Roma, 1 novembre 2025 – Quella di Antonio Panciera, cardinale patriarca di Aquileia, si potrebbe definire «una carriera all’insegna della conflittualità tra scisma, antipapi e concili», poiché egli con la sua esistenza attraversò una fase storica caratterizzata da eventi drammatici e sanguinosi. Gli storici che ne hanno ricostruito la figura lo hanno anche descritto come «alla ricerca di un padrone» e, in effetti, Panciera fu anche questo, tuttavia per comprenderne meglio il profilo ed evitare di cadere nella trappola del facile pregiudizio, la sua vicenda va necessariamente contestualizzata.
VITA E CONFLITTI DEL PATRIARCA AD AQUILEIA
Ed è quello che si è fatto in maniera oltremodo approfondita nel corso dell’articolato convegno che ha avuto luogo il 29 settembre scorso nella Sala San Filippo della Chiesa Nuova a Roma, evento organizzato dal Fogolâr Furlan della Capitale, che ha visto quale artefice il responsabile Cultura del sodalizio dei friulani, l’avvocato Gianluca Ruotolo. Oltre a questi, che ha introdotto e moderato i lavori, sono intervenuti anche Andreas Rehberg, del Deutsches Historisched Institut in Rom, e la professoressa Sabina Francescatto, della Biblioteca Guarneriana di San Daniele). Dunque, la vita di Antonio Panciera nel suo contesto storico, con nobiltà, clero popolo e uomini d’arme nel Friuli di allora, quel Patriarcato di Aquileia, città che, in diversa misura, aveva mantenuto la sua fondamentale importanza anche dopo la caduta dell’Impero Romano, permanendo terra di confine nel Medio Evo per poi divenire oggetto di contesa tra Venezia e l’Impero.
UNA STORIA DENSA DI AVVENIMENTI DRAMMATICI
Una fase storica del tutto particolare, pregna di intensi avvenimenti, primi tra tutti gli scontri intestini alla Chiesa, con lo scisma che oppose Roma ad Avignone. È questo l’agone dove inizia a muoversi con scaltrezza e quindi ad affermarsi il Panciera, forte delle sue basi giuridiche e religiose (egli si forma a Padova) che lo proietteranno nella vita ecclesiastica e nel potere. Il primo passo lo compie grazie alla benevolenza ottenuta da Urbano VI, assurto al soglio petrino nel 1383. La vita di Panciera ha offerto l’opportunità agli storici di studiare quelle che furono le clientele di quel tempo, anche ricorrendo a ricerche analitiche effettuate ricorrendo all’utile strumento dell’araldica. Fu densa di avvenimenti l’esistenza del nostro, che perì nel 1431, pochi anni dopo essere stato fatto cardinale. Vale dunque la pena ascoltare la registrazione del lungo convegno su di lui che si è svolto di recente alla Chiesa Nuova, nel corso del quale si è parlato di pontefici, scismi e concili, anche contestuali tra loro, come quelli del 1408 a Pisa e a Cividale.

PASOLINI A CINQUANT’ANNI DALLA MORTE
Sempre al prolifico Ruotolo va ascritta l’iniziativa relativa a un altro evento, il convegno sull’redità lasciata dal poeta, letterato e regista Pier Paolo Pasolini a cinquant’anni dal suo brutale assassinio, perpetrato all’estrema periferia romana il 1 novembre del 1975. Dell’intellettuale a Casarsa della Delizia, paese di origine della famiglia materna, si è molto trattato. Anche del Pasolini del sottoproletariato urbano degli anni del dopoguerra si è speculato, a volte impietosamente, altre evidenziandone i vizi, le virtù e quelle dimensioni (la contadina in primo luogo) che egli vedeva inesorabilmente svanire. Pasolini. Un uomo dunque. Intelligente e provocatore, che sovente sbagliava pure: «se tu le lucciole le vai a cercare a Centocelle è difficile che le troverai, dunque è inutile che ti lamenti: poiché per trovarle dovrai andare in campagna», qualcuno che lo amava poco gli ha efficacemente contestato.
INQUIETUDINI DI UN INTELLETTUALE PROVOCATORE
Dall’ultimo convegno su di lui svoltosi al Fogolâr Furlan Roma, quello del 24 ottobre scorso, si è volutamente concentrata la discussione sulla sua «figura pop di incompiuto», per dirla con uno dei relatori, il professor Filippo La Porta, «instabile come un jazzista che improvvisa la sua musica». Il Friuli in lui ritorna sempre: la vita rurale degli anni della sua gioventù, primitiva e difficile seppure la famiglia Colussi fosse di estrazione borghese, anni durante i quali maturò il suo controverso rapporto con la modernità, che rifiutò. Un parallelo aderente con quegli «Ultimi» descritti nella propria opera da padre David Maria Turoldo, teologo, letterato e regista cinematografico: miseria, lavoro, polenta e pellagra, emigrazione. Ma cosa cercò davvero nella sua inquieta esistenza Per Paolo Pasolini, uomo animato dalla nostalgia per la civiltà contadina che andava scomparendo?
CASO CHIUSO TROPPO IN FRETTA
Pino la Rana, al secolo Giuseppe Pelosi, condannato per l’omicidio di Pasolini e all’epoca di fatti minorenne, qualche anno fa, prima di morire, dichiarò nel corso di un’intervista che quella sera, mentre a bordo dell’Alfa Romeo GT 2000 del poeta stavano andando all’idroscalo per quell’ultima fatale marchetta, «Pier Paolo pianse» e, nel triste sfogo, gli confidò che lo faceva perché pensava a suo fratello ammazzato. Guido Pasolini, partigiano osovano ucciso a Malga Porzûs da altri partigiani, che però rispondevano agli ordini del IX Korpus titino. Un dramma che segnò il poeta per tutta la vita. Se ne è parlato al convegno. Così, come è stata raccolta l’importante testimonianza di un magistrato della Repubblica che concluse la sua carriera come Presidente della Corte di Cassazione, quel Giuseppe Salmè che al tempo dei fatti compose il collegio del Tribunale che giudicò il Pelosi: «Un caso chiuso forse troppo in fretta», ha commentato il vecchio uomo di legge in video collegamento col Fogolâr Furlan Roma.

