DIFESA, strategia. NATO, Artico: nuovi scenari e dinamiche polari

Il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, è intervenuto ieri nel corso dei lavori della prima Conferenza nazionale sulla regione artica. L’evento, dal titolo “Artico: la Difesa e il sistema paese nelle nuove sfide della competizione globale”, ha avuto luogo nella Capitale presso il Centro Alti Studi della Difesa Scuola superiore universitaria a ordinamento speciale. Esso ha offerto l’opportunità di affrontare lo strategico tema relativo a questa parte del mondo, che, ad avviso di strateghi e pianificatori di Via XX Settembre, richiede un impegno interforze. Di seguito il testo integrale del discorso pronunziato dal Generale Portolano

Centro Alti Studi della Difesa, Roma: 29 ottobre 2025 – Affrontare il tema dell’Artico significa collocarsi in uno spazio geografico e in un ambiente che, sebbene estremo, non è più remoto né marginale. Le «dinamiche polari» si riflettono direttamente sulla nostra sicurezza, sui nostri interessi strategici e sulle nostre capacità militari. Negli ultimi decenni, la regione artica sta subendo trasformazioni profonde, riconducibili a due principali tipologie di fattori. Il primo di essi riveste natura geofisica ed è legato al riscaldamento globale, il mutamento climatico, mentre il secondo, che dal primo in buona parte deriva, è di carattere geopolitico, ossia connesso alla crescente competizione tra attori statuali e non, dell’area e non solo.

DINAMICHE POLARI

La geografia artica, oggi più accessibile e meno periferica, ma anche particolarmente appetibile e contesa, è divenuta un altro quadrante nel quale si dispiega la competizione tra le potenze, generando ulteriori, potenziali frizioni. A quell’estrema latitudine, la Federazione Russa ha rafforzato la sua presenza militare, consolidando capacità di difesa e deterrenza avanzate. Di fatto, dal 2007, Mosca investe nella militarizzazione di tale area, istituendo bastioni militari lungo la costa settentrionale, in particolare nella Penisola di Kola, dove mantiene asset che esprimono capacità del cosiddetto «secondo colpo nucleare»  (second strike) e il presidio di grandi hub energetici e infrastrutturali. Di contro, la Cina si è autodefinita una «nazione vicina all’artico», o near-arctic state, formula utilizzata per rivendicare un ruolo legittimo sul futuro economico e politico dell’area, proiettandovi la propria visione strategica. In questo senso, nell’ambito della “Polar silk road” , Pechino sta progressivamente assumendo una postura assertiva con la propria guardia costiera e con l’impiego di rompighiaccio, oltreché attraverso l’invio di spedizioni scientifiche.

L’OCCIDENTE RICALIBRA LE STRATEGIE

Nel frattempo, Stati Uniti, Canada e taluni paesi europei  hanno ricalibrato le loro strategie per garantire equilibrio, sicurezza e libertà di navigazione nell’area. Ma attenzione: poiché libertà di navigazione significa anche capacità di movimento con navi rompighiaccio, e qui i paesi NATO mostrano un ritardo preoccupante, sia negli assetti disponibili che negli investimenti programmati, rispetto ai loro competitor. Sarebbe dunque un grave errore considerare l’Artico come una periferia. Viceversa, esso va concepito quale potenziale crocevia strategico nel quale si incontrano (e talvolta confrontano) le agende di Mosca, Pechino, Washington e delle varie capitali europee. Peraltro, con l’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO il confine strategico settentrionale euroatlantico si è spostato sensibilmente verso l’area polare artica, la cui connotazione operativa ha indotto a una profonda riflessione riguardo agli obiettivi strategici e agli strumenti tattico-operativi disponibili dalla stessa Alleanza. Pertanto, è possibile affermare che gli effetti provenienti da tale fianco nord avranno una sempre più evidente influenza sulla sicurezza dell’intero contesto euroatlantico, spingendo i Paesi della NATO a dotarsi di capacità da potervi impiegare.

generale Luciano Portolano

 

 

