Storicamente, la prima transizione demografica è consistita nel passaggio della popolazione da regimi di elevata natalità ed elevata mortalità a regimi di bassa natalità e mortalità, un processo nel quale si è registrata dapprima una contrazione del numero dei decessi, quindi, successivamente, di quello delle nascite. Alla base di questo epocale mutamento risiedettero cause di natura economica, sociale, sanitaria, culturale oltre ad altre. In Italia questo fenomeno, che ha preso avvio alla fine del XIX Secolo, per concludersi poi negli anni Settanta del Secolo scorso, ha portato a un rapido incremento della popolazione.
LA SECONDA TRANSIZIONE DEMOGRAFICA
La seconda transizione demografica è stato un fenomeno che ha temporalmente seguito la prima, poiché ha rinvenuto i suoi incunaboli alla fine degli anni Settanta in Europa. Essa ha generato profondi mutamenti nei comportamenti, in primo luogo riproduttivi e familiari, con un notevole calo della fecondità (sceso al di sotto del cosiddetto livello di sostituzione, fissato in 2,1 figli per donna), elemento strutturale associato a un aumento dell’età nella quale si partoriva il primo figlio; numerose anche le trasformazioni di natura familiare, quali ad esempio la diffusione delle convivenze, il calo del numero di unioni matrimoniali e il parallelo aumento delle famiglie mono genitoriali. Ma, un aspetto caratterizzante questa fase è stata l’acquisizione di una maggiore autonomia da parte delle persone, in modo particolare delle donne, affermatosi in un periodo di radicali trasformazioni della società, si rifletta sull’impatto della contraccezione sul controllo della riproduzione.
UNA FASE DI ATTESA
Riguardo all’oggi alcuni parlano di una terza transizione demografica, altri ritengono che quella attuale sia una fase di attesa nella quale la fecondità permane molto bassa a fronte di un rafforzamento dell’invecchiamento della popolazione, contestuale a un suo declino in termini numerici. I demografi sostengono poi che i flussi migratori non sono sufficienti a compensare il calo delle nascite in un paese nel quale la forbice tra nascite e decessi si divarica sempre più. senza contare quella che gli studiosi della materia definiscono «trappola della bassa natalità», cioè la graduale riduzione delle generazioni di donne in età riproduttiva, con conseguente riduzione della prolificità anche in condizioni di fertilità e crescita del tasso di fecondità. Si tratta di una fase di incertezza caratterizzata da un modello demografico per molti divenuto ormai insostenibile.
ACCELERATA DENATALITÀ
Tra il 2025 e il 2030 in Italia è previsto un calo medio annuo della popolazione pari al -1,2×1000, dal 2030 al 2050, invece, una forte accelerazione di questo tasso di denatalità: -3,3×1000. Un’ulteriore causa strutturale della denatalità (accelerata) è l’incremento del tasso di mortalità derivante dall’invecchiamento medio della popolazione, con un saldo naturale (differenza tra nascite e decessi) sempre più negativo. Lo scenario ipotetico al 2050 è quello di un decremento della popolazione italiana a 54,7 milioni di persone a fronte degli attuali 59 milioni, prospettiva che si fa ancora più incerta qualora proiettata all’anno 2080 (previsioni oscillanti tra i 39 e i 53 milioni di abitanti). Apparente, poi, la crescita delle famiglie, che è esclusivamente numerica e cela una frammentazione della dimensione media di esse.
PRESENTE E FUTURO: FAMIGLIE SENZA NUCLEO E ANZIANI SOLI
Le previsioni ne indicano un incremento dai 26,5 milioni di oggi ai 27,2 del 2040, picco che dovrebbe preludere a una fase di contrazione. Si tratterà di una crescita numerica alimentata dalle famiglie senza nucleo, cioè quelle che non rinvengono relazioni di coppia o tra genitore e figli, attualmente 10,4 milioni (39% del totale), ma che nel 2050 potrebbe costituire addirittura il 44% del totale. Previsto in sensibile aumento il numero di persone che vivranno da sole, oggi in Italia sono 9,7 milioni (4,6 milioni gli ultrasessantacinquenni), ma potrebbero arrivare a 11 milioni nel 2050 e a incrementarne il numero saranno soprattutto gli anziani, non necessariamente in una dimensione catastrofica, ma magari in una società superlongeva, al netto degli inevitabili impatti della popolazione sulla sostenibilità del sistema paese.
di seguito la registrazione audio integrale della presentazione del rapporto Istat sull’attuale situazione e le prospettive demografiche future in Italia



