Firenze, 26 ottobre 2025 – Dal 30 ottobre al 2 novembre 2025, con pre-apertura speciale il 29 ottobre, Firenze accoglierà la diciassettesima edizione di France Odeon, il festival del cinema francese contemporaneo diretto da Francesco Ranieri Martinotti, organizzato con il sostegno del Ministero della Cultura e della Regione Toscana e in collaborazione con l’Ambasciata di Francia in Italia e Institut français Italia e di Firenze, è parte del cartellone della rassegna di festival internazionali, “50 Giorni di Cinema a Firenze”. Le proiezioni si svolgeranno presso il cinema La Compagnia, cuore pulsante della manifestazione, con appuntamenti speciali anche a Palazzo Medici Riccardi.
FRANCE ODEON 2025
Questa edizione assume un significato particolare, poiché segna i quarant’anni della presenza ufficiale del cinema d’Oltralpe a Firenze, dalle origini di France Cinéma nel 1986 fino all’attuale France Odeon. Un cammino che ha contribuito a rinsaldare un legame storico e culturale profondo tra Italia e Francia, come ha sottolineato il direttore artistico Francesco Ranieri Martinotti: «Quella di quest’anno è un’edizione speciale, che vuole rendere omaggio a tutti coloro che, nel corso del tempo, hanno dedicato la propria intelligenza, la propria passione e le proprie energie a rinsaldare un legame antico tra i nostri due paesi. È grazie a loro se oggi siamo apprezzati non solo dal nostro pubblico, ma anche dai registi, dalle attrici, dagli attori, dai produttori e distributori che scelgono France Odeon come luogo privilegiato per presentare le proprie opere».
CINEMA D’OLTRALPE A FIRENZE
Sulla medesima lunghezza d’onda, il presidente Enrico Castaldi ha voluto sottolineare il valore affettivo e partecipativo del festival: «Ho amato da subito questo festival, la sua cornice, il suo pubblico, tutti coloro che ogni anno lavorano all’organizzazione. Per France Odeon abbiamo anche realizzato Passion Cinéma, un documentario sui rapporti tra il cinema italiano e francese per raccontare proprio i profondi legami artistici ed estetici che sono sempre esistiti tra i due Paesi e per dare continuità al lavoro svolto qui a Firenze da persone e istituzioni che, anno dopo anno, ha conquistato i cuori del pubblico». La pre-apertura del festival è prevista per mercoledì 29 ottobre, con una serata dedicata alle grandi figure della cinematografia francese: I Miti. Alle ore 19:00 si inizierà con il documentario Louis Malle, le révolté di Claire Duguet, presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, qui introdotto dallo storico del cinema Steve Della Casa. Un ritratto inedito e intimo di un cineasta fuori dagli schemi, raccontato attraverso la sua stessa voce e la memoria viva dei suoi film più iconici.
PRE-APERTURA DEL FESTIVAL
Di seguito, alle ore 20:30, omaggio a Claudia Cardinale con la proiezione di Les pétroleuses, di Christian-Jaque, western tutto al femminile che ribalta i codici del genere con ironia e libertà, interpretato da un’esuberante coppia Cardinale Bardot; la proiezione verrà introdotta dal critico cinematografico Steve Della Casa e dal presidente di France Odeon Enrico Castaldi. Ad aprire ufficialmente la manifestazione, giovedì 30 ottobre alle ore 17:00, presso la Sala Giordano di Palazzo Medici Riccardi, sarà la presentazione del libro “Carnets d’Ukraine”, di Michel Hazanavicius. Si tratta di una serie di testimonianze e disegni raccolti dal regista sul fronte di guerra ucraino nel 2023, il cui ricavato della vendita dei volumi è destinato a sostenere la ricostruzione di quel paese attraverso l’organizzazione United24. Hazanavicius sarà presente all’incontro per condividere la genesi e il significato profondo del suo carnet di guerra. La serata inaugurale avrà luogo poco meno di due ore dopo, alle 18:45 presso il Cinema La Compagnia, dove verranno accolti in sala Michel Hazanavicius, Stéphan Ly-Cuong, l’Ambasciatore di Francia Martin Briens e la giuria, che sarà composta dal regista Antonio Piazza, dall’attrice Celeste Dalla Porta e dal compositore Colapesce.
SERATA INAUGURALE CON ANTEPRIMA: LA VENUE DE L’AVENIR
In programma, in anteprima italiana, il film La venue de l’avenir di Cédric Klapisch, presentato al Festival di Cannes: una commedia dal sapore corale, malinconica e brillante, che riflette sulla trasformazione dei linguaggi dell’arte, dall’impressionismo all’immagine digitale, intrecciando legami familiari generazionali e la memoria collettiva.Il film uscirà in Italia il 13 novembre con il titolo I colori del tempo. Alle 21:30, sempre alla Compagnia, verrà proiettata l’opera fuori concorso “Vie privée”, di Rebecca Zlotowski, thriller psicologico e sofisticato che vede protagonista una Jodie Foster che scava nella relazione tra una psichiatra e la sua paziente scomparsa, valicando i sottili confini tra empatia, colpa e responsabilità. Venerdì 31 ottobre alle ore 11:15 si terrà un convegno sull’intelligenza artificiale generativa e il suo impatto sul diritto d’autore e la sostenibilità della produzione artistica, un incontro curato da Murmuris con il sostegno di SIAE e SACD, al quale parteciperanno esperti della materia quali Matteo Fedeli (direttore generale della SIAE), Pascal Rogard (direttore generale della SACD), Juana Torres, ricercatrice al LaborIA (INRIA), Erik Longo (docente di Diritto costituzionale e Diritto pubblico presso UniFi) e il regista Michel Hazanavicius.
COMUNITÀ VIETNAMITA E SGUARDI MEDITERRANEI
Nel pomeriggio, alle ore 17:00 in anteprima nazionale “Dans la cuisine des Nguyen”, di Stéphane Ly-Cuong, una commedia musicale dal gusto dolceamaro che narra del conflitto tra sogni personali e aspettative familiari all’interno della comunità vietnamita francese. Seguirà un Q&A, interlocuzione tra pubblico e regista in sala. Alle ore 19:00 la regista Prïncia Car presenterà in anteprima nazionale il suo “Les filles désir”, film vincitore del premio France Odeon di quest’anno Premio Regards Méditerranéens – Sguardi Mediterranei 2025; si tratta di un racconto forte, concepito da un laboratorio teatrale di periferia e girato con i ragazzi dei centri ricreativi di Marsiglia. Chiuderà la giornata alle ore 21:00 la proiezione di “Dalloway”, opera di Yann Gozlan ambientata in un futuro distopico che induce a riflettere sui limiti dell’intelligenza artificiale nel processo creativo. Il film è un’altra delle anteprime italiane di France Odeon. Sabato 1 novembre alle ore 11:00 sarà la volta di “Marcel et Monsieur Pagnol”, di Sylvain Chomet, che incanterà grandi e piccoli con un’animazione che omaggerà la figura di Marcel Pagnol, narrata con delicatezza e accompagnata dalla musica originale di Stefano Bollani; saranno presenti in sala Marco Luceri e lo stesso Bollani. La proiezione ha luogo in collaborazione con Lucca Comics and Games 2025.
FUKSAS E BARBERI RACCONTANO VON SPRECKELSEN E LA DÉFENSE
Alle ore 16:00 in anteprima nazionale “L’inconnu de la Grande Arche”, di Stéphane Demoustier, la scoperta dell’incredibile vicenda umana dell’architetto danese Otto Von Spreckelsen e della costruzione del monumento simbolo della Défense a Parigi. Interverrà l’architetto Massimiliano Fuksas, che terrà un incontro subito dopo la proiezione del film in dialogo con Valerio Barberis. La proiezione è realizzata in collaborazione con Ordine e Fondazione Architetti di Firenze. Alle 18:45 “C’est quoi l’amour?” di Fabien Gorgeart, presentato in anteprima mondiale dal regista e da Laure Calamy, che è la protagonista di questa raffinata commedia sulle seconde possibilità, i sentimenti che ritornano e la complessità e le rigidità del matrimonio religioso. In chiusura, alle ore 21:15, “Nouvelle Vague”, di Richard Linklater, una dichiarazione d’amore al cinema francese degli anni Sessanta e ai suoi protagonisti attraverso una maniacale accuratezza nel lavoro di ricostruzione storica e stilistica. Domenica 2 novembre alle ore 11:00, al cinema La Compagnia in programma l’incontro “Scritture – Le Mage du Kremlin: dal romanzo al film”, dialogo tra Emmanuel Carrère e Olivier Assayas moderato da Ritanna Armeni che verrà incentrato sull’adattamento cinematografico del romanzo di Giuliano da Empoli.
DOMENICA 2 NOVEMBRE
Nel pomeriggio, alle ore 15:00 verrà proiettato il film “Grand Ciel”, di Akihiro Hata, opera in concorso che affronta con realismo il tema delle morti bianche nei cantieri. Seguirà la cerimonia di premiazione. Alle 18.00 avrà luogo la proiezione di “Le Mage du Kremlin”, di Olivier Assayas, scritto a quattro mani con Emmanuel Carrère, uno sguardo affilato e spietato sul potere nella Russia contemporanea, con Jude Law e Paul Dano interpreti di ruoli memorabili; entrambi gli autori saranno presenti in sala. La XVIII edizione del Festival si concluderà alle ore 21.00 con “On ira”, di Enya Baroux, una delicata commedia drammatica in anteprima nazionale interpretata da una straordinaria Hélène Vincent che affronta il tema delle scelte esistenziali finali e dei legami familiari. Come da tradizione, la clôture del festival sarà occasione per assegnare i premi ufficiali di France Odeon. La prestigiosa Foglia d’Oro, creazione esclusiva in purissimo oro racchiuso tra due lastre di cristallo, è stata realizzata dall’antica e azienda fiorentina Giusto Manetti Battiloro, eccellenza artigianale di fama mondiale. Il premio verrà conferito dalla giuria ufficiale e dalla Giuria Giovani al miglior film in concorso. Altro ambito riconoscimento sarà il Premio Sguardi Mediterranei Regards Méditerranéens, opera d’arte in argento cesellato a mano realizzata dalla storica bottega orafa Pampaloni, attribuito al film che all’interno della selezione ufficiale sarà stato in grado di restituire uno scorcio originale e vitale del Mediterraneo quale spazio di dialogo, scambio e modello possibile di convivenza tra culture.
PREMIAZIONI E APPENDICE ALLA XVII EDIZIONE
Appendice del festival sarà l’evento in programma sabato 8 novembre alle ore 12:00 presso il Teatro del Sale, la presentazione del libro “Valentina Cortese, un breve secolo (1923–2023)”, scritto da Alfredo Baldi ed edito per i tipi di ETS. Ad accompagnare l’autore saranno i critici cinematografici Marco Luceri e Francesco Ranieri Martinotti. Un appuntamento speciale per rendere omaggio a una delle più affascinanti interpreti del cinema italiano e internazionale. Infine, il Festival rinnoverà anche quest’anno il proprio impegno per la sostenibilità ambientale, adottando pratiche virtuose volte a ridurre l’impatto ecologico. Tra queste l’uso responsabile della carta, la promozione dei supporti digitali, l’attenzione alla mobilità sostenibile e alla gestione differenziata dei rifiuti. Si tratta di un percorso di consapevolezza che riflette il desiderio di costruire un’idea di cultura sempre più etica, partecipata e rispettosa dell’ambiente che circostante, rinnovando altresì l’iniziativa Prima Fila Giovani, realizzata con il sostegno di Fondazione CR Firenze.
CREDITI E INFO
France Odeon è realizzato grazie al sostegno del MiC (Direzione Generale Cinema e Audiovisivo), Regione Toscana, Fondazione Sistema Toscana e in collaborazione con Ambasciata di Francia in Italia, Institut Français Italia, Accademia di Francia a Roma – Villa Medici, Associazione Murmuris. Main sponsor: Castaldi Partners. Sponsor: Findomestic, Transmec group, Publishing group LC e Fondazione Paolo Petrucco. Media partner sono Rai Cultura, Radio 3, Mymovies.it e Inside Art France Odeon fa parte dell’iniziativa “50 Giorni di Cinema a Firenze” realizzata grazie al Protocollo d’Intesa tra Comune di Firenze, Regione Toscana, Fondazione Sistema Toscana, Fondazione CR Firenze e Camera di Commercio di Firenze. Il progetto Prima fila giovani ha ottenuto il contributo di Fondazione CR Firenze.
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LOUIS MALLE LE RÉVOLTÉ
Di Claire Duguet Fuori concorso, presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, scheda tecnica:
titolo originale: Louis Malle le révolté;
regia: Claire Duguet;
sceneggiatura: Delphine Coulin, Muriel Coulin;
genere: documentario;
montaggio: Véronique Bruque;
musica: Antoine Glatard;
produzione: Kuiv Productions, INA.
Pur appartenendo a una delle dieci famiglie più ricche di Francia, Louis Malle non fu mai incoraggiato a intraprendere la strada del cinema. Forse proprio per questo, ogni suo film fu vissuto come una sfida. A partire dall’avventura con Jacques Cousteau, nel 1955, quando (improvvisandosi operatore subacqueo) si imbarcò sulla Calypso, firmando con Cousteau “Il mondo del silenzio”, documentario marino per eccellenza e vincitore di un Oscar. Un’altra sfida fu “Ascensore per il patibolo”, noir d’autore dalla regia elegante, reso immortale dalla colonna sonora improvvisata di Miles Davis, incisa in una sola sessione durante la proiezione del film. Poi “Les amants”, che fece scandalo per l’audacia delle sue immagini sensuali, divenute iconiche nella storia del cinema. Queste e altre tappe cruciali emergono attraverso la voce dello stesso Malle, registrata in epoche diverse e selezionata dalla regista Claire Duguet per comporre un ritratto intimo, appassionato e rigoroso. Un documentario che richiama alla memoria la retrospettiva curata da Aldo Tassone al Festival del Cinema Francese di Firenze nel 2007.
Claire Duguet. Nata a Libourne, Claire Duguet inizia la sua carriera al fianco di Agnès Varda, come assistente alla regia e direttrice della fotografia. Nel 2013 entra all’atelier di sceneggiatura della Fémis, dove approfondisce la drammaturgia con Yves Lavandier, Scott Myers e Sara Wikler. Ha firmato tre cortometraggi e oltre venti documentari televisivi. È stata membro di varie giurie, tra cui quella del festival Chéries-Chéris (2017) e della Queer Palm al Festival di Cannes (2019).
LES PÉTROLEUSES: OMAGGIO A CLAUDIA CARDINALE
Di Christian-Jaque; scheda tecnica:
titolo originale: Les pétroleuses;
regia: Christian-Jaque;
sceneggiatura: Daniel Boulanger, Guy Casaril e Marie-Ange Aniès;
genere: western;
interpreti: Claudia Cardinale, Brigitte Bardot e Patrick Préjean;
fotografia: Henri Persin;
montaggio: Nicole Gauduchon;
musica: Francis Lai, Christian Gaubert;
produzione: Vides Cinematografica.
Ci sono film che, rivisti a distanza di decenni, sembrano cambiare categoria. Les pétroleuses, western del 1971 diretto da Christian-Jaque, è uno di questi. Pur nato come Bmovie, oggi sorprende per originalità e libertà creativa, elementi forse trascurati all’epoca della sua uscita. L’ambientazione (un villaggio francofono nel Far West, dove lo sceriffo americano consulta un vocabolario per farsi capire) è solo il primo indizio di un film ironico e anticonvenzionale. Il secondo è la sua struttura sociale ribaltata: pistolere donne che dominano e ridicolizzano i cow-boy, qui rappresentati come personaggi deboli e disorientati. Il cuore del film sono però le due protagoniste: Claudia Cardinale e Brigitte Bardot, esuberanti, magnetiche e perfettamente complementari. Insieme, incarnano una sensualità intelligente e giocosa, in un’opera che è al tempo stesso parodia, commedia e inno alla spensieratezza. A poco più di un mese dalla scomparsa di Claudia Cardinale, vera icona e ponte tra il cinema italiano e quello francese, questo omaggio vuole restituire al film tutta la sua freschezza. Un’occasione per ricordarla con leggerezza, nel segno della vitalità, dell’ironia e della gioia di vivere che l’hanno resa unica. Un film che celebra anche il piacere semplice e profondo di sedersi in sala per godersi novanta minuti di puro divertimento.
Christian-Jaque. Christian-Jaque (pseudonimo di Christian Maudet), nato a Parigi nel 1904 e scomparso nel 1994, è stato uno dei registi più noti del cinema francese del XX secolo. Attivo dal 1932 al 1985, ha diretto oltre sessanta film, firmando alcuni dei più grandi successi popolari del dopoguerra. Dopo gli studi alle Écoles des Beaux-Arts e des Arts Décoratifs, inizia la carriera come scenografo, per poi passare alla regia nei primi anni Trenta. Il suo cinema si muove tra commedia, avventura storica e melodramma, con un gusto spettacolare e narrativo che lo ha reso un autore molto amato dal pubblico europeo. Lavorò spesso con grandi interpreti, tra cui Fernandel, Brigitte Bardot e Martine Carol, sua moglie dal 1954 al 1959. Tra i suoi titoli più noti “Fanfan la Tulipe” (1952), vincitore del Prix de la mise en scène a Cannes, e “Lo spettro del passato” (1946), entrambi presentati in concorso al Festival di Cannes. La sua filmografia comprende anche classici come “Carmen”, “Nanà”, “Babette va alla guerra”, “La legge è legge” e “Le pétroleuses”. A partire dagli anni Settanta si dedica anche alla televisione, firmando numerose serie e miniserie. Nel 1985 riceve il César onorario alla carriera. È stato insignito della Legion d’onore e di numerose onorificenze francesi. Riposa al cimitero parigino di Père-Lachaise.
LA VENUE DE L’AVENIR
Di Cédric Klapisch, commedia drammatica; scheda tecnica:
regia: Cédric Klapisch;
sceneggiatura: Cédric Klapisch e Santiago Amigorena;
interpreti: Suzanne Lindon, Abraham Wapler e Vincent Macaigne;
fotografia: Alexis Kavyrchine;
montaggio: Anne-Sophie Bion;
scenografia: Marie Cheminal;
suono: Cyril Moisson, Nicolas Moreau e Katia Boutin;
musica: Rob;
produzione: Ce Qui Me Meut;
distribuzione internazionale: Studiocanal;
distribuzione in Italia: Teodora Film.
Solo una mente poliedrica come quella di Cédric Klapisch poteva costruire un racconto che intreccia genealogie, epoche storiche e identità con leggerezza e profondità. La venue de l’avenir parte da una premessa surreale quanto irresistibile: quattro sconosciuti scoprono improvvisamente di essere parenti e comproprietari di un’eredità. Da questo evento nasce una spirale narrativa che mescola il presente cosmopolita di Parigi con la Francia ottocentesca, in un continuo gioco di specchi tra passato e futuro. Sulle tracce della fotografia nascente e delle tele impressioniste, i personaggi attraversano eventi storici e drammi familiari alla ricerca di sé. Al centro della vicenda c’è Adèle, ventenne orfana di padre, interpretata da una luminosa Suzanne Lindon, la cui storia si riflette in quella di Seb (Abraham Wapler), suo inconsapevole alter ego moderno. Klapisch orchestra con sapienza una commedia dal ritmo brillante e dalle emozioni profonde, in cui il tempo diventa un palcoscenico per raccontare chi siamo e da dove veniamo.
Cédric Klapisch. Regista e sceneggiatore francese, Cédric Klapisch debutta nel 1989 con il cortometraggio “Ce qui me meut”. Il primo lungometraggio, “Rien du tout” (1992), gli vale subito una nomination ai César. Raggiunge il successo internazionale con “Le péril jeune” (1994), a cui seguono opere molto amate come “Ognuno cerca il suo gatto” (1996), “Aria di famiglia” e la trilogia iniziata con “L’appartamento spagnolo” (2002), proseguita con “Bambini del destino” e “Ritorno a casa”. Abile osservatore delle dinamiche sociali e familiari, Klapisch alterna commedia e dramma con grande equilibrio. Tra i suoi titoli più recenti, “Parigi” (2008), “La vita è una danza” (2022) e “La venue de l’avenir” (2025), che conferma il suo talento nel costruire narrazioni corali capaci di emozionare e far riflettere.
VIE PRIVÉE
Di Rebecca Zlotowski, thriller psicologico; scheda tecnica:
regia: Rebecca Zlotowski;
sceneggiatura: Anne Berest, Rebecca Zlotowski;
interpreti: Jodie Foster, Daniel Auteuil e Virginie Efira;
fotografia: George Lechaptois (AFC);
montaggio: Géraldine Mangenot;
scenografia: Katia Wyszkop;
suono: Thomas Desjonquères, Nicolas Cantin;
musica: Rob;
produzione: Les Films Velvet;
distribuzione internazionale: Goodfellas;
distribuzione in Italia: Europictures.
Chi non ha mai immaginato, almeno una volta, di poter spiare nella vita intima del proprio analista? Di attraversare quella soglia invisibile che separa il paziente dal terapeuta, cercando di capire chi si cela dietro la maschera del professionista. In Vie privée, Jodie Foster interpreta Lilian Steiner, una nota psichiatra parigina dalla personalità rigida e impenetrabile. Nulla sembra turbarla, nemmeno il suicidio improvviso di Paula (Virginie Efira), una paziente seguita da anni. Ma quell’evento inaspettato apre una crepa, insinuando in lei il dubbio più temuto: e se si fosse lasciata sfuggire un segnale? Inizia così un’indagine personale e inquieta che scardina le certezze, rimette in discussione le relazioni più intime e dissolve ogni barriera tra la vita professionale e quella privata. Un thriller psicologico raffinato, tra colpa e responsabilità, che ci costringe a chiederci quanto davvero conosciamo chi abbiamo davanti.
Rebecca Zlotowski. Nata a Parigi nel 1980, Rebecca Zlotowski si forma alla prestigiosa scuola di cinema La Fémis, dove studia sceneggiatura. Il suo film di diploma, “Belle épine” (2010), diventa anche il suo primo lungometraggio ed è selezionato alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes. Protagonista del film è Léa Seydoux, che vince il César come miglior attrice emergente. Nel 2013 torna a Cannes con “Grand Central”, questa volta nella sezione Un Certain Regard. Continua a collaborare con grandi interpreti femminili: Natalie Portman in “Planetarium” (2016), Virginie Efira in “Les Enfants des autres” (2022) e Jodie Foster in “Vie privée” (2025), presentato in anteprima a France Odeon. Il suo cinema esplora con sensibilità e rigore le zone d’ombra dell’identità e delle relazioni.
DANS LA CUISINE DES NGUYEN
Di Stéphane Ly-Cuong, commedia musicale; scheda tecnica:
regia: Stéphane Ly-Cuong;
sceneggiatura: Stéphane Ly-Cuong;
interpreti: Clotilde Chevalier, Anh Tran Nghia e Gaël Kamilindi;
fotografia: Alexandre Icovic;
montaggio: Tuong Vi Nguyen Long;
scenografia: Caroline Long Nguyên;
suono: Roman Dymny e Nikolas Javelle;
musica: Clovis Schneider e Thuy-Nhân Dao;
produzione: Respiro Productions;
distribuzione internazionale: The Party Film Sales;
distribuzione in Italia: Kitchenfilm.
La famiglia Nguyen, emigrata in Francia per sfuggire alla povertà del Vietnam, si è ormai stabilizzata da anni. La figlia, Yvonne Nguyen (Clotilde Chevalier), nata dall’incontro tra due mondi (come il regista stesso, Stéphane Ly-Cuong) si trova in bilico tra due identità culturali e due modelli di vita. Sogna di diventare una stella del musical, ma la madre, custode di tradizioni e aspettative, la vorrebbe medico di famiglia. E per tenerla lontana dal palcoscenico la costringe a lavorare nel ristorante etnico di famiglia, nell’auspicio di riportarla sulla «retta via». Quello che inizia come uno scontro tra generazioni si trasforma presto in un percorso reciproco di riconoscimento e riconciliazione. Madre e figlia, in cucina e nella vita, impareranno a vedersi per ciò che sono, al di là delle aspettative. Sul fondo, una Parigi apparentemente aperta, ma ancora intrappolata in un immaginario esotico ereditato dal passato coloniale, che si manifesta anche in domande innocue solo in apparenza: «Da dove vieni?» Con leggerezza e profondità, Dans la cuisine des Nguyen intreccia identità, appartenenza e sogni tra note di musical e scontri familiari, disegnando un ritratto intimo e universale allo stesso tempo.
Note di regia: «Da anni, nei miei cortometraggi e spettacoli, racconto storie legate alla diaspora vietnamita in Francia. Sono temi che mi toccano da vicino e oggi sento il bisogno e la responsabilità di far sentire la nostra voce. Nguyen Kitchen è un film che parla di identità, di distanza generazionale e di dialoghi familiari spesso silenziosi. Nella mia famiglia, si dimostra come amore attraverso la cucina. Come Yvonne, anche io ho passato anni a cercare il mio posto tra due culture, tra la Francia e il Vietnam. Ho scelto di raccontare questa storia attraverso una commedia musicale e culinaria. Il musical mi accompagna fin dall’infanzia: prima con i film europei, poi con quelli hollywoodiani e infine con gli studi di cinema a New York. Ho scritto per quasi vent’anni articoli su questo genere, e quando ho iniziato a scrivere questo film, mi è sembrato naturale farne un musical. La musica ha un potere emotivo straordinario e permette di superare i limiti del reale. E mentre la musica è il linguaggio di Yvonne, la cucina è quello della madre: piena di poesia, colori, suoni e sensazioni. Il cibo diventa una forma di comunicazione affettiva e sensoriale. Con questo film voglio anche mostrare un mondo che conosco bene e che raramente vedo rappresentato sullo schermo. Io voglio dare spazio a volti, corpi, storie diversi, non per seguire le quote, ma perché questo è il mondo in cui vivo. Un mondo ricco, pluralistico, non uniforme. Questo è il cinema che voglio fare. E spero di riuscire a realizzarlo insieme a chi condivide questa visione.
LES FILLES DÉSIR
Di Prïncia Car, film drammatico; scheda tecnica:
regia: Prïncia Car;
sceneggiatura: Léna Mardi;
interpreti: Housam Mohamed, Leïa Haïchour e Lou Anna Hamon;
fotografia: Raphaël Vandenbussche;
montaggio: Flora Volpelière;
scenografia: Lili-Jeanne Benente;
suono: Florent Klockenbring;
musica: Damien Bonnel, e Kahina Ouali;
produzione: After Hours Production;
distribuzione internazionale: SND.
Una rivoluzione silenziosa e dal basso, quella di Prïncia Car, che dai sobborghi marsigliesi porta alla ribalta la voce degli emarginati. Con Les filles désir, la regista trasforma il teatro in uno strumento potente di espressione e guarigione collettiva. Al centro della storia c’è Omar, giovane leader che prende in gestione il centro estivo del quartiere, spazio simbolico della sua infanzia. Sostenuto da una comunità affiatata, sta per sposare la diciassettenne Yasmine. L’armonia apparente si incrina con il ritorno di Carmen, amica d’infanzia dal passato difficile, che riapre ferite nascoste e fa emergere il peso invisibile della mentalità patriarcale. Girato con i ragazzi dei laboratori teatrali della regista, il film è una testimonianza vibrante di autodeterminazione e presa di coscienza. Un racconto sincero, autentico, che ci interroga sulle gabbie sociali e culturali ancora presenti nei nostri contesti più fragili.
Prïncia Car. Nata e cresciuta a Marsiglia, Prïncia Car avvia nel 2017 una serie di progetti artistici nei quartieri più difficili della città, tra cui workshop e laboratori teatrali rivolti ai giovani dei centri ricreativi. Da queste esperienze nasce il cortometraggio “Barcelona” (2019), selezionato al Festival di Clermont-Ferrand. Anni dopo, con alcuni degli stessi ragazzi, realizza il suo primo lungometraggio, “Les filles désir” (2025), presentato alla Quinzaine des Cinéastes del Festival di Cannes. Il suo cinema nasce dall’urgenza del reale, con uno sguardo radicalmente empatico verso le periferie e chi le abita.
DALLOWAY
Di Yann Gozlan, thriller; scheda tecnica:
regia: Yann Gozlan;
sceneggiatura: Yann Gozlan, Nicolas Bouvet-Levrard e Thomas Kruithof;
interpreti: Cécile de France, Lars Mikkelsen e Anna Mouglalis;
fotografia: Manu Dacosse (SBC);
montaggio: Valentin Féron;
scenografia: Thierry Flamand (ADC);
suono: Armance Durix e Guadalupe Cassius;
musica: Philippe Rombi;
produzione: Mandarin & Compagnie;
distribuzione internazionale: Gaumont.
Clarissa (Cécile de France) è una scrittrice affermata, ospite di una fondazione d’élite che sviluppa sistemi di intelligenza artificiale al servizio della creatività. Isolata in un residence ultramoderno, abitato esclusivamente da artisti e pensatori di fama internazionale, è pronta a consegnare alla fondazione il suo prossimo romanzo. Nel silenzio controllato di questo ambiente ipertecnologico, Clarissa cerca di superare la crisi creativa raccontando gli ultimi istanti di vita di Virginia Woolf, figura speculare che incarna la possibilità di sublimare, attraverso la scrittura, il dolore personale: la perdita del figlio, morto suicida. Al suo fianco (costante, invisibile e inquietante) Dalloway, intelligenza artificiale avanzata, progettata per accompagnarla, stimolarla, monitorarla. Un assistente virtuale che si insinua tra le pieghe della mente, tra verità e allucinazione. In una Parigi del futuro segnata da nuove restrizioni sanitarie e dal crescente controllo robotico, Clarissa si rifugia nella sua torre d’avorio digitale, dove il confine tra macchina e coscienza si fa sempre più sottile. Con una magnetica interpretazione di Cécile de France, Dalloway è un thriller psicologico teso e perturbante, che interroga i limiti dell’intelligenza artificiale, della memoria e della creazione artistica.
Yann Gozlan. Nato a Aubervilliers nel 1977, è un regista e sceneggiatore francese attivo nel cinema di genere, in particolare nel thriller psicologico e nell’azione. Dopo gli esordi con cortometraggi sperimentali, come “Pellis” (2003) e “Écho” (2006), debutta nel lungometraggio con “Caged” (2010), un horror ambientato nel mondo del traffico di organi umani, premiato al Screamfest di Los Angeles. Con “A Perfect Man” (2015) e “Burn Out” (2017), consolida il suo stile narrativo teso ed elegante, mescolando tensione drammatica e ritmo d’azione. “Black Box” (2021), interpretato da Pierre Niney, è il suo maggiore successo di pubblico: oltre 1,2 milioni di spettatori in Francia e una candidatura ai César per la miglior sceneggiatura originale. Nel 2023 dirige “Visions”, thriller psicologico con Diane Kruger e Mathieu Kassovitz, mentre con “Dalloway” (2025) affronta per la prima volta il tema dell’intelligenza artificiale applicata alla creatività, firmando una riflessione inquieta e contemporanea sul ruolo dell’artista. Autore raffinato e appassionato di cinema di tensione, collabora regolarmente con sceneggiatori come Nicolas Bouvet-Levrard e Thomas Kruithof, e ha lavorato anche come produttore associato per “D’après une histoire vraie di Roman Polanski” (2017).
MADAME ET MONSIEUR PAGNOL
di Sylvain Chomet, Film d’animazione; scheda tecnica:
regia: Sylvain Chomet;
sceneggiatura: Sylvain Chomet;
voci: Laurent Lafitte e Géraldine Pailhas;
direzione artistica: Lana Choukroune;
animazione: Xiaopeng Jiao;
scenografia: Patrick Sadzot;
suono: Nicolas Leroy;
musica: Stefano Bollani;
produzione: What the Prod, Onyx Films;
distribuzione internazionale: Elle Driver, Sony Pictures Classics.
Nella selezione dedicata ai quarant’anni del Festival del Cinema Francese di Firenze, non poteva mancare un omaggio al cinema d’animazione, tra i generi più rappresentativi della produzione francese. A firmarlo è Sylvain Chomet, autore di culto noto per il suo stile inconfondibile (Les Triplettes de Belleville, L’illusionniste), che con questo film rende omaggio a Marcel Pagnol, uno degli scrittori e cineasti più amati del Novecento. Nato nel 1895, lo stesso anno in cui i fratelli Lumière davano vita al cinematografo, Pagnol avrebbe compiuto quest’anno 130 anni. Chomet sceglie di celebrarlo con un’opera che parla tanto agli adulti, che conoscono i suoi romanzi e i suoi film, quanto ai più giovani, che possono qui scoprire per la prima volta la sua storia e la sua voce. Il film prende spunto da un episodio reale: quando Hélène Lazareff, fondatrice del periodico Elle, propose a Pagnol di scrivere le sue memorie. Il racconto si apre così al viaggio nella memoria del celebre autore che, ormai sessantenne, rievoca l’infanzia e i momenti salienti della sua carriera. Con la consueta raffinatezza visiva e un’animazione poetica, Chomet ci guida in un universo ricco di nostalgia, humour e umanità, accompagnato dalla splendida colonna sonora originale firmata da Stefano Bollani. Un’opera che è allo stesso tempo tributo, racconto di formazione e atto d’amore per la cultura francese.
Sylvain Chomet. Sylvain Chomet si forma all’École Supérieure de l’Image di Angoulême, dove inizia a farsi conoscere come autore di fumetti. Esordisce con Le Secret des libellules (Futuropolis), cui seguono progetti in collaborazione con Nicolas de Crécy, tra cui l’adattamento del romanzo Bug-Jargal di Victor Hugo. Con Léon la came (Casterman), sempre con de Crécy, vince il Prix René Goscinny e il Grand Prix al Festival di Angoulême. Passa poi al cinema d’animazione, scrivendo e dirigendo il cortometraggio La Vieille Dame et les Pigeons, premiato con un Bafta Award, il Grand Prix ad Annecy e una nomination agli Oscar. Il suo primo lungometraggio, “Les Triplettes de Belleville” (2003), ottiene uno straordinario successo internazionale e due candidature agli Oscar (Miglior film d’animazione e Miglior canzone originale). Nel 2006 debutta nel cinema dal vero con un episodio per “Paris, je t’aime”, mentre nel 2010 torna all’animazione con L’Illusionniste, tratto da una sceneggiatura inedita di Jacques Tati. Il film vince l’European Film Award, il César per il Miglior film d’animazione e riceve nuove nomination agli Oscar e ai Golden Globes. Con Attila Marcel firma il suo primo lungometraggio live action, prodotto da Claudie Ossard. In seguito torna all’animazione con “Marcel et Monsieur Pagnol”, proseguendo parallelamente collaborazioni prestigiose: con Stromae per il videoclip Carmen, con Matt Groening per un celebre couch gag dei Simpson, e con Todd Phillips per la sequenza di apertura di Joker: Folie à deux.
Stefano Bollani. Stefano Bollani è un musicista per il quale la musica rappresenta un terreno di gioco inesauribile, da reinventare costantemente, da solo o in compagnia. Compositore, pianista e improvvisatore tra i più versatili della scena contemporanea, trova ispirazione nei più diversi stili musicali, pur privilegiando l’esplorazione del presente attraverso l’improvvisazione. Ha suonato al fianco di maestri come Enrico Rava, suo mentore, Chick Corea, Richard Galliano, Bill Frisell, Lee Konitz, Paul Motian e Pat Metheny, collaborando con etichette di riferimento del jazz internazionale come ECM, Label Bleu e ACT Records. Con la stessa energia si esibisce come solista con importanti orchestre sinfoniche, tra cui la Gewandhausorchester di Lipsia, l’Orchestra del Teatro alla Scala di Milano e l’Orchestre National de Paris, eseguendo compositori a lui cari come Gershwin, Ravel e Poulenc, sotto la direzione di bacchette prestigiose come Riccardo Chailly, Kristjan Järvi, Daniel Harding, Zubin Mehta e Antonio Pappano. Ha un legame profondo con il Brasile, dove ha inciso due album a Rio de Janeiro (“Carioca” nel 2007 e “Que bom” nel 2018), collaborando con artisti come Hamilton de Holanda, Caetano Veloso e Chico Buarque. Accanto alla musica ha sviluppato numerosi progetti teatrali e letterari, tra cui il romanzo La sindrome di Brontolo e spettacoli come Primo Piano (con Banda Osiris) e La regina dada, scritto e interpretato insieme alla moglie Valentina Cenni. In radio ha creato il personaggio del Dr. Djembè, ironico e colto musicologo protagonista per anni su RadioRai3. In televisione è stato conduttore di programmi originali dove musica e parole si fondono, come Sostiene Bollani (Rai3) e L’importante è avere un piano (Rai1). Dal 2021 conduce con Valentina Cenni il programma quotidiano di Rai3 “Via dei matti numero zero”, giunto alla quarta stagione, dedicato alla divulgazione musicale con tono brillante e appassionato. Nel 2022 ha ricevuto alla Mostra del Cinema di Venezia il Soundtrack Stars Award come miglior compositore per il cinema. Ha inoltre vinto un Nastro d’argento nel 2021 per “Carosello Carosone” e un David di Donatello nel 2023 per la colonna sonora di “Il pataffio”.
L’INCONNU DE LA GRANDE ARCHE
Di Stéphane Demoustier, drammatico; scheda tecnica:
regia: Stéphane Demoustier;
sceneggiatura: Stéphane Demoustier;
interpreti: Claes Bang, Sidse Babett Knudsen e Xavier Dolan;
fotografia: David Chambille;
montaggio: Damien Maestraggi;
scenografia: Catherine Cosme;
suono: Julien Sicart Tan-Ham, Sarah Lelu, Eddie Simonsen e Johannes Rasmus Rose;
musica: Olivier Marguerit;
produzione: Ex Nihilo;
distribuzione internazionale: Le Pacte;
distribuzione in Italia: Movies Inspired.
C’è un cubo laggiù, che si staglia all’orizzonte della Parigi contemporanea. Un cubo di marmo bianco, riflettente, enigmatico: è la Grande Arche de la Défense, monumento simbolo dell’epoca Mitterrand. Ma chi fu l’uomo che ne disegnò le forme? A partire dal libro di Laurence Cossé, La Grande Arche, Stéphane Demoustier ricostruisce la storia dimenticata dell’architetto danese Otto Von Spreckelsen, vincitore nel 1983 del concorso internazionale per progettare il cuore del nuovo quartiere parigino dedicato all’economia. Di lui si ricordano appena il nome e qualche fotografia. Un inconnu, appunto. A interpretarlo, con sobria intensità, Claes Bang (già protagonista in “The Square”, di Ruben Östlund), che incarna un uomo idealista, visionario e tragicamente solo, scontrandosi con le logiche politiche e burocratiche del potere francese. Attraverso uno sguardo poetico e lucido, il film ci interroga sul fragile equilibrio tra vocazione e ambizione, sulla sottile linea che separa la visione dalla cecità, e sul momento in cui l’umano è chiamato a riconoscere i propri limiti. C’è un cubo laggiù, ci ricorda Demoustier, che osserva immobile lo scorrere della storia. Un cubo che ci dice che, forse, siamo tutti “sconosciuti” davanti all’infinito.
Stéphane Demoustier. Stéphane Demoustier, nato a Lille nel 1977, è uno dei registi più interessanti della nuova generazione del cinema francese. Dopo una serie di cortometraggi, debutta nel lungometraggio con “Terre battue” (2014), selezionato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Nel 2017 presenta alla Berlinale, nella sezione Generation, il medio metraggio “Allons enfants”. Il riconoscimento della critica arriva nel 2019 con “La fille au bracelet”, presentato al Festival di Locarno e vincitore del César per la Miglior sceneggiatura adattata. Nel 2023 firma “Borgo”, che vale alla protagonista Hafsia Herzi il César per la Miglior attrice. Con “L’inconnu de la Grande Arche” (2025), suo quarto lungometraggio, Demoustier prosegue la sua esplorazione del rapporto tra individuo e istituzioni, firmando un’opera raffinata e politica, capace di interrogare le ambizioni, i sogni e le fragilità della condizione umana.
C’EST QUOI L’AMOUR?
Di Fabien Gorgeart, commedia; scheda tecnica:
regia: Fabien Gorgeart;
sceneggiatura: Fabien Gorgeart;
interpreti: Laure Calamy, Vincent Macaigne e Mélanie Thierry;
fotografia: Jeanne Lapoirie;
montaggio: Jean-Christophe Hym;
scenografia: Louise le Bouc Berger;
suono: Mathieu Descamps;
musica: Gabriel des Forêts;
produzione: Petit Film, Deuxième Ligne;
distribuzione internazionale: Ginger & Fed;
distribuzione in Italia: Movies Inspired.