PERCHÉ GUARDARE ALL’ARTICO

E qui abbiamo una domanda: perché l’Italia, nazione mediterranea, deve guardare all’Artico con crescente attenzione militare e strategica? La risposta è chiara: perché l’Artico sarà verosimilmente uno snodo geopolitico da cui dipenderanno rotte commerciali, equilibri energetici e stabilità climatica, che toccheranno direttamente anche il nostro paese. E non dovremo farci cogliere impreparati. Se oggi noti choke points come Ormuz, Baab el Mandeb e Suez influenzano tutta la dinamica di agibilità marittima e di sicurezza globale sul fianco sud, la nuova geopolitica artica ci imporrà ben presto di familiarizzare con i nomi di passaggi come Bering, Sannikov e Nares, che insistono su altre delicatissime idrovie di un’immensa zona del nord del mondo, che sta oggi diventando sempre più disponibile non solo alla navigazione commerciale e militare, ma allo sfruttamento energetico, all’estrazione mineraria e alla pesca. Dunque, essere presenti nell’Artico in chiave di conoscenza, cooperazione, agibilità e sicurezza, significa accendere un riflettore su un’area che può avere effetti sulla nostra area di interesse strategico, il Mediterraneo allargato, in quanto le due, in prospettiva, saranno sempre più interconnesse, ma anche perché l’Italia, membro osservatore permanente del Consiglio artico, già vanta una lunga tradizione nella Regione polare: dalle imprese del Generale Umberto Nobile alla base scientifica Dirigibile Italia, alle Svalbard.

L’IMPEGNO MILITARE ITALIANO NELLA REGIONE OGGI E DOMANI

Oggi, quel patrimonio scientifico si intreccia con la dimensione operativa e strategica della Difesa italiana. Il nostro impegno si traduce in regolari attività addestrative nelle principali esercitazioni nato in ambiente polare. Ricordo, ad esempio, la “Cold Response” in Norvegia e “Nanook” in Canada, attraverso le quali affiniamo la capacità di operare in condizioni estreme. Inoltre, con nave Alliance, unità polivalente di ricerca della NATO, «armata» da equipaggio della Marina militare italiana, la Difesa dal 2017 svolge attività di ricerca nell’ambito della campagna “High North”, iniziativa che ha lo scopo di migliorare la comprensione dell’ambiente artico e dei suoi fondali. Questo mentre l’Aeronautica militare italiana prende parte da alcuni anni a diverse esercitazioni multinazionali (dall’Arctic Challenge 2023 svoltasi tra Finlandia, Norvegia e Svezia, all’Arctic Defender 2024 in Alaska, giusto per citare gli esempi più recenti) e concorre alle missioni di Air Policing, nella regione sub-artica, nell’ambito del NATO Integrated Air and Missile Defence System. È dunque verosimile che, «un domani», ci possa venire chiesto di fare di più. Dovremo allora cogliere le opportunità addestrative offerte dai nuovi Stati membri dell’Alleanza, cioè Svezia e Finlandia, e migliorare le nostre conoscenze sui climi rigidi e sulle difficoltà ad essi connessi (sviluppo di expertise), incrementando così la nostra comprensione e la nostra capacità di operarvi.

RIFLETTERE ANCHE SUI NUOVI DOMINI OPERATIVI

Oltre a ciò sarà necessario riflettere anche sui nuovi domini operativi: quello cibernetico e quello spaziale. Nel primo caso, la posa di cavi sottomarini e infrastrutture digitali imporrà misure di protezione da sabotaggi e attacchi informatici; invece, con riguardo al dominio spaziale, dovremo essere in grado di garantire (malgrado l’estrema latitudine dell’Artico) il costante monitoraggio satellitare e la sorveglianza delle rotte marittime e aeree che vi insisteranno. Un’attività che già oggi attraverso Cosmo-Skymed siamo in grado di espletare, che tuttavia dovremo potenziare. Accanto a questi domini, nella sfera cognitiva sarà essenziale riconoscere, gestire e controbilanciare le campagne di influenza e di propaganda, già in parte integrate nelle strategie di alcuni attori statuali, legate soprattutto ai fenomeni climatici e geopolitici. Ecco che, in questo scenario, il sistema Italia dovrà mantenere un approccio a 360 gradi ed eventualmente predisporsi al fine di contribuire agli sforzi profusi dall’Alleanza, dell’Unione Europea o da coalizioni ad hoc, con le sue capacità di intervento.

APPROCCIO GLOBALE

Per fare ciò, sarà necessario armonizzare la dottrina interforze, favorire il possibile sviluppo di equipaggiamenti specifici attraverso sinergie tra le Forze armate, l’università e l’industria, oltre che redigere e sostenere programmi di formazione coordinati, che sfruttino le competenze esistenti nelle diverse forze armate, come ad esempio il Centro Addestramento Alpino per l’Esercito o il Polo subacqueo per la Marina militare. E concludo: l’Italia deve saper cogliere i segnali di profondo mutamento che oggi caratterizzano gli orizzonti polari, sempre più interconnessi a zone geografiche apparentemente distanti, riconoscendo nell’Artico un’area di interesse rilevante o di contingenza, le cui dinamiche potrebbero riverberarsi sulle condizioni di sicurezza del Mediterraneo allargato. Grazie per l’attenzione.

