LIBANO, stabilizzazione e criticità. Annullata la visita del comandante dell’esercito libanese negli Stati Uniti

La causa va rinvenuta nelle doglianze degli americani per gli insoddisfacenti risultati nel disarmo Hezbollah. Infatti, si ritiene che quest’ultimo nonostante il cessate il fuoco in vigore dal novembre 2024 non avrebbe posto fine al conflitto, trasformandolo in una guerra di logoramento contro Israele. La componente armata del movimento sciita libanesi starebbe dunque riorganizzando mediante il ripristino della propria rete di rifornimenti che attraversa ancora la Siria, ricorrendo inoltre ad altri canali di approvvigionamento. Oggi la sua struttura operativa è decentralizzata e flessibile, basata su piccole cellule, attività compiute con droni e rilevanti capacità anticarro. Hezbollah opera «al di sotto della soglia di guerra» allo scopo di mantenere elevato il livello di deterrenza senza ritrovarsi trascinato in uno scontro su larga scala. Nelle ultime settimane avrebbe modificato lo schieramento delle forze, mutando la geografia della propria logistica e rafforzando le difese per ridurre l'esposizione ai rischi della sua leadership dopo la recente eliminazione dei livelli apicali a opera delle forze israeliane

Beirut, 18 novembre 2025 – La visita negli Stati Uniti d’America del comandante dell’esercito libanese, generale Rodolphe Haykal, in programma per questi giorni, è stata annullata all’ultimo minuto a causa della crescente frustrazione generata a Washington dal mancato disarmo di Hezbollah da parte delle autorità di Beirut.

UNIFIL SOTTO ATTACCO LUNGO LA LINEA BLU

Haykal, che avrebbe dovuto incontrare alti funzionari americani e ottenere sostegno per l’esercito libanese, ha visto annullata la sua agenda americana. Rinviata anche la cerimonia di benvenuto prevista per il suo arrivo nella capitale statunitense, che avrebbe dovuto avere luogo ieri presso l’ambasciata del Libano. Alcuni media del Paese dei cedri sostengono che al determinarsi di questi sviluppi abbia direttamente contribuito una recente presa di posizione dell’esercito libanese, espressa ufficialmente a seguito dell’accusa da parte dei caschi blu dell’UNIFIL alle forze israeliane, che avrebbero sparato colpi da un carro armato Merkava contro i peacekeeper, che si trovavano nei pressi di una posizione tenuta dall’esercito dello Stato ebraico in territorio libanese.

INSODDISFAZIONE A WASHINGTON

La dichiarazione incriminata del comando supremo libanese risale a domenica 16 novembre 2025. In essa vi si affermava che «l’esercito israeliano insiste nel violare la sovranità libanese, destabilizzando la stabilità del Paese e ostacolando il dispiegamento dell’esercito libanese nel sud. Il comando dell’esercito afferma di stare lavorando, in coordinamento con i paesi amici, per porre fine alle continue violazioni e infrazioni da parte del nemico israeliano, che richiedono un’azione immediata in quanto costituiscono una pericolosa escalation». Evidentemente, a Washington questa posizione ufficiale di Beirut non è stata gradita e la replica, pressoché immediata, si è caratterizzata per l’insoddisfazione nei confronti delle autorità del Paese dei cedri in ordine al mantenimento in attività della componente militare di Hezbollah lungo il confine meridionale libanese.

UN ENORME OSTACOLO AL PROGRESSO DEL LIBANO

L’esercito libanese viene ormai da tempo considerato dagli americani un attore essenziale in quello specifico teatro di operazioni e, infatti, nel corso degli anni Washington gli ha fornito supporto allo scopo di contrastare le crescenti capacità militari di Hezbollah. In ottobre l’amministrazione Trump ha approvato un finanziamento di oltre duecento milioni di dollari a copertura delle spese di riorganizzazione ed equipaggiamento dell’esercito e delle forze di sicurezza libanesi (ISF). Tuttavia, lunedì scorso il senatore Lindsey Graham si è espresso duramente nei confronti di Beirut, dichiarando che era «chiaro che il capo della Difesa libanese (il riferimento era stato a Israele quale “nemico” del Libano e del quasi inesistente tentativo di disarmare Hezbollah da parte delle autorità di Beirut) costituisce un enorme ostacolo agli sforzi per far progredire il Paese».