Marguerite e Sofiane sono una coppia felicemente sposata che cerca di sopravvivere al caos della figlia adolescente Raphaelle. Ma la loro routine quotidiana viene sconvolta quando l’ex marito di Marguerite, Fred, si presenta con una richiesta urgente e assolutamente assurda: devono divorziare di nuovo… questa volta per annullare il loro matrimonio cattolico! Inizialmente sprezzante, Marguerite acconsente, tuttavia non prende sul serio la procedura. Dopotutto, cosa potrebbe mai andare storto? Il suo atteggiamento superficiale finisce per innescare inavvertitamente una reazione a catena di assurdità burocratiche. Prima che se ne rendano conto, Marguerite, Sofiane, la figlia adolescente Raphaelle, Cloe, la nuova fidanzata di Fred, così come Lea, la figlia adulta di Marguerite e Fred, si imbarcano in un viaggio folle e anticonformista in Vaticano.
Fabien Gorgeart. Fabien Gorgeart ha iniziato la sua carriera nel mondo del teatro, come attore e assistente alla regia. Dal 2007 ha realizzato diversi cortometraggi, tra cui “Le Sens de l’orientation”, premiato nel 2012 con il premio della giuria al Festival internazionale del cortometraggio di “Clermont-Ferrand”. Nel 2017 ha diretto il suo primo lungometraggio, Diane a les épaules. Il suo secondo lungometraggio, “La Vraie Famille” (2021), gli è valso il premio per la miglior regia al Beijing International Film Festival. Oltre a numerosi altri riconoscimenti, il film ha ricevuto il Valois della giuria e il Valois dell’attrice, assegnato a Mélanie Thierry alla XIV edizione del Festival del cinema francofono di Angoulême. A teatro, Fabien Gorgeart ha messo in scena Stallone, tratto dal racconto di Emmanuèle Bernheim e “Rien ne s’oppose à la nuit”, tratto dall’omonimo romanzo di Delphine de Vigan nel 2022. Nel 2023 Fabien Gorgeart ha diretto diversi episodi della serie “Les bracelets rouges”. Sempre nel 2023, torna a teatro adattando “Les Gratitudes” di Delphine de Vigan. Nel 2025 torna a lavorare con Mélanie Thierry per il suo terzo film, “Cos’è l’amore?”, insieme a Laure Calamy e Vincent Macaigne.
NOUVELLE VAGUE
Di Richard Linklater, biografico drammatico; scheda tecnica:
regia: Richard Linklater ;
sceneggiatura: Vince Palmo e Holly Gent ;
genere: biopic;
durata: 106 minuti;
interpreti: Guillaume Marbeck, Zoey Deutch e Aubry Dullin;
fotografia: David Chambille;
montaggio: Catherine Schwartz;
scenografia: Katia Wyszkop;
suono: Jean Minondo;
produzione: ARP Sélection;
distribuzione internazionale: Goodfellas;
distribuzione in Italia: Lucky Red.
Se in Italia solo Ettore Scola con “Che strano chiamarsi Federico” ha sentito il bisogno di portare sullo schermo la vita di un gigante come Fellini, in Francia Jean-Luc Godard è stato spesso celebrato, basti pensare a “Le Redoutable” (2017) di Michel Hazanavicius, che ne decostruiva con ironia lo stile. Con “Nouvelle Vague”, presentato al Festival di Cannes, Richard Linklater sceglie invece la strada dell’omaggio sincero e appassionato, ricreando la lavorazione del leggendario À bout de souffle (Fino all’ultimo respiro). Il film è una dichiarazione d’amore a Godard e all’intera generazione della Nouvelle Vague, che ha rivoluzionato il cinema francese (e non solo) negli anni Sessanta. Il tributo si estende anche a Truffaut, Chabrol, Rivette, Rohmer, Demy, Varda, Rozier e a tutti i protagonisti di quella stagione irripetibile. Il risultato è una ricostruzione dettagliata e coinvolgente: attori straordinari e somiglianti, una fotografia che riprende fedelmente lo stile visivo dell’epoca e un susseguirsi di aneddoti, noti e meno noti, che rendono omaggio al mito senza mai scadere nella retorica. Nouvelle Vague ha la forma del documentario, ma è finzione pura: un racconto vibrante per chi ama il cinema e la sua storia, ma anche (e forse, soprattutto) per chi si avvicina per la prima volta al fascino del «fare cinema».
Richard Linklater. Richard Linklater, regista, sceneggiatore e produttore statunitense, è una delle voci più originali e riconoscibili del cinema indipendente americano. Nato a Houston, Texas, si è affermato per il suo stile narrativo anticonvenzionale e per la capacità di esplorare il tempo, la memoria e i rapporti umani con sguardo intimo e profondo. Dopo gli esordi con “Slacker” (1991) e “La vita è un sogno” (1993), si impone a livello internazionale con “Prima dell’alba” (1995), primo capitolo di una trilogia cult realizzata nell’arco di quasi vent’anni insieme a Ethan Hawke e Julie Delpy che è proseguita con “Before Sunset” (Prima del tramonto, del 2004) e “Before Midnight” (2013). Tre opere che ottengono ampi consensi, due candidature all’Oscar per la sceneggiatura e consolidano il suo stile fondato su dialoghi realistici e riflessioni esistenziali. Nel 2014 realizza il suo progetto più ambizioso: “Boyhood2, girato nell’arco di dodici anni con gli stessi attori, che racconta la crescita di un ragazzo dall’infanzia all’adolescenza. Il film conquista due Golden Globe, due BAFTA e sei candidature agli Oscar, consacrando Linklater tra i grandi autori contemporanei. Patricia Arquette, protagonista, vince l’Oscar come miglior attrice non protagonista. Regista versatile, ha firmato anche titoli molto diversi quali “School of Rock” (2003), “Waking Life” (2001), “A Scanner Darkly” (2006), “Bernie” (2011) ed “Everybody Wants Some!!!” (2016), dimostrando sempre grande coerenza nel trattare temi come il passare del tempo, la ricerca di senso, l’identità. Vegetariano convinto, ha realizzato per PETA il breve documentario Veghood, ispirato al suo stile e al suo stile di vita. È direttore artistico della Austin Film Society, da lui fondata nel 1985, e vive ad Austin con la compagna Christina Harrison, da cui ha avuto tre figlie, tra cui Lorelei Linklater, attrice in Boyhood. Tra i suoi ultimi lavori si ricordano “Apollo 10 e mezzo” (2022), “Hit Man – Killer per caso2 (2023) e “Blue Moon2 (2025). Nel 2025 presenta a Cannes Nouvelle Vague, omaggio al cinema francese degli anni Sessanta e in particolare a Jean-Luc Godard, ulteriore testimonianza della sua passione per la storia del cinema e la sua capacità di reinventarla con uno sguardo personale e mai banale.
GRAND CIEL
Di Akihiro Hata, thriller drammatico; scheda tecnica:
regia: Akihiro Hata;
sceneggiatura: Akihiro Hata e Jérémie Dubois;
interpreti: Damien Bonnard, Samir Guesmi e Mouna Soualem;
fotografia: David Chizallet;
montaggio: Suzana Pedro;
scenografia: Autore-Sophie Gledhill;
suono: Céline Bodson e Jenne Delplancq;
musica: Carla Pallone;
produzione: Good Fortune Films;
distribuzione internazionale: WTFilms;
distribuzione in Italia: No.Mad Entertainment;
Quattro morti, tre feriti e un disperso, recita Il bollettino dell’enorme tragedia fiorentina consumatasi nel cantiere Esselunga, a febbraio 2024. Quanto vale una vita umana? Sembra chiederselo anche il regista Akihiro Hata, con questo primo film, ispirato al caso di un operaio francese trovato morto sul posto di lavoro. Il protagonista, Vincent (interpretato con intensità da Damien Bonnard), è un caposquadra oppresso dalla responsabilità di mantenere la propria famiglia e dal peso morale del suo ruolo ambiguo, a metà tra i vertici dell’azienda e i colleghi operai. Attorno a lui, un ambiente duro, disumanizzante, fatto di rumori assordanti e assenza di parole, dove le condizioni di lavoro sono precarie e le vite umane sembrano sacrificabili. Quando iniziano a verificarsi misteriose sparizioni di operai, Vincent si trova costretto a confrontarsi con una realtà ancora più spaventosa. Grand Ciel non è solo la cronaca di un luogo, ma un manifesto lucido e spietato sulla fragilità dell’essere umano davanti alla logica del profitto.
