TURCHIA, curdi e politica. Il Pkk ha deposto le armi, ma Ankara tentenna

Non esiste un accordo di pace formale, né esistono garanzie legali o costituzionali vincolanti. A differenza dell’accordo di pace tra le Farc colombiane del 2016 o di quello raggiunto in Nepal dai maoisti nel 2006, non esistono documenti firmati o garanzie di terze parti (Onu, Unione europea, eccetera); non esiste un chiaro programma di disarmo, neppure dettagli sul futuro incerto che attende gli ex militanti; non esiste alcun impegno costituzionale o legale per rafforzare, anche solo in minima parte, i diritti dei curdi o per il rilascio di Oçalan

a cura di Shorsh Surme, pubblicato su “Panorama Kurdo” il 3 agosto 2025, https://www.panoramakurdo.it/2025/08/03/turchia-il-pkk-ha-deposto-le-armi-ma-ankara-tentenna/ – Il dialogo tra la Turchia e il fondatore del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), Abdullah Oçalan, è fondamentalmente sbilanciato, poiché allo stato attuale non si tratta né di una negoziazione tra due parti e né di un quadro basato sul riconoscimento reciproco. Piuttosto, è un esercizio ciclico e ostinato che ruota attorno alla logica: «Siete un gruppo terroristico, quindi dovete arrendervi, sciogliervi e reintegrarvi nella società civile sotto la sovranità turca. Vi permetteremo alcune riforme, a condizione che prima deponiate le armi incondizionatamente».

LA QUESTIONE CURDA

La posizione storica di Oçalan è che il Pkk sarebbe disposto a cessare i combattimenti, democratizzare il movimento e passare a una politica pacifica, ma soltanto se queste concessioni verranno accompagnate da modifiche costituzionali, dal riconoscimento politico e da quello dei diritti culturali dei curdi. Nel 2024 e nel 2025 il leader del Pkk ha cambiato tono, affermando che la guerriglia non era più efficace e che era giunto il momento della «politica e non delle armi». In effetti, questo mutamento di approccio può essere letto più come una transizione graduale che come un tradizionale processo negoziale, poiché sarebbe più legato alle dinamiche interne al Pkk che a un dialogo tra i Curdi e Ankara. Non esiste un accordo di pace formale, né esistono garanzie legali o costituzionali vincolanti. A differenza dell’accordo di pace tra le Farc colombiane del 2016 o di quello raggiunto in Nepal dai maoisti nel 2006, non esistono documenti firmati o garanzie di terze parti (Onu, Unione europea, eccetera); non esiste un chiaro programma di disarmo, neppure dettagli sul futuro incerto che attende gli ex militanti; non esiste alcun impegno costituzionale o legale per rafforzare, anche solo in minima parte, i diritti dei curdi o per il rilascio di Oçalan.

UN ACCORDO DI PACE: MA SU QUALI BASI?

In questa fase critica tutto dipenderà dalla fiducia di entrambe le parti e dalle loro interpretazioni della situazione, o più precisamente, dall’autorità di Oçalan sul suo movimento, oltreché dagli attuali calcoli strategici di Ankara. La Turchia considera qualsiasi proposta di colloqui bilaterali una minaccia alla legittimità dello stato e pertanto preferirebbe optare per lo smantellamento sistematico del Pkk piuttosto che per una soluzione di compromesso dialogica. La Turchia ha rifiutato le normali condizioni di pace, come il riconoscimento reciproco, la firma di accordi e le garanzie di terze parti, come negli esempi colombiani e nepalesi sopra menzionati, così come nel Sudan del Sud nel 2005, a favore di un approccio intransigente. Esistono altri esempi di gruppi di guerriglieri che hanno accettato di sciogliersi in cambio di concessioni limitate, per lo più riforme interne nominalmente varate al fine di rafforzare i diritti degli emarginati, come si può evincere dagli esempi di Aceh in Indonesia (2005), Bougainville in Papua Nuova Guinea (2001) e del Fronte di Liberazione Nazionale Moro nelle Filippine (1996).

STRADE STRETTE

Tuttavia, Ankara non ha ancora proposto riforme politiche concrete. I curdi devono quindi attendere la formazione di una commissione giuridica da parte del Parlamento turco per emendare alcune leggi, mentre la riforma costituzionale risulta più difficile a causa dei requisiti di un referendum. Al contrario, la Turchia auspica una resa incondizionata, nella speranza che questo fiorente processo di pace sia più simile a quanto accaduto con il gruppo separatista basco in Spagna nel 2011 o con le Tigri Tamil in Sri Lanka nel 2009, piuttosto che a precedenti esempi di scambio.

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