Rimini, 7 novembre 2025 – Al fine di rispettare gli obiettivi europei al 2035 e annullare l’export di rifiuti tra le aree del Paese occorrono nuovi impianti per il trattamento dell’organico e per il recupero energetico delle frazioni non riciclabili. Lo affermano a Utilitalia, federazione che riunisce le aziende speciali operanti nei servizi pubblici dell’acqua, dell’ambiente, dell’energia elettrica e del gas, dove sostengono che grazie anche alla spinta del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), nel prossimo triennio dovrebbero entrare in funzione o essere potenziati ulteriori ventidue impianti di trattamento della frazione organica. Invece, per quanto concerne il recupero energetico dei rifiuti non riciclabili le novità più importanti vengono rappresentate dai percorsi intrapresi a Roma e in Sicilia.
I VIAGGI DELLA MONDEZZA
I viaggi dei rifiuti hanno importanti ricadute ambientali ed economiche, con 76 milioni di chilometri percorsi in un anno, cinquantamila tonnellate di CO₂ emesse e settantacinque milioni di euro in più di costi a carico dei cittadini, proprio laddove il servizio risulta essere peggiore. La vita residua delle discariche in attività è limitata a pochi anni, dopo i quali si rischia l’emergenza. Il ricorso resta eccessivo, soprattutto al Sud: la media nazionale è del 16%, mentre l’Unione europea ha stabilito di scendere al di sotto del 10% entro il 2035. Gli attuali impianti di trattamento dei rifiuti urbani sono numericamente insufficienti e mal dislocati sul territorio, costringendo il Paese a continui viaggi dei rifiuti tra le regioni e, talvolta anche all’estero, oltreché a ricorrere in maniera ancora eccessiva allo smaltimento in discarica. Negli ultimi anni, anche grazie alla spinta impressa dal Pnrr, si assiste a un’inversione di tendenza soprattutto sul fronte degli impianti di digestione anaerobica per il trattamento dei rifiuti organici, però occorrerebbe un’ulteriore accelerazione, in assenza della quale sarà impossibile conseguiere i target posti dall’Unione europea al 2035, che prevedono, sul totale dei rifiuti raccolti, il raggiungimento del 65% di riciclaggio effettivo e un utilizzo della discarica per una quota non superiore al 10 per cento. Al momento si è a un riciclaggio effettivo pari al 50,8%, mentre il ricorso allo smaltimento in discarica è pari al 16 per cento.
FOTOGRAFIA DELLA SITUAZIONE ITALIANA
Sono dati emersi dallo studio “Rifiuti urbani, fabbisogni impiantistici attuali e al 2035”, realizzato da Utilitalia e giunto alla sesta edizione. Esso viene basa sulle informazioni ricavate dal Rapporto 2024 di ISPRA, che a sua volta fa riferimento ai ai dati del 2023. Quell’anno in Italia sono state prodotte 29,051 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, un dato in aumento dello 0,7% rispetto all’anno precedente. A livello pro capite significa una media di 496,2 chilogrammi per abitante all’anno (kg/abitante anno), con il Sud peninsulare che ha registrato la quota minima di 448,2 kg/abitante anno e il Centro quella massima (530,9 kg/abitante anno). Circa 3,8 milioni di tonnellate di rifiuti sono state trattate in regioni diverse da quelle di produzione; il flusso si è diretto principalmente dal Centrosud al Nord. Quest’ultimo ha importato circa 2,3 milioni di tonnellate dalle aree del Centrosud e già oggi, grazie ai propri impianti, riesce quasi a conseguire i target di conferimento in discarica (12,5%) e di riciclaggio (52,7%) previsti dall’Unione europea per il 2035, obiettivi già ampiamente superati in quelle regioni quali Lombardia ed Emilia-Romagna che, oltre a vantare risultati estremamente positivi nel riciclo, hanno dotazioni adeguate di impianti di termovalorizzazione.
CENTRO E SUD ESPORTANO RIFIUTI
Il Centro, il Sud peninsulare e la Sicilia, al contrario, dato il basso ricorso al recupero energetico, mostrano performance ancora piuttosto lontane dagli obiettivi. Il Centro è stato costretto a esportare il 16% (un milione di tonnellate) della propria produzione di rifiuti, nonostante avvii già in discarica una percentuale estremamente elevata, pari al 30%, ma non in grado di garantire tutta la richiesta. Il Sud ha invece esportato 1,64 milioni di tonnellate, che corrispondono al 27% della propria produzione di rifiuti ma solo per la disponibilità elevata di discarica, ora utilizzata per un’alta percentuale, pari al 31,5 per cento. Con particolare riferimento ai rifiuti organici, nel 2023 sono state raccolte in modo differenziato circa 7,25 milioni di tonnellate, che rappresentano il 38,3% delle raccolte differenziate. Di queste, un quinto (1,4 milioni di tonnellate) sono state trattate in impianti di regioni diverse da quelle di produzione. La stragrande maggioranza (1,2 milioni di tonnellate) ha viaggiato dal Centro e dal Sud peninsulare verso gli impianti del Nord, mentre le restanti quantità (200.000 tonnellate) sono state spostate all’interno delle stesse macroaree. «Una corretta raccolta differenziata a monte deve essere sostenuta da un adeguato numero di impianti di riciclo e di recupero energetico a valle – afferma al riguardo Luca Dal Fabbro, presidente di Utilitalia -, indispensabili per promuovere una gestione dei rifiuti in linea con gli obiettivi dell’economia circolare. Non è un caso che i territori che registrano le percentuali più alte di raccolta differenziata siano proprio quelli in cui è presente il maggior numero di impianti”.
