Roma, 15 ottobre 2025; a cura di Salvo Germano – Parlare alla Casa internazionale delle donne de “La signora dai cento cappelli” è per me un piacere, e ringrazio per l’invito: mi sento onorato nel leggervi brevi stralci, estrapolati qua e là, alcuni dei quali impressi nella memoria, esponenziali, non solo, di un laborioso e febbrile lavoro biografico, (anche per i tempi strettissimi in cui è stato scritto, per l’impellenza ad essere scritto) ma che inevitabilmente per abilità scritturale è assurto a valenza di saggio biografico per i trasversali risvolti sociali, giurisprudenziali e antropologici, interconnessi alla complessa figura della Signora dai cento cappelli, sotto i quali si staglia il personaggio di Maria Laura Annibali.
MARIA LAURA ANNIBALI, LA SIGNORA DAI CENTO CAPPELLI
Tuttavia mi sono appuntato nel cassetto del cuore alcune riflessioni, après lecture, di questo piccolo grande libro, scritto veramente con anima, senza scopo di lucro, un regalo alla causa dei diritti civili, per i quali l’autrice profonde e spende grande interesse e impegno come giurista, esperta in comunicazione e giornalismo sia di testata che radiofonico. Una personalità di alto profilo che merita una riflessione a parte. Io, personalmente ho qualche difficoltà a introiettare in una cornice, Antonella Giordano, mi sfugge a qualsiasi definizione univoca: professoressa universitaria? Giurista? Scrittrice? Poetessa? Saggista? Senatore accademico? Filantropa? Donna, tra l’altro, che per la specchiata condotta civile e sociale si fregia di alcuni importanti riconoscimenti dalla Presidenza della Repubblica. Ma si sa, lei, discreta com’è, non ama gli encomî o le rappresentazioni trionfalistiche di sé. All’apologia di se stessa preferisce immaginare il continuo progresso civile dello Stato, che in questo frangente mostra segni di indebolimento patologico, distorsione e mistificazione della politica, tesa a ridisegnare la storia, edulcorandola a pura ideologia.
IL LIBRO
Il libro si apre a prospettive diverse, a seconda le angolature in cui si focalizza l’attenzione del lettore. Quella della Giordano, è una icastica narrazione acronica, avulsa da ogni sequenzialità temporale dei fatti. Potrei iniziare da pagina 85, nella quale l’autrice consegna alla storia pregressa e futura la natura del personaggio «il cui bene non ha colori né divise». Ma è estremamente importante dare il giusto senso a un’umanità in cui l’Io non si sovrapponga al Noi, in una società sempre più frastagliata da ideologie, messe a punto e inclinabili ad uno sfrenato individualismo, alla prevaricazione del sé e la sintesi di modelli educativi e comportamentali di massificazione o distrazione di massa, in cui la diversità è una colpa, (il sintagma «diverso» deriva etimologicamente dal latino diversus che è il participio passato di divertere, che significa volgere da un’altra parte, da un’altra sponda).
DIVERSITÀ E COLPA
Poiché la storia del personaggio non si esaurisce con l’ultima pagina del libro, continuerà in tutto ciò che di buono potrà fare, con i mezzi che le sono propri: docufilm, divulgazione tematica nelle scuole, pragmatismo, finché le sue energie l’assisteranno. Il personaggio del libro ha superato gli ottanta anni, non ne fa un mistero. Ben portati, a dire il vero, ma dalla verve e dalla esuberanza giovanile, il suo attivismo non sembra arretrare di un solo centimetro. Più volte, ho definito Maria Laura Annibali un vulcano in piena, che al momento opportuno, con l’abbrivio dello slancio, erutta una imponente colata di lava fosforescente, che illumina, in modo spettacolare, il paesaggio circostante, scuotendolo dalla torpitudine in cui esso è avvolto, dando vita ad una reazione a catena, che coinvolge in modo virulento le coscienze addormentate, in quescienza, che godono, sì, della bellezza di tale scenario, ma lo guardano inerti meravigliate, e che tuttavia non agiscono. Perdonate la metafora vulcano – Annibali, ma credo calzi bene. E in questa lista includo, a volte, anche il sottoscritto.
ENFASI E IGNAVIA
Vorrei fare… vorrei dire… ma non mi espongo più di tanto. Non vado in trincea, in prima linea. Come se aspettasse agli altri manifestare, a scendere in piazza per dire: io ci sono e pretendo le mie ragioni. C’è chi lo grida in giacca e cravatta, chi in modo carnescialesco, nel caleidoscopico mondo LGBTQ+. Io sarei per mia indole più propenso alla prima immagine. Per usare un frammento poetico di Leopardi, che denunciava con dolore il decadimento dell’Italia per la mancanza di valori, scriveva: «L’armi, qua l’armi: io solo combatterò, procomberò sol io…». E con questa enfasi dovremmo cambiare il mondo, con l’arma della parola, che non deve, non può soccombere, imbrigliarsi nelle secrete dell’anima, ma emergere, prima con i fatti e poi con l’immenso bagaglio lessicale di cui si è a disposizione. Come quello dell’autrice, la cui penna, pungola, analizza, argomenta con delle riflessioni argute, degne di nota e di essere inserite nel cassetto dell’anima. Ma tutti insieme non possiamo, non vogliamo rinunciare al diritto a essere felici.
FARE POLITICA
Anche questo è far politica. Invocare il diritto alla felicità. Lo diceva già Platone, Aristotele, Rosseau, sì, perché non citarli, in un epoca in cui pare contare solo la forte valenza dei social e del mondo tecnologico. Ma in questo caso la tecnologia è stato d’aiuto alla narrazione del libro, poiché il raccontare ed il raccontarsi ha avuto luogo sul filo della comunicazione fb. Solo in un secondo momento, si è approdati a quel visage à visage per puntellare un quadro più organico e descrittivo della protagonista del libro. In una società, pur ancora regressiva e recalcitante di fronte alle diversità e al riconoscimento dei diritti civili, ci vorrebbero tante Signore dai cento cappelli. Chapeau! Che non a caso in francese, chapeau, significa «cappello». E tanto di cappello alla Signora dai cento cappelli, che è il personaggio dietro al quale emerge una persona singolare, di spessore, che dopo anni di silenzio, erutta lo stigma del lebismo, rendendosi paladina dei diritti civili e della dignità femminile. Si, è lei: Maria Laura Annibali.
UTOPIE
E se ognuno di noi indossasse uno di questi cappelli? Vivremmo, forse, in una società utopica e ideale, dove ciascuno si possa sentire Felice e Realizzato per quello che è, e non, per quello che deve essere o apparire, e ancora peggio, per quello che ha. Mi viene in mente il romanzo di Tommaso Moro, umanista inglese del Cinquecento in “Utopia”, dove immagina una società perfetta ed egalitaria, influenzato dalla filosofia platonica che già nel V secolo a.C. prospettava una mondo nel quale uomini e donne avessero gli stessi diritti. Siamo nel 2025 e ancora si parla di parità di genere, di violenza alle donne, al non riconoscimento del figlio da parte della madre non biologica all’interno della coppia lesbica, anche se qualcosa si muove a tal riguardo. Sembra che alcuni classici, seppur nel diverso contesto storico, umano e antropologico, non ci abbiano insegnato nulla. Ecco, dovremmo cominciare da lì.