Akihiro Hata. Nato in Giappone, Akihiro Hata si trasferisce in Francia all’età di diciannove anni. Dopo aver studiato cinema presso l’Université Paris-I, frequenta la prestigiosa scuola di cinema La Fémis, specializzandosi in regia. Si fa notare con i cortometraggi “Les invisibles” (2015) e “On the Hunt” (2016), entrambi selezionati al Festival di Clermont-Ferrand. Nel 2018 realizza il documentario “Solitary Boy. Grand Ciel” (2025) è il suo primo lungometraggio di finzione: un esordio potente e politico che conferma la sua capacità di osservare con lucidità le tensioni sociali contemporanee attraverso il linguaggio del cinema.
LE MAGE DU KREMLIN
Di Olivier Assayas, thriller politico; scheda tecnica:
regia: Olivier Assayas;
sceneggiatura: Olivier Assayas ed Emmanuel Carrère;
interpreti: Paul Dano, Jude Law e Alicia Vikander;
fotografia: Yorick Le Saux;
montaggio: Marion Monnier;
scenografia: François-Renaud Labarthe;
suono: Nicolas Cantin e Nicolas Moreau;
musica: Alessia Alberti e Valerian Denis;
produzione: Curiosa Films;
distribuzione internazionale: Gaumont;
distribuzione in Italia: 01 Distribution.
C’è anche un po’ di Firenze in “Le Mage du Kremlin”, non solo perché la riflessione sul potere, sui suoi meccanismi e le sue derive nella Russia post-Eltsin richiama inevitabilmente il pensiero di Machiavelli, ma anche per la genesi stessa dell’opera: il film è tratto dal romanzo omonimo di Giuliano da Empoli, ex assessore alla cultura di Palazzo Vecchio, scritto in francese e divenuto uno dei bestseller più sorprendenti del panorama letterario francese del 2022. Il progetto ha attirato l’attenzione di Olivier Assayas, autore da sempre sensibile alle tensioni politiche e morali del nostro tempo, che ha firmato la sceneggiatura insieme a Emmanuel Carrère, tra i più importanti scrittori contemporanei europei. A interpretare i due protagonisti di questo affascinante thriller geopolitico, Jude Law nei panni di un inquietante Vladimir Putin, e Paul Dano in quelli di Vladislav Sourkov, il suo enigmatico consigliere ispirato a figure reali della politica russa. Assayas costruisce un racconto rigoroso e visivamente potente, che affronta con lucidità la trasformazione della Russia contemporanea, svelando le logiche oscure del potere e il loro impatto sulla scena internazionale. Una riflessione spietata e attuale, che parte dal passato per arrivare con forza al presente segnato dalla guerra in Ucraina.
Olivier Assayas. Olivier Assayas, nato a Parigi nel 1955, è uno dei registi e sceneggiatori più rappresentativi del cinema francese contemporaneo. Figlio di Jacques Rémy (pseudonimo di Raymond Assayas), sceneggiatore di origini sefardite greche nato a Costantinopoli, e della stilista ungherese Catherine de Károlyi, cresce in un ambiente cosmopolita e profondamente legato all’arte. Fin da giovane si avvicina al cinema collaborando con il padre e lavorando come assistente in grandi produzioni internazionali girate in Francia, tra cui Il principe e il povero di Richard Fleischer e Superman di Richard Donner. Dopo il suo primo cortometraggio, “Copyright” (1979), entra nella redazione dei Cahiers du Cinéma, dove scrive fino al 1985 distinguendosi per l’interesse verso il cinema orientale e per l’approccio critico anticonvenzionale. Appassionato anche di musica rock, collabora nel frattempo come sceneggiatore con André Téchiné e Laurent Perrin, prima di esordire nel lungometraggio con “Désordre” (1986), ritratto disincantato della gioventù parigina degli anni Ottanta. Da allora costruisce un percorso autoriale coerente, centrato sui temi del disordine emotivo, delle relazioni e dell’identità in crisi, firmando film come “Il bambino d’inverno” (1989), “Contro il destino” (1991) e “L’eau froide” (1994). Con “Irma Vep” (1996), omaggia il cinema di Louis Feuillade e a quello di Hong Kong, ottiene il riconoscimento internazionale e inaugura la sua collaborazione, anche personale, con l’attrice Maggie Cheung. Nel 2000 dirige “Les Destinées sentimentales”, ambiziosa saga in costume con Emmanuelle Béart e Isabelle Huppert, seguita da titoli come “Demonlover” (2002), “Clean” (2004), “L’heure d’été2 (2008), “Carlos” (2010), “Sils Maria” (2014) e “Personal Shopper” (2016), per il quale riceve il Premio per la Miglior Regia al Festival di Cannes. Nei lavori più recenti, come “Il gioco delle coppie” (2018), “Wasp Network” (2019) e “Hors du temps” (2024), continua a esplorare con rigore le tensioni del mondo contemporaneo, tra politica, tecnologia e memoria personale. Con “Le Mage du Kremlin” (2025), tratto dal romanzo di Giuliano da Empoli, affronta per la prima volta il potere politico in chiave apertamente geopolitica, confermandosi come uno degli autori più lucidi e versatili del cinema europeo.
Emmanuel Carrère. Emmanuel Carrère, nato a Parigi nel 1957, è uno degli scrittori e cineasti più influenti della narrativa e del pensiero europeo contemporaneo. Figlio dello storico Louis Carrère e della politologa Hélène Carrère d’Encausse, membro dell’Académie française, proviene da una famiglia cosmopolita di origini georgiane e russe. Laureato a Sciences Po, inizia la carriera come critico cinematografico per la rivista Télérama, prima di esordire nella narrativa nel 1983 con L’ami du jaguar. Dopo alcuni romanzi di finzione, raggiunge il successo internazionale con “L’Avversario” (2000), ricostruzione del caso reale di Jean-Claude Romand, un uomo che visse per anni nella menzogna. Con questo libro Carrère inaugura un nuovo stile di scrittura che fonde autobiografia, reportage e riflessione etica, rendendolo una delle voci più riconoscibili della letteratura francese contemporanea. I suoi libri successivi (“La vita come un romanzo russo”, “Vite che non sono la mia”, “Limonov”, “Il Regno”, “Yoga” e “V13”) hanno consolidato la sua fama internazionale per la capacità di intrecciare esperienza personale e analisi storica, psicologica e spirituale. “Limonov”, biografia romanzata del dissidente russo Eduard Limonov, ha vinto il Prix Renaudot ed è stato tradotto in oltre trenta lingue. Parallelamente all’attività letteraria, Carrère ha lavorato come sceneggiatore e regista. Ha diretto documentari e film come “Retour à Kotelnitch” (2003), “La Moustache” (2005) e “Tra due mondi” (2021), e ha collaborato alla sceneggiatura di “Le Mage du Kremlin” (2025) di Olivier Assayas. Le sue opere sono state spesso adattate per il cinema e la televisione, confermando la forza visiva e drammatica della sua scrittura. Riconosciuto a livello internazionale, Carrère ha ricevuto numerosi premi, tra cui il Prix Renaudot (2011), il Premio Giuseppe Tomasi di Lampedusa (2016) e il Premio Principessa delle Asturie per la Letteratura (2021). La sua opera, tradotta e pubblicata in Italia da Adelphi, unisce introspezione e indagine sul reale, esplorando con coraggio i confini tra verità, identità e immaginazione.
ON IRA
Di Enya Baroux, commedia drammatica; scheda tecnica:
regia: Enya Baroux; sceneggiatura: Enya Baroux, Martin Darondeau e Philippe Barrière;
interpreti: Hélène Vincent, Pierre Lottin e David Ayala;
fotografia: Hugo Paturel;
montaggio: Baptiste Ribrault;
scenografia: Astrid Tonnellier;
suono: Franck Duval, Charles de Ville ed Emmanuel de Boissieu;
musica: Dom La Nena;
produzione: Bonne Pioche Cinéma / CarnavalProductions;
distribuzione internazionale: Ginger & Fed;
distribuzione in Italia: Movies Inspired.