FABBISOGNO IMPIANTISTICO: L’ITALIA MIGLIORA SULL’ORGANICO
Considerando la capacità attualmente installata, se si vogliono centrare gli obiettivi europei e annullare l’export di rifiuti tra le aree del Paese, dovranno venire realizzati diversi impianti al fine di trattare i rifiuti urbani. Per quanto riguarda i rifiuti organici, grazie anche ai finanziamenti del Pnrr la situazione è decisamente migliorata rispetto al recente passato, infatti, nel prossimo triennio dovrebbero entrare in funzione o venire potenziati ulteriori ventidue impianti di trattamento della frazione organica. «Anche se il nostro paese non ha mai sofferto di un gap impiantistico complessivo per l’organico – evidenzia Dal Fabbro -, per anni ci sono stati territori in ritardo, soprattutto al Centrosud. Ora assistiamo a una decisa inversione di tendenza, anche grazie all’azione di sensibilizzazione di Utilitalia, che è stata costante nell’evidenziare la necessità di chiudere il ciclo a livello regionale per limitare i viaggi dei rifiuti lungo la Penisola. Al contrario, molto resta da fare per quanto riguarda il recupero energetico dei rifiuti non riciclabili, fermo restando l’importanza dei percorsi intrapresi in Sicilia e per Roma Città Capitale». Sul fronte del recupero energetico dei rifiuti non riciclabili, infatti, per centrare gli obiettivi posti dall’Unione europea l’Italia dovrà incrementare la propria capacità impiantistica per circa 2,4 milioni di tonnellate. Un fabbisogno che, però, potrebbe dimezzarsi a seguito dell’entrata in funzione del termovalorizzatore di Roma e dei due altri impianti simili la cui realizzazione è prevista in Sicilia. Una volta in funzione – sostengono a Utilitalia -, il termovalorizzatore di Roma risolverà la gestione dei rifiuti non riciclabili e degli scarti delle raccolte differenziate dell’area della Capitale, avvicinando il Lazio all’autosufficienza nella gestione dei rifiuti non riciclabili e dimezzando il fabbisogno impiantistico di recupero energetico del Centro Italia. Al riguardo si prevedono 24.000 viaggi in meno di autocarri per il trasporto dei rifiuti verso gli impianti del Nord e all’estero, con un risparmio di 8.000 tonnellate di CO₂ equivalente e il soddisfacimento del fabbisogno energetico di 200.000 famiglie.
COSTI ECONOMICI E AMBIENTALI
La carenza e la cattiva dislocazione degli impianti è la prima causa dei viaggi dei rifiuti lungo la Penisola, con importanti costi in termini economici e ambientali. Per trasportare i 3,15 milioni di tonnellate di rifiuti trattati in regioni diverse da quelle di produzione, nel 2022 sono stati necessari 140.000 viaggi di camion, pari a 76 milioni di chilometri percorsi: ciò ha comportato l’emissione aggiuntiva di oltre 50.000 tonnellate di CO₂ e settantacinque milioni di euro in più sulla Tari (il 90% dei quali a carico delle regioni del Centro-Sud). Solo nel 2022, oltretutto, l’Italia ha pagato circa cinquanta milioni di euro per multe irrogate dall’Unione europea a causa delle inadempienze contestate riguardo alla gestione dei rifiuti.
RICORSO ALLE DISCARICHE ANCORA ECCESSIVO E IN ESAURIMENTO AL SUD
Le discariche sono il sistema di trattamento dei rifiuti con il maggiore impatto ambientale, soprattutto per le emissioni di gas serra. Tuttavia, gli ultimi dati mostrano che sono state ancora smaltite in discarica 5,2 milioni di tonnellate di rifiuti urbani; 720.000 di questi sono stati smaltiti, dopo trattamento in impianti TMB (di trattamento meccanico biologico) in regioni diverse da quelle di produzione. La vita residua delle discariche attive è in esaurimento: per il Nord si prospettano ancora cinque anni al massimo, al Centro quattro anni, al Sud peninsulare massimo sette, per la Sardegna sei anni e per la Sicilia uno. Al momento l’Italia avvia a discarica una media del 18% dei rifiuti urbani, mentre l’Unione europea ha stabilito di scendere al di sotto del 10% entro il 2035. A questo ritmo di conferimento i decisori politici e gli amministratori pubblici italiani saranno obbligati a scegliere se costruire nuovi impianti oppure continuare a conferire i rifiuti in discarica, sottoponendo però in questo modo il Paese a nuove procedure di infrazione.



