Tel Aviv, 16 ottobre 2025; a cura di Yakoov Lappin, articolo pubblicato da “JNS” https://www.jns.org/turkey-wants-to-replace-iran-and-encircle-israel/ – Sotto la direzione personale e ideologica di matrice islamista del presidente Recep Tayyip Erdoğan, la Turchia aspira a costituire un accerchiamento strategico dello Stato ebraico. Questo è l’allarme lanciato un esperto di terrorismo israeliano pochi giorni dopo la pubblicazione dei rapporti che hanno evidenziato come l’amministrazione statunitense presieduta da Donald Trump starebbe valutando la possibilità di consentire ad Ankara di acquisire i caccia F-35. Secondo quanto riferito, il sostegno turco al piano di tregua in venti punti della Casa Bianca al quale la Turchia si è resa disponibile, ha aumentato le possibilità di quest’ultima di immettere in linea con la propria forza aerea il caccia stealth, seppure ciò non sia ancora stato ufficialmente confermato.
ERDOĞAN E L’ACCERCHIAMENTO DI ISRAELE
Il professor Ely Karmon, ricercatore senior presso l’Istituto internazionale per l’antiterrorismo della Reichman University di Herzliya e membro del gruppo israeliano non di parte Coalizione per la sicurezza regionale, ha dichiarato a JNS nei giorni scorsi che, qualora il piano di Erdoğan di assumere il controllo militare della Siria dovesse avere successo e se, contestualmente, Ankara riceverà la legittimazione a un impegno militare oltre i suoi confini unitamente ai finanziamenti da parte del Qatar per la ricostruzione della striscia di Gaza, essa sostituirà in gran parte l’Iran e la sua ambizione di circoscrivere Israele in un angusto e pericoloso anello militare e politico». Lo stesso Karmon ha altresì ammonito che «quando si tratta di Israele, Erdoğan è colui che detta la politica della Turchia. Egli è personalmente responsabile del deterioramento delle relazioni bilaterali tra i due Paesi, poiché nutre forti risentimenti anti-israeliani che fondano su convinzioni religiose profondamente radicate. Egli semplicemente disprezza Israele».
STRATEGIA DI ANKARA PER IL MEDIO ORIENTE
Il ricercatore della Reichman University ha quindi approfondito le radici di questa animosità: «Essa viene incanalata attraverso una strategia politica calcolata. Il presidente Erdoğan attribuisce grande importanza alla questione palestinese presentandosi nelle vesti di protettore dei palestinesi e dei luoghi sacri islamici a Gerusalemme. Sfruttando la questione palestinese Erdoğan sta cercando di presentare la Turchia agli occhi dell’opinione pubblica araba come una potenza leader in Medio Oriente al fine di ricavarne legittimità nella regione». Una strategia che consta del sostegno palese e duraturo all’organizzazione terroristica Hamas. «Nel marzo 2006 Erdoğan invitò una delegazione di alto rango di Hamas a visitare la Turchia, fu subito dopo il successo alle elezioni del Consiglio legislativo palestinese – ricorda Karmon -, lo fece contrariamente al parere dei suoi consiglieri e alle posizioni dei media turchi».
SOSTEGNO FORNITO AGLI ISLAMISTI RADICALI PALESTINESI
«Da allora, le relazioni politiche e operative con Hamas hanno continuato a crescere – sostiene Karmon -, un sostegno che è divenuto tangibile nel maggio 2010, quando la Mavi Marmara, una nave turca che trasportava un nutrito gruppo di militanti turchi della Foundation for Human Rights and Humanitarian Relief (IHH), ha guidato una flottiglia internazionale che ha cercato di rompere il blocco di sicurezza israeliano della Striscia di Gaza. La campagna di influenza di Ankara si è estesa anche allo stesso Israele. Anche i rapporti con l’ala settentrionale del Movimento islamico in Israele, a sua volta messo al bando nel 2015, si sono rafforzati, poiché entrambi condividono un’ideologia comune e il loro obiettivo è promuovere Gerusalemme come tematica nel discorso islamico radicale. Sessantatré milioni di dollari donati dal governo turco sono stati trasferiti a organizzazioni di Gerusalemme Est dedite alla protezione e al rafforzamento del patrimonio e del carattere musulmano della città. Parte del denaro ha finanziato il movimento Murabitu, che annovera tra le sue fila attivisti islamisti radicali maschi, e il Murabitat, che invece è formato da donne, militanti che hanno molestato e aggredito fisicamente gli ebrei in visita al Monte del Tempio».
DETERIORAMENTO DELLE RELAZIONI
Dopo il massacro del 7 ottobre 2023 perpetrato da Hamas, la retorica di Erdoğan ha raggiunto un nuovo apice di asprezza. «L’11 ottobre – prosegue il ricercatore di Herzliya -, Erdoğan ha affermato che l’assedio e il bombardamento di Gaza da parte di Israele in risposta all’attacco di Hamas erano stati una risposta sproporzionata, un “massacro”, secondo le sue parole, ma non ha condannato il massacro di civili da parte di Hamas». La situazione è degenerata sensibilmente quando il presidente turco nel marzo del 2024 nel corso di un proprio discorso tenuto a Istanbul ha dichiarato che Ankara “sostiene fermamente Hamas” e che “nessuno può obbligarci a dichiarare Hamas un’organizzazione terroristica”, paragonando il primo ministro dello Stato ebraico Benjamin Netanyahu e il Governo israeliano a “Hitler, Mussolini e Stalin, come i nazisti di oggi”. A questa retorica sono poi seguiti i fatti». Il mese seguente (aprile) Erdoğan ha interrotto tutti i legami economici con Israele e ha sottoscritto la petizione della Corte internazionale di giustizia del Sudafrica che accusava Israele di genocidio.
IL CONTROLLO DELLA SIRIA NEL DOPO-ASSAD
Karmon sostiene che la Turchia stia sfruttando il crollo del regime di Assad per aumentare drasticamente la propria influenza in Siria, con implicazioni dirette per Israele. «Con la caduta del regime di Assad e il declino dello status dei suoi due principali alleati, Russia e Iran, in Siria, la Turchia ha colto l’opportunità di incrementare significativamente la sua influenza sul Paese arabo nel campo della difesa, tra gli altri, in un apparente tentativo di trasformarlo in un protettorato turco». Karmon fa riferimento a una dichiarazione del gennaio 2025 resa pubblicamente dal ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, che affermò come «in questa nuova èra, la Turchia è il pastore e il protettore» di tutti i gruppi in Siria. Un’ambizione sostenuta con la forza, dato che nel Paese, che confina direttamente con la Turchia, sono attivi 90.000 combattenti dell’Esercito nazionale siriano (SNA), organizzazione sostenuta da Ankara che appoggia il presidente siriano Ahmed al-Sharaa e che è stata accusata di rapimenti, estorsioni e altri crimini.
F-35 AMERICANI O EUROFIGHTER TYPHOON DAL QATAR?
Secondo un rapporto pubblicato il 10 ottobre dello scorso anno dalla Fondazione per la difesa delle democrazie, organismo che ha la propria sede a Washington DC, alla fine di una sua precedente visita ufficiale negli Stati Uniti d’America, Erdoğan avrebbe lasciato la capitale a mani vuote per quanto concerne la questione relativa alla fornitura dei caccia F-35. In un articolo di stampa pubblicato dal “The National Interest” lo stesso giorno si faceva invece riferimento alla volontà dei turchi di optare per l’acquisizione degli Eurofighter Typhoon, velivoli di produzione europea che verrebbero ceduti all’aviazione di Ankara da quella del Qatar. In ogni caso un evidente indice dell’intenzione di potenziare il proprio strumento militare. Tuttavia, se si tiene presente il recente accordo sul rilascio degli ostaggi mediato dagli Stati Uniti, il risarcimento americano apparrebbe particolarmente ingente. Secondo un articolo pubblicato l’8 ottobre dal quotidiano turco “Daily Sabah”, a Erdoğan sarebbe stata promessa la fornitura degli F-35 e si ritiene inoltre che egli acquisisca ulteriore legittimità nel processo di attuazione dell’accordo sulla striscia di Gaza.
L’ANALISI DEL MOSSAD
Oded Ailam, già a capo della divisione antiterrorismo del Mossad e attualmente ricercatore presso il Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs (JCSFA), ha posto in guardia dal ruolo distruttivo della Turchia. In una recente analisi elaborata per Mako, Eilam ha sostenuto che «è difficile ignorare le profonde aspirazioni dell’attuale presidente turco», che egli descrive come «animato dal desiderio di far risorgere l’impero ottomano e trasformarlo in un sultanato moderno», aggiungendo che «ciò avviene parallelamente al rafforzamento della cooperazione militare fra Turchia ed Egitto, che quest’anno ha incluso incontri tra i capi di stato maggiore di entrambi i paesi e discussioni sullo sviluppo congiunto delle industrie e delle manovre militari». L’ex dirigente del Mossad sostiene inoltre che «nell’ultimo decennio la Turchia, non soltanto ha rafforzato la propria flotta attraverso l’acquisizione di sottomarini di tipo avanzato, sviluppando una portaerei leggera e dotandosi di nuovi armamenti per gli attacchi navale, ma ha anche rafforzato la sua cooperazione con altri paesi del Medio Oriente. Dunque, Israele non è l’unico paese che si trova ad affrontare questa visione neo-ottomana, poiché vi sono anche la Grecia e Cipro, come altri che dovranno fare i conti con la crescente dominazione turca. Israele può festeggiare l’accordo per Gaza, ma non addormentarsi invece di stare in guardia». Infine, ammonisce Eilam: «Se il Mar Mediterraneo è una scacchiera, Erdoğan vi ha già piazzato più di una regina: ci ha piazzato un’intera flotta».
L’AUTORE
Yaakov Lappin è un corrispondente dalle aree di crisi e analista di affari militari che vive in Israele. Egli è analista interno presso il Miryam Institute, ricercatore associato presso l’Alma Research and Education Center e il Begin-Sadat Center for Strategic Studies dell’Università Bar-Ilan. Commentatore delle dinamiche e strategie è spesso ospite di emittenti televisive internazionali, tra le quali Sky News e i24 News. È è autore di “Virtual Caliphate: Exposing the Islamist State on the Internet”.



