PALESTINA, piano di pace. L’Onu approva la risoluzione presentata dagli Stati Uniti, Hamas si oppone

Al Consiglio di Sicurezza tredici i voti in favore, astenuti Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese; nessun veto opposto. Tra molti distinguo e difficoltà, si rafforza comunque l’iniziativa della Casa Bianca per la striscia di Gaza. Quasi contestualmente, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, in visita ufficiale a Washington, incontrando il presidente Donald Trump alla Casa Bianca si è espresso riguardo alla questione, sostenendo che la normalizzazione di Riyadh con Israele, aspetto fondamentale all’implementazione degli Accordi di Abramo, «dipende da un percorso chiaro» verso lo Stato palestinese

New York, 19 novembre 2025 – Lunedì scorso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite aveva votato a favore della risoluzione proposta dagli Stati Uniti d’America tesa a sostenere il piano di pace per la striscia di Gaza del presidente Donald Trump, che prevede l’invio di una forza di pace internazionale e un percorso verso un futuro Stato palestinese.

VOTO FAVOREVOLE AL CONSIGLIO DI SICUREZZA

A favore di essa si erano espressi tredici Stati membri, astenuti Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese, mentre nessun veto era stato opposto. Ad avviso dell’ambasciatore statunitense all’Onu, Mike Waltz, «la risoluzione odierna rappresenta un altro passo significativo che consentirà a Gaza di prosperare e creerà un ambiente che permetterà a Israele di vivere in sicurezza». Tuttavia, il movimento islamista radicale palestinese Hamas, che dalla risoluzione dell’Onu viene escluso da qualsiasi ruolo nel futuro governo della striscia di Gaza, ha in seguito reso noto di ritenere il documento approvato al Palazzo di vetro «insoddisfacente riguardo alle richieste e ai diritti politici e umanitari dei palestinesi».

PIANO DI PACE PER GAZA

Il testo approvato dal Consiglio di Sicurezza, riveduto più volte in conseguenza di negoziati, approva il piano elaborato dall’amministrazione degli Stati Uniti che ha per il momento ha condotto a un fragile cessate il fuoco tra Israele e Hamas, in vigore dal 10 ottobre scorso nel Territorio palestinese devastato da due anni di combattimenti, scatenati dal pogrom del 7 ottobre 2023. Il piano di pace prevede la costituzione di una forza internazionale di stabilizzazione che dovrà collaborare con Israele, Egitto e con una forza di polizia palestinese da costituire e addestrare allo scopo, questo in funzione della protezione delle aree di confine e della smilitarizzazione della striscia di  Gaza. Una forza alla quale verrebbe attribuito il compito disarmare permanentemente gruppi e fazioni «non statali», oltreché la protezione della popolazione civile e la garanzia dei corridoi umanitari.

IL PERCORSO VERSO UNO STATO PALESTINESE

Viene altresì autorizzata la costituzione di un Consiglio per la pace, organo di governo transitorio nella Striscia che, in teoria, dovrebbe venire presieduto da Donald Trump in virtù di un mandato della durata di un anno e, malgrado le dichiarazioni di Ben Gvir e seppure mediante un linguaggio contorto, la risoluzione Onu fa menzione di un possibile futuro Stato palestinese. Questo, si afferma nel testo, «una volta che l’Autorità nazionale palestinese avrà portato a termine le riforme richieste e la ricostruzione di Gaza sarà in corso (…) potrebbero finalmente rinvenirsi le condizioni necessarie a un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la sovranità palestinese». Una eventualità, però, fermamente respinta da Israele.

I DISTINGUO DI MOSCA

La risoluzione chiede infine la ripresa della distribuzione degli aiuti umanitari su larga scala attraverso le Nazioni Unite, il CICR e la Mezzaluna Rossa, che verrebbe resa possibile dall’apertura di tutti i varchi e dalla garanzia che le agenzie umanitarie e le organizzazioni non governative internazionali siano poste nelle condizioni di operare senza ostacoli. Al riguardo, la Federazione Russa (Stato membro di diritto del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che, di risulta, può esercitare il proprio diritto di veto) ha diffuso una bozza concorrente, motivandola con l’asserito insufficiente sostegno alla creazione di uno Stato palestinese nel documento statunitense, chiedendo al Consiglio di sancire il suo «incrollabile impegno nei confronti della visione della soluzione dei due stati». Mosca, che si è astenuta dal votare, per il momento non ha autorizzato un Consiglio per la pace o l’impiego di una forza internazionale, ma ha chiesto al Segretario Generale dell’Onu, Antonio Guterres, di offrire «opzioni» su tali questioni.

SOSTEGNO A WASHINGTON DAI PAESI ARABI E MUSULMANI

Nella loro azione all’Onu gli Stati Uniti d’America hanno in ogni caso ottenuto il sostegno di diversi Stati arabi e a maggioranza musulmana, quali Qatar, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Indonesia, Pakistan, Giordania e Turchia, che hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta di sostegno al testo. Quasi contestualmente, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, in visita ufficiale a Washington, incontrando il presidente Donald Trump alla Casa Bianca si è espresso riguardo alla questione, sostenendo che la normalizzazione di Riyadh con Israele, aspetto fondamentale all’implementazione degli Accordi di Abramo, «dipende da un percorso chiaro» verso lo Stato palestinese. Mentre si trovava nello Studio Ovale a colloquio con Donald Trump, MbS ha altresì dichiarato che «l’Arabia Saudita desidera normalizzare le relazioni con Israele attraverso gli Accordi di Abramo, ma vogliamo essere certi di garantire la soluzione dei due stati».

LA POSIZIONE SAUDITA ESPRESSA A WASHINGTON DA BIN SALMAN

«Lavoreremo su questo, per essere certi di poter preparare la situazione giusta il prima possibile – ha poi aggiunto il principe saudita -, desideriamo la pace per gli israeliani e per i palestinesi, vogliamo che coesistano pacificamente nella regione e faremo del nostro meglio per raggiungere quella data». Nel corso del medesimo incontro, MbS ha inoltre reso noto che il Regno degli al-Saud incrementerà gli investimenti negli Stati Uniti a un trilione (mille miliardi) di dollari. Dal canto suo, Trump ha replicato che Riyadh otterrà i caccia F-35 in una versione «simile» a quella in linea con le Israel Air and Space Force, definendo entrambi i paesi come «grandi alleati» dell’America, aggiungendo che «è possibile prevedere un accordo sul nucleare civile con l’Arabia Saudita».

Condividi: