona B e il cimitero di Merna quale luogo emblematico separato dai fili spinati che passavano tra le tombe. In quel 1947 un pezzo di Gorizia divenne Jugoslavia e nel 1948 Nova Gorica fu costruita da zero sulla base dei progetti di Edvard Rawnicar che ne fu il padre. Nel 1965, dopo anni di chiusura, Celso Macor in qualità di segretario di Gabinetto accompagnò il sindaco di Gorizia, Michele Martina, un democristiano idealista, a incontrare il suo omologo Jožko Štrukelj. L’esperienza, di grande interesse, fu anche oggetto di un intervento che Martina tenne nel 1967 a Berlino all’Assemblea dei delegati degli Stati Generali d’Europa su invito dell’allora Vicecancelliere tedesco e ministro degli Esteri Willy Brandt. Il sindaco, nel 1966 fu tra i fondatori dell’Istituto per gli Incontri culturali mitteleuropei (ICM), del quale fu presidente per trent’anni, che divenne uno dei principali strumenti di superamento dei confini attraverso occasioni di avvicinamento tra i rappresentanti della cultura degli Stati dell’Europa centrale; il primo convegno annuale a Gorizia vide la partecipazione di grandi figure quali quelle di Giuseppe Ungaretti e Mario Luzi.
INCONTRI CULTURALI MITTELEUROPEI
Fu l’occasione per iniziare una fase nuova ed andare oltre i nazionalismi anche grazie ad un gruppo di giovani intellettuali di cui facevano parte lo stesso Macor, Sergio Tavano ed altri che promossero tali incontri a cui successivamente parteciparono Claudio Magris, Ciril Zlobek, che oltre ad essere poeta e scrittore sloveno ebbe significative esperienze politiche, oltre al futuro ministro degli esteri austriaco Alois Mock. Si parlerà ancora di Macor in altre iniziative, come Zeit von Gòrz, inserito nel programma di GO 2025. In conclusione, la professoressa ha citato un’altra poesia dell’autore: «Al popolo sloveno, Al tuo fianco voglio lavorare l’orto, al tuo fianco voglio andare avanti, io ti ho voluto bene ed ho pianto per il male che ti hanno fatto le canaglie». Quindi, il consigliere del Fogolâr Furlan di Roma, Fabrizio Tomada, è intervenuto brevemente sull’incontro culturale dei tre confini, richiamando la ben nota definizione nieviana del Friuli come «piccolo compendio dell’universo», affermando che fin dal suo tipico nome, proprio Celso Macor ne è patrimonio.
DOPOSTORIA DI UNA TERRA
In conclusione, l’avvocato Gianluca Ruotolo, consigliere del Fogolâr Furlan di Roma e responsabile per gli aspetti culturali, ha ricordato non solo la poesia, ma anche l’opera in prosa di Macor, in particolare “I vôi dal petarôs” (Gli occhi del pettirosso), raccolta di tredici racconti friulani nei quali si parla anche del rapporto con gli umili e della incapacità dell’intellettuale di preservare l’ eredità del mondo contadino, che scompare portando con sé tutto un patrimonio di usanze antiche e di rapporti umani autentici. Un tema vicino alla dopostoria, così definita da Pasolini che soffrì profondamente di quel cambiamento antropologico. Ruotolo ha anche parlato della consapevolezza dell’uomo di confine, il quale nutre un sincero e doloroso amore per la propria terra e soffre per le sue vicende travagliate. Si tratta di un tema che si ritrova anche in Umberto Saba e nelle sue corrispondenze quando egli parla di «atroce paese che amo».