LE DOGLIANZE DEI SENATORI

«Un combinato composto che rende le forze armate libanesi un investimento non proprio vantaggioso per l’America», aveva poi aggiunto Graham. Parimenti severa era stata la senatrice ed ex militare Joni Kay Ernst che in agosto si era recata nel Paese dei cedri quale membro di un gruppo di funzionari statunitensi in visita ufficiale, che si era detta «delusa dalla dichiarazione del 16 novembre», aggiungendo che le forze armate di Beirut «sono un partner strategico e Israele ha fornito al Libano una reale opportunità di liberarsi dai terroristi di Hezbollah sostenuti dall’Iran, ma invece di coglierla e collaborare per il disarmo di questi ultimi, l’esercito libanese sta vergognosamente addossando la colpa a Israele». Washington e Gerusalemme hanno esercitato pressioni sul governo libanese affinché disarmasse Hezbollah una volta che questo era stato indebolito dalla guerra con Israele e dal timore di una nuova azione militare dello Stato ebraico.

ISRAELE E IL SUO CONFINE SETTENTRIONALE

Pressioni incrementate di recente affinché Beirut interrompa completamente il flusso di finanziamenti diretti a Hezbollah dai suoi alleati all’estero, principalmente dall’Iran, che ad avviso del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti dall’inizio del 2025 avrebbe versato nelle casse del movimento sciita libanese un miliardo di dollari. Nonostante la sospensione dei voli dall’Iran verso il Libano dal febbraio del 2025 e le forti pressioni esercitate dall’amministrazione americana nei confronti di Teheran, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha rilevato come dall’inizio dell’anno la Forza Qods del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Pasdaran) abbia trasferito un miliardo di dollari a Hezbollah per il tramite di agenzie di cambia valuta. Conseguentemente, Washington ha imposto sanzioni a due agenti del Partito di Dio e a un uomo d’affari siriano ritenuti coinvolti nell’operazione di finanziamento. Uno di questi era Jaafar Mohammad Qasir, responsabile della gestione del team finanziario dell’organizzazione. Egli è il figlio dell’ex comandante dell’Unità 4400 di Hezbollah, struttura responsabile del trasferimento di armi dall’Iran.

OPERAZIONI DI TSAHAL A CONTRASTO DI HEZBOLLAH

Nel novembre dello scorso anno Libano e Israele avevano concordato un cessate il fuoco che aveva posto fine a oltre un anno di combattimenti tra le forze armate di Gerusalemme e i miliziani filoiraniani, una guerra rialimentatasi a seguito dell’inizio del conflitto nella striscia di Gaza nell’ottobre 2023. In precedenza Israele aveva ammonito Beirut che avrebbe intensificato i suoi attacchi sul suo territorio in quanto riteneva l’attività svolta dall’esercito libanese per disarmare Hezbollah insufficiente. Le IDF (Israel Defense Force, o Tsahal) hanno attaccato le strutture di Hezbollah ed eliminato i suoi miliziani nel Libano meridionale, agendo in violazione degli accordi di cessate il fuoco in vigore dal 27 novembre 2024, allo scopo di contrastare gli sforzi del movimento sciita tesi alla ricostituzione del proprio arsenale. In particolare, obiettivo dei raid sono state le strutture e i membri della Forza Radwan, élite dell’organizzazione militare del Partito di Dio, oltre agli operativi del Battaglione Libano. Dal canto suo, Hezbollah ha pubblicato una lettera aperta nella quale respinge categoricamente qualsiasi possibilità di negoziato con Israele e chiarisce che non rinuncerà al «diritto alla resistenza».

SECONDO RAPPORTO SUL DISARMO DI HEZBOLLAH

In seguito, il comandante dell’esercito libanese, generale Rudolf Haykal, aveva poi presentato al Governo di Beirut il rapporto mensile sull’attuazione del piano per il monopolio statale delle armi nel quale si affermava che erano stati compiuti progressi nel disarmo di Hezbollah a sud del fiume Litani, e che il completo conseguimento dell’obiettivo avrebbe avuto luogo entro la fine dell’anno. Nel secondo rapporto mensile presentato al Governo di Beirut, relativo alle attività poste in essere dall’esercito libanese al fine di pervenire al controllo totale delle armi presenti sul territorio nazionale, si affermava che dal settembre 2025 erano state smantellate numerose strutture militari a sud del fiume Litani, sigillato gallerie, scoperti depositi e confiscate armi, mentre contestualmente veniva rafforzato il dispiegamento delle unità nella zona di confine. Haykal dichiarò che l’esercito era determinato a completare il disarmo a sud del fiume Litani entro la fine dell’anno in corso, ma che i progressi erano stati ritardati dalla continua presenza e dal controllo da parte israeliana di alcuni settori della fascia meridionale del Paese. L’alto ufficiale aveva persino proposto di congelare temporaneamente il programma allo scopo di esercitare pressioni sullo Stato ebraico affinché cessasse gli attacchi, una proposta che però non era stata presa in esame.

