Torino, 15 novembre 2025; a cura di Fabrizio Vielmini – La regione del Mangystau, nell’ovest del Kazakistan, laddove il Paese centrasiatico si immerge nel Mar Caspio, è un luogo che travalica ogni superlativo. Infatti, qui, la natura ha scolpito paesaggi extraterrestri che lasciano i visitatori a bocca aperta: canyon dipinti in un’infinità di colori, formazioni rocciose che sfidano la gravità ergendosi fra distese sconfinate dominate dal silenzio. Duecento milioni di anni fa queste terre erano sommerse dall’Oceano Tetide.
ALLA RICERCA DELL’OCEANO TETIDE
Fra i movimenti delle placche tettoniche le acque si sono ritirate e l’azione degli eventi atmosferici ha scavato nel deserto canyon e gole, con dune e formazioni rocciose dalle forme incredibili. I sedimenti marini depositatisi in questo periodo hanno formato strati di calcare, argilla e gesso, ancora ben visibili in spettacolari formazioni rocciose multicolori. Il viaggiatore attraversa paesaggi surreali e unici, quasi alieni, tanto sembrano usciti da un film di fantascienza. Luogo iconico di tali sommovimenti è il Monte Sherkala, a 170 chilometri dalla capitale regionale Aktau. Si tratta di un singolare monolite che si erge dal fondo desertico come un smisurata cupola o una yurta, ornata al centro da un largo strato di gesso che la circonda come un’enorme sciarpa bianca. Osservandolo dal lato opposto il massiccio ricorda un leone addormentato con l’enorme testa posata sulle zampe, da cui il nome «Sherkala», che in lingua turkmena significa «montagna del leone». Una formazioni geologica non meno surreale è quella del Torysh, la «Valle delle Sfere», dove troviamo interi campi disseminati da migliaia di concrezioni rocciose a forma di palle dal diametro dai due ai cinque metri. La regione racchiude ancora molti paesaggi d’altri mondi scolpiti dal tempo.
PAESAGGI SURREALI E UNICI
Spostandosi a sudest, a trecento chilometri da Aktau troviamo la valle di Bozzhyra, con le sue spettacolari creste calcaree mesozoiche quali le zanne giganti, colossali steli di pietra che emergono come un miraggio dal deserto argilloso. E ancora più a Est il monte Bokty, con i suoi pendii a fasce orizzontali multicolori e le montagne «tiramisù» di Kyzylkup. Ritornando verso il Caspio, le dune di Senek ondeggiano fino alla costa, dove il deserto incontra il mare in un abbraccio silenzioso e surreale. Aggiunge all’incredibile di una visita di questi luoghi la possibilità di ritrovare fra le sabbie reperti dell’epoca in cui questo era un fondo oceanico, quali denti di squalo e fossili di ostriche, molluschi bivalvi e altri elementi di flora e microfauna marina. Al di là della bellezza e dell’unicità dei suoi paesaggi, un ulteriore attrattiva della regione consiste nella sua straordinaria ricchezza culturale, condensatasi attraverso i secoli in cui il Mangystau ha svolto la funzione di crocevia d’interconnessione fra differenti civiltà. Da qui passavano i rami della Via della Seta che collegavano l’Asia centrale con il Caucaso, la Crimea e l’Europa orientale attraverso il Mar Caspio e l’Ural.
NEL MONDO DEI NOMADI
Ma già millenni prima che le carovane dei mercanti solcassero le strade della regione, i popoli nomadi indoeuropei dominanti le steppe dell’Eurasia avevano stabilito corridoi transcontinentali di comunicazione, commercio e scambio culturale fra il Centro Asia, il Mar Nero e le civiltà del mondo antico europeo. Nella mitologia si possono trovare tracce di contatti fra queste steppe e il mondo greco, ben da prima dell’arrivo di Alessandro magno nella regione (IV secolo a.C.). Secondo il mito della nascita del dio del Sole, Apollo, egli vide la luce sui Monti Ripa, contrafforti meridionali degli Urali, la patria preistorica dei primi nomadi indo-iraniani. L’infante divino sarebbe poi stato portato in Grecia su un carro sospinto da cigni bianchi, nel giorno dell’equinozio di primavera. Da sempre, all’inizio della primavera si verifica una migrazione di massa di cigni dagli Urali verso il Mediterraneo, un fatto che supporta l’esistenza di contatti fra i greci e i popoli indo-iranici sin dalla notte dei tempi. L’equinozio di primavera, il Nawruz, è poi una delle ricorrenze più celebrate da tutti i popoli che abitano oggi le terre fra la Turchia e la Cina.