Marie (Hélène Vincent), ottantenne, ha deciso di porre fine alla propria vita. Desidera solo trascorrere, con leggerezza e serenità, gli ultimi giorni accanto alla sua famiglia, se solo loro lo sapessero. Teme però il rifiuto e, per non dover affrontare l’incomprensione dei suoi cari, costruisce un piccolo teatro di bugie: il figlio Bruno e la nipote Anna, ignari di tutto, accettano di accompagnarla in un viaggio verso la Svizzera insieme a un improbabile operatore sanitario (Pierre Lottin) afflitto dalla sindrome dell’impostore. Ognuno, mosso da motivazioni personali, si ritroverà a condividere momenti fatti di malintesi, risate, abbracci e calore umano senza sapere che saranno gli ultimi istanti accanto a Marie. Con uno sguardo delicato e mai banale, la giovane regista Enya Baroux accompagna lo spettatore lungo il percorso inevitabile della protagonista, intrecciando leggerezza e profondità, ironia e commozione. “On ira” diventa così un viaggio intimo e universale, dove ogni legame trova il proprio equilibrio e la scelta finale di Marie si trasforma in un inno alla dignità umana.
Enya Baroux. Enya Baroux è un’attrice, regista e sceneggiatrice francese nata a Rouen il 19 agosto 1991. Figlia del regista e attore Olivier Baroux e di Caroline Dubacq, è anche la figlioccia di Kad Merad. Dopo una formazione teatrale al Centre culturel de Rueil-Malmaison, ha studiato all’École supérieure de réalisation audiovisuelle. Ha iniziato la sua carriera come assistente alla regia in film come “Les Tuche 2”, prima di passare alla regia di cortometraggi. Il suo “Cache-Cash” (2018) ha ottenuto premi al Festival di Meudon. Come attrice ha recitato in film come “Le Doudou2 (2018), “Just a Gigolo” (2019) e “Le Visiteur du futur” (2022), dove interpreta il ruolo femminile principale. Nel 2024 ha co-creato e diretto la serie “Fleur Bleue” per Canal+ insieme a Martin Darondeau, di cui è anche protagonista. La serie, composta da episodi brevi, affronta temi sociali come ecologia e femminismo attraverso i dialoghi tra il personaggio di Fleur e i suoi incontri amorosi. La seconda stagione è uscita nel 2025. Ha esordito nel lungometraggio con “On ira” (2025), premiato al Festival di Alpe d’Huez per le interpretazioni femminili. È attiva anche nel mondo pubblicitario, avendo realizzato uno spot per BNP Paribas e Roland-Garros nel 2025.
MICHEL HAZANAVICIUS A FRANCE ODEON 2025
Il regista di “The Artist” racconterà la guerra in Ucraina mediante disegni e parole: A Firenze avrà luogo la prima italiana del suo toccante Carnets d’Ukraine (Allary Éditions): giovedì 30 ottobre 2025 alle ore 17:00 presso la Sala Giordano di Palazzo Medici Riccardi in Via Camillo Cavour 3; ingresso libero fino a esaurimento posti. «Nulla mi obbligava ad andarci», così si apre “Carnets d’Ukraine”, il nuovo, potente libro di Michel Hazanavicius, celebre cineasta vincitore di cinque Oscar sarà ospite di France Odeon, dove presenterà in prima assoluta italiana questo progetto editoriale e umano straordinario. Nel novembre 2023, Hazanavicius scelse di lasciare la propria vita parigina, sicura, familiare e creativa, per rispondere all’appello di un amico ucraino arruolatosi e andato al fronte. Da questo viaggio sul campo tra le trincee del Donbass è nato un taccuino. Con parole e disegni, l’autore racconta i volti, le voci e le vite di chi combatte una guerra spesso invisibile agli occhi dell’Occidente. Uomini e donne non nati soldati, ma diventati combattenti per necessità. Ex avvocati, musicisti, programmatori, madri, padri, volontari. Ogni capitolo del libro è il ritratto scritto e illustrato di una persona reale (Sasha, Oleg, Angela, Kolya) che resiste, sopravvive, spera. Un’opera di grande valore civile e politico, che tocca con rispetto e profondità il cuore dell’Europa. Michel Hazanavicius, noto per la sua ironia raffinata e il talento cinematografico, qui si mostra in una nuova veste: testimone silenzioso, cronista umile e artista empatico. La sua esperienza diretta al fronte si traduce in un libro visivamente potente, pubblicato da Allary Éditions, i cui diritti sono interamente devoluti a United24, iniziativa a sostegno della ricostruzione e difesa dell’Ucraina. L’incontro sarà occasione di ascoltare dal vivo il racconto di questo viaggio, emotivo prima ancora che geografico, e riflettere sul significato di impegno e responsabilità individuale in tempi di guerra. France Odeon rinnova così un legame profondo con Hazanavicius, amico storico del festival, accogliendo con urgenza e gratitudine un’opera che trascende il cinema per toccare la coscienza collettiva. L’ingresso all’evento è libero fino ad esaurimento posti.
Michel Hazanavicius. Michel Hazanavicius nasce a Parigi l’29 marzo 1967 in una famiglia di origini ebraiche, lituane e polacche. Studia all’École nationale supérieure d’arts de Paris-Cergy ma lascia prima del diploma per lavorare a Canal+, dove inizia come stagista grazie a Dominique Farrugia. Nel 1993 si fa notare con La Classe américaine, un film culto costruito su spezzoni di vecchie pellicole americane ridoppiate con dialoghi comici, che segna l’inizio del suo stile fatto di pastiche e cinefilia ironica. Dopo aver girato spot pubblicitari e un primo lungometraggio (Mes amis), ottiene grande successo con le commedie parodiche “OSS 117: Le Caire, nid d’espions” (2006) e “OSS 117: Rio ne répond plus” (2009), parodie del genere spionistico con Jean Dujardin. Nel 2011, realizza “The Artist”, omaggio al cinema muto hollywoodiano, con cui conquista il mondo: vincitore di cinque Oscar (tra cui miglior film, regia e attore), sei César, tre BAFTA e tre Golden Globe. È il primo regista francese a ottenere l’Oscar alla miglior regia dopo Polanski. Nel 2014 presenta a Cannes “The Search”, film drammatico sulla guerra in Cecenia, che però divide la critica. Nel 2017 dirige “Le Redoutable”, un ritratto ironico di Jean-Luc Godard con Louis Garrel, e nel 2020 firma “Le Prince oublié”, film per famiglie con Omar Sy. Nel 2022 apre Cannes con “Coupez! (Z comme Z)”, una commedia metacinematografica a tema zombie, remake del giapponese “One Cut of the Dead”. Nel 2024 esordisce nell’animazione con “La Plus Précieuse des marchandises”, tratto da un racconto sull’Olocausto di Jean-Claude Grumberg. È noto per il suo umorismo raffinato, le citazioni cinefile e un uso sapiente del linguaggio cinematografico classico in chiave comica o critica. Dal 2019 è presidente del consiglio d’amministrazione della scuola di cinema La Fémis. Impegnato socialmente, ha scritto lettere pubbliche contro lo Stato Islamico e a favore del regista ucraino Oleg Sentsov, donando anche fondi a United24. Ha rifiutato di dirigere il terzo OSS 117 per disaccordi sul progetto. Oggi è considerato uno dei registi più originali e riconoscibili del cinema francese contemporaneo.
FRANCE ODEON: CREDITI
France Odeon è realizzato grazie al sostegno del MiC (Direzione Generale Cinema e Audiovisivo), Regione Toscana, Fondazione Sistema Toscana e in collaborazione con Ambasciata di Francia in Italia, Institut Français Italia, Accademia di Francia a Roma Villa Medici, Associazione Murmuris. Main sponsor: Castaldi Partners. Sponsor: Findomestic, Transmec group, Publishinggroup LC e Fondazione Paolo Petrucco. Media partner: Rai Cultura, Radio 3, Mymovies.it e Inside Art L’iniziativa fa parte di “50 Giorni di Cinema a Firenze”. Il progetto Primafila Giovani ha ottenuto il contributo di Fondazione CR Firenze.