NOTE INTEGRATIVE

L’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) dell’ONU ha indicato nel 2023 che il riscaldamento artico procede a una velocità circa quattro volte superiore alla media globale, con ghiacci in ritirata costante. (fonte: Ipcc, ar6 report; Nsidc, 2024).

La dottrina marittima di Mosca definisce l’Artico come «zona vitale per la sovranità e l’integrità territoriale della Russia, in quanto risorsa economica e strategica per il raggiungimento degli obiettivi strategici nazionali». La Federazione Russa occupa il 52% delle coste artiche ed è storicamente la potenza predominante nella regione; la sua Flotta del nord include assetti navali, aerei e terrestri.

La «capacità di un secondo colpo nucleare» è indice della capacità di uno Stato di rispondere a un attacco nucleare indirizzando una rappresaglia con armi nucleari nei confronti dell’attaccante. Il possesso di tale capacità viene considerato fondamentale ai fini dell’attuazione della cosiddetta «strategia della deterrenza nucleare», in caso contrario, infatti, l’avversario potrebbe tentare di vincere una guerra sferrando un massiccio primo colpo contro gli armamenti nucleari dell’attaccato.

La Repubblica Popolare Cinese, sebbene non rivendichi territori nella regione artica, fa comunque parte del Consiglio Artico dal 2013 e, data la sua partecipazione alle attività scientifiche ed economiche, supporterà l’internazionalizzazione dell’Artico allo scopo di giustificare una propria maggiore influenza nella regione. Di fatto, pur non possedendo basi militari nell’area, Pechino considera la Northern Sea Route (NSR) quale direzione principale della cosiddetta «Via della seta polare» (Polar Silk Road, PSR). Da un punto di vista strategico tale postura riflette la preoccupazione per il cosiddetto «dilemma di Malacca», cioè il timore che un potenziale incidente politico ovvero conflitto nel Mar Cinese Meridionale possa bloccare le vie marittime di approvvigionamento energetico, attraverso le quali transita circa il 60% delle importazioni cinesi di petrolio e gas dal Medio Oriente.

Gli attuali otto Stati membri del Consiglio Artico sono: Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Svezia, Federazione Russa e Stati Uniti d’America; i membri osservatori permanenti sono: Repubblica Popolare Cinese, Corea del Sud, Giappone, Unione Indiana, Italia, Singapore (dal maggio 2013) e Svizzera (dal maggio 2017); altri osservatori non membri sono: Francia, Repubblica Federale Tedesca, Paesi Bassi, Polonia, Regno Unito, Spagna e Unione Europea.

La Federazione Russa dispone di una quarantina di rompighiaccio, dei quali otto a propulsione atomica e autonomia illimitata, unità poste regolarmente al servizio di convogli propri, cinesi e di paesi partner. Il 20% di questi assetti è militare, mentre gli altri (ufficialmente civili, come quelli di Rosatomflot), operano in logica dual use, cioè di supporto logistico, sorveglianza della Northern Sea Route, traino e scorta militare, oltre ovviamente alle attività di spionaggio, celate da attività ittiche o esplorazioni scientifiche. Gli Stati Uniti d’America dispongono invece di due sole unità rompighiaccio, che sono in linea con la US Coast Guard. Sommando tutti gli assetti degliStati membri della NATO, inclusi quelli civili di Canada, Danimarca, Norvegia e Finlandia, si perviene a un totale di quaranta unità rompighiaccio, tuttavia nessuna avente caratteristiche e potenze comparabili alla classe nucleare russa Arktika 22220 da 60 megawatt.

La NATO, pur non avendo elaborato una strategia dedicata, considera comunque la regione artica parte integrante della difesa a 360°, mentre l’Unione europea ha rilanciato la propria “Arctic Policy 2021” con focus su clima, sicurezza e sviluppo sostenibile.

La base “Dirigibile Italia”, istituita nel 1997 dal Consiglio nazionale delle Ricerche (CNR), è il principale presidio scientifico italiano alle Svalbard.

“Cold Response” (attualmente ridenominata “Nordic Response”) è una delle principali esercitazioni svolte dalla NATO in ambiente artico, effettuata a cadenza biennale dalla Norvegia. Vede la partecipazione di forze terrestri, navali, aeree e unità speciali di Stati alleati e partner; obiettivo di essa è testare interoperabilità, logistica e capacità di combattimento in condizioni climatiche estreme.

La nave idrografica Alliance viene impiegata in missioni aventi duplice obiettivo: da un lato realizzare campagne idrografiche e oceanografiche per la raccolta di dati sul fondale marino e sulla circolazione delle acque, dall’altro lato studiare le dinamiche climatiche e ambientali di una regione sempre più rilevante sotto il profilo geopolitico ed economico.

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