UN PRECARIO CESSATE IL FUOCO

A seguito dell’intensificarsi degli attacchi israeliani contro obiettivi di Hezbollah nell’ottobre e novembre 2025, Israele ha comunicato al comando dell’esercito libanese (per il tramite del Comitato americano di monitoraggio del cessate il fuoco) che gli attacchi sarebbero proseguiti a causa della perdurante attività di riarmo posta in essere da Hezbollah, che nelle ultime settimane era riuscito a introdurre in Libano centinaia di razzi dalla Siria, oltreché a revisionare munizionamento e lanciatori danneggiati nei combattimenti, reclutando inoltre migliaia di nuovi combattenti. Hezbollah ha continuato ad attribuire la responsabilità della gestione delle violazioni israeliane alle autorità statali libanesi, lasciando intendere che la sua moderazione «aveva dei limiti».

LETTERA APERTA DEL MOVIMENTO SCIITA

Il 6 novembre 2025, in una lettera aperta il movimento sciita ha ribadito che la sua organizzazione e il Libano «avevano rispettato tutte le clausole dell’accordo di cessate il fuoco, mentre il nemico sionista continuava a violarne la sovranità», ponendo altresì in guardia riguardo ai tentativi di «trascinare il Paese in trappole negoziali», poiché «resistere all’occupazione e all’aggressione è un diritto legittimo che non ha nulla a che fare con una decisione sulla pace o sulla guerra». Hassan Fadlallah, deputato di Hezbollah al Parlamento libanese, ha quindi dichiarato che il movimento al quale appartiene «non avrebbe negoziato con il nemico, né si sarebbe arreso», specificando come il Libano non avesse «alcun interesse a discutere alcun accordo diverso dal cessate il fuoco».

NORMALIZZAZIONE IMPOSSIBILE

La leadership libanese ha comunque condannato gli attacchi israeliani effettuati mentre erano in corso gli sforzi internazionali per promuovere i negoziati. Il presidente Joseph Aoun ha accusato lo Stato ebraico di azioni che «costituiscono un crimine non solo secondo il diritto internazionale, ma anche sul piano politico, ignorando l’accordo di cessate il fuoco e la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite». Incontrando una delegazione del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti d’America, Aoun aveva poi sostenuto che i negoziati avrebbero richiesto «un clima adeguato e, in primo luogo, la cessazione delle azioni aggressive, oltreché la stabilità nel Libano meridionale». Ma Nabih Berri, presidente del Parlamento libanese e leader storico del partito sciita Amal (alleato di Hezbollah), aveva successivamente definito la normalizzazione con Israele «fuori questione» e «impossibile.

FRAINTENDIMENTI, RABBIA E PASSI INDIETRO

La recente rabbia mostrata pubblicamente dall’inviato speciale americano Thomas Barrack, che ha definito il Libano uno «stato fallito», potrebbe ricondursi alla sua sensazione di essere stato tratto in inganno dagli alti funzionari del Paese dei cedri. Infatti, quando egli nel corso di riunioni svoltesi a porte chiuse di intavolare negoziati sugli accordi di sicurezza direttamente con Israele, similarmente a quanto avvenuto con la Siria, oltre a una successiva possibile partecipazione agli Accordi di Abramo, questi non si sarebbero opposti e avrebbero affermato di prendere in considerazione la proposta. Barrack ha informato quindi Washington e Israele, considerando però l’annuncio pubblico fatto dalla leadership libanese di accettare solo negoziati indiretti come un passo indietro rispetto alle rassicurazioni precedentemente fornitegli, probabilmente per guadagnare tempo.

LA MISSIONE DELL’INTELLIGENCE EGIZIANA

Alla luce della richiesta di Gerusalemme rivolta all’esercito libanese affinché intensificasse gli sforzi per disarmare Hezbollah, l’Egitto ha ribadito la propria disponibilità a mediare tra i due Paesi nel tentativo di allentare le tensioni. L’intelligence del Cairo avrebbe esaminato i commenti e le riserve sollevate dal movimento sciita libanese in ordine all’iniziativa in quattro fasi proposta dal capo dei servizi segreti egiziani, generale Hassan Rashad, nel corso della sua visita a Beirut avvenuta alla fine dell’ottobre 2025. Una proposta relativa al disarmo di Hezbollah a nord del fiume Litani e alla demarcazione del confine terrestre tra Israele e Libano. Al Cairo si riteneva che la questione della concentrazione delle armi nelle mani dello Stato libanese richiedesse un periodo di tempo maggiore rispetto a quanto previsto in precedenza, giungendo alla conclusione che, attualmente, allo scopo di prevenire future violazioni sia possibile concentrarsi esclusivamente sulla bonifica del territorio a sud del fiume Litani e dai campi profughi palestinesi, ma questo imprescindibilmente dalla garanzia della stabilità economica e politica del Libano.

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