MANGIARE BESHPARMAK E KUMIS CON MONGOLI E TURCHI
Ancora oggi il Mangystau rimane una terra marcata dallo stile di vita nomadico che ha caratterizzato la vita umana su queste terre fino allo scorso secolo. Oltre ad essere riflessa nello stemma della regione, tale eredità si ritrova nella presenza delle yurte, le tende tradizionali dei nomadi mongoli e turchi, un tempo uniche abitazioni dei locali, che permangono a punteggiare le distese della regione e in cui si può pernottare durante il viaggio. Idealmente durante il Nawruz, in questi accampamenti si possono esperire le antiche tradizioni culinarie, quali il beshparmak, il piatto nazionale di carne e pasta sfoglia, e il kumis, il latte di cavalla o cammella fermentato o, in primavera, nauryz-kozhe, la ricca zuppa simbolo di prosperità e abbondanza, e musicali, assistendo alle esibizioni dei bardi che con le loro dombre, strumenti a corda, improvvisano competizioni poetiche dette Aitys. Una terra di leggende, paesaggi austeri e rivelazioni spirituali. Le antiche civiltà nomadi hanno lasciato molteplici tracce fra gli altopiani rocciosi della regione quali i petroglifi della valle di Tamgaly e nel canyon di Tushchikys. Qui si ritrovano migliaia di incisioni rupestri che raffigurano scene di caccia, rituali e creature mitiche. Il significato di questi messaggi dalla preistoria è dibattuto. Secondo certi studi, alcuni gruppi di petroglifi rimandano a mappe celesti e configurano rituali per le divinità cosmiche.
LEGGENDE, PAESAGGI AUSTERI E RIVELAZIONI SPIRITUALI
Ben prima della nascita dell’Islam, la spiritualità del Kazakistan occidentale fu plasmata dagli insegnamenti del profeta Zarathustra. Si ritiene che lo Zoroastrismo possa essere nato proprio tra questi deserti, dove la tradizione colloca le peregrinazioni di Zarathustra, nella prima metà del I millennio a.C., ispirate dalle rivelazioni del dio Ahura Mazdā, il «Saggio Signore». Un eco di questa antica presenza riecheggia presso la tomba di Baba Ata o Atan Ata, il «primo uomo» o «Padre dell’Uomo», tappa obbligata per i viaggiatori locali che cercano una benedizione per il loro cammino. Le iscrizioni in lingua russa e kazaka presenti sul sito richiamano l’opera di Zarathustra e la leggenda della sua presenza nella regione del Mangystau durante la sua vita. A fianco di Islam e Zoroastrismo, la spiritualità dei popoli nomadi si è sempre espressa nel Tengrismo, la religione sciamanica delle steppe euroasiatiche. Invisibile ma onnipresente, il Tengri, il “Dio Cielo eterno” manifesta il proprio potere attraverso le forme della natura. Tutta la terra (a volte entità divina a sé, detta Etugen ezhe) è sacra, come lo sono le montagne, quali il Sherkala e le altre steli del deserto, elementi di congiunzione fra il padre celeste e la dimora dei suoi figli.
DOVE PEREGRINÒ ZARATHUSTRA
Solo dopo il passaggio nel secondo millennio, la religiosità centrasiatica assume stabilmente le forme dell’Islam. Ciò avvenne per opera dei predicatori ambulanti sufi (baba o sheikh), sapienti che seppero adattarsi alle tradizioni nomadiche preislamiche del popolo, assumendo le funzioni ancestrali degli sciamani di guarigione e intermediazione fra Cielo e Terra. Questo sincretismo religioso si ritrova nelle moschee rupestri negli annessi luoghi di sepoltura dei santi sufi. Ad esempio la necropoli di Shakpak-Ata, il più antico (X secolo) luogo di culto islamico del Mangystau. Fra le cupole dei mausolei a decorati da motivi geometrici, dove si avvertono echi di zoroastrismo e altri culti preislamici, tali da rendere questo sito un portale attraverso il ricco patrimonio storico della regione. Un altro luogo misterioso del Mangystau è il mausoleo con moschea sotterranea dello sheikh Beket-Ata (1750—1813), il «Maometto del Mangystau». La sua tomba del santo sufi è considerata il vero cuore spirituale della regione, meta di pellegrinaggi dal giorno della scomparsa. Il sepolcro si raggiunge attraversando un tunnel angusto, metafora di un percorso simbolico verso l’aldilà.
FRONTIERA DELLO SPIRITO
Il Mangystau, frontiera dello spirito: in conclusione, un viaggio in queste terre richiede una preparazione particolare. Nei secoli, coloro che osavano traversare questi spazi immensi e surreali erano mossi, oltre che da commerci e spirito d’avventura, anche da un autentico desiderio di scoperta. Del mondo quanto di sé stessi, poiché la carica onirica e spirituale del Mangystau non può non spingere all’introspezione. Più che una destinazione insolita, la regione può essere occasione per un viaggio filosofico in cui riflettere sull’esistenza umana e il suo mutamento attraverso altre ère e civiltà.



