SPETTACOLO, classici. Harold Pinter al Teatro le Salette di Roma

Ne “I bei tempi andati” (Old times) messo in scena in questi giorni da Gianfranco Tomei non si rinvengono le marcate sfumature viscontiniane del lesbismo, per certi aspetti eccessive e rifiutate dallo stesso drammaturgo londinese autore del testo. Egli, infatti, è delicato e, se si vuole, anche misurato, tuttavia non perde alcuna occasione per rendere percettibile sensualità, possesso e gelosia. Si tratta degli elementi che animano la condotta dei tre personaggi sul piccolo ma oltremodo evocativo palcoscenico, dove è perfettamente riuscita la ricostruzione dell’ambiente, fatta con oggetti appropriati al tempo e al luogo. Di seguito la critica di Gianluca Ruotolo

a cura di Gianluca Ruotolo – In questi giorni Gianfranco Tomei, saggista e regista, ha colmato una lacuna mettendo in scena al Teatro Le salette di Roma “I bei tempi Andati” (Old times), un raro testo di Harold Pinter, premio Nobel per la letteratura e maestro del teatro dell’assurdo, che in Italia da decenni non veniva rappresentato sui palcoscenici.

I BEI TEMPI ANDATI

Lo scritto, a  tratti veramente enigmatico, coinvolge lo spettatore più per quel che tace che per quel che dice, insinuando un dubbio non solo sulla fallacia della memoria e sul valore dei ricordi, ma anche sull’ esistenza di una realtà oggettiva e condivisa. Molte cose infatti vengono solo accennate o suggerite dall’ autore, altre restano sullo sfondo, mentre per altre ancora tutto è lasciato alla interpretazione di chi assiste allo spettacolo. Tutto inizia con Deeley e Kate, molto ben interpretati da Giancarlo Villani ed Arianna Cigni. Si tratta di una coppia sposata e benestante che attende nel soggiorno di casa, un’isolata fattoria, l’arrivo di Anne, un’amica che Kate non vede da venti anni. Mentre lui è molto curioso di conoscerla, nella moglie c’è invece una sorta di reticenza o, quasi di disappunto, forse un po’ di gelosia del passato.

DEELEY, KATE E ANNE

Qui emerge anche una certa preoccupazione di Kate per la visita ed una tensione strisciante tra i coniugi. Dallo scambio tra di loro veniamo a sapere che Anne (sulla scena una convincente Sabrina Tutone) all’epoca era l’unica amica di Kate e che il rapporto tra le donne, ai tempi coinquiline, era forse ambiguo tanto che Anne (definita un po’ ladra) rubava all’amica la biancheria intima. Questa intimità tra le donne nello scritto di Pinter è soltanto accennata, anche se in un famoso allestimento del 1973, prima nazionale dello spettacolo al Teatro Argentina, Luchino Visconti ne forzò i contenuti mettendo in scena un amore saffico con Adriana Asti che recitava nuda nel ruolo di Kate, mentre Anne era interpretata dalla raffinata Valentina Cortese. Tale versione non fu accettata da Pinter, che, dopo averla fischiata in sala, dichiarò di non aver mai scritto una commedia lesbica dove una donna recita nuda e un uomo masturba la moglie.

LA CRITICATA MESSA IN SCENA VISCONTINIANA

Pinter ne criticò anche la mise en scene con un ring da pugilato collocato sul palcoscenico, a rappresentare lo scontro tra i personaggi, scelta considerata scontata e pedestre. Per rivedere “Old Times” nel nostro paese dovettero passare trent’ anni, fino alla versione del regista Roberto Andò che fu molto apprezzata dall’ autore. In quell’ occasione Pinter dichiarò che la sua piece veniva per la prima volta rappresentata in Italia, a parte il testo omonimo di Luchino Visconti. La regia di Tomei è molto rispettosa del testo con alcuni piccoli adattamenti che la rendono pienamente storia d’ oggi; lo spirito della pièce è rispettato fino in fondo. La scenografa Debora Troisi è pulita ed essenziale e tutto si svolge all’ interno di un salotto, dove la discussione si intreccia. Un gruppo di famiglia in un interno con ospite, tante cose di cui parlare e tante altre sulle quali tacere.

LA RAPPRESENTAZIONE DI TOMEI ALLE SALETTE

Pian piano alcuni nodi si sciolgono. All’ inizio abbiamo detto della tensione strisciante tra marito e moglie a causa di Anne. Questa sensazione si percepisce fin verso la fine della rappresentazione, quando lei dirà tranquillamente a Deeley di essere andata a trovarli non per turbare qualcuno o qualcosa, ma per festeggiare un’antica e rara amicizia che si era forgiata molto prima che lui nemmeno immaginasse la loro esistenza; lei aveva scoperto Kate, a cui aveva fatto conoscere persone magnifiche frequentando i locali più esclusivi. Anne desiderava solo la sua felicità, allora come oggi. Ma ancora non basta. In questa commedia ( definita così dallo stesso autore) il gioco dell’ equivoco è molto spinto, tanto da farci ripensare al dubbio radicale sulla memoria scivolosa e su una realtà che non fa rima con verità. In vari momenti, parafrasando, il passato è una terra straniera.

SERATA LIBERATORIA

Ciò si capisce benissimo dopo il discorso liberatorio di Anne, quando in una sorta di (tardiva) confessione finale, Deeley si rivolgerà alla moglie dicendole che lui e l’amica si erano già conosciuti al Wayfarers Pub e che lei si era presa una cotta per lui, all’epoca molto più magro e piuttosto bello. Deelay ricorda anche che quella sera Anne non aveva nemmeno un penny, perciò lui le offri da bere mentre lei lo guardava con i suoi occhioni timidi. Sempre sul filo dell’ ambiguità Anne in quel periodo faceva finta di essere Kate e lo faceva piuttosto bene, tanto da indossare la sua biancheria intima e da permettere a Deeley di dare un’occhiata sotto la gonna, gesto da lui considerato generoso ed ammirevole. Forse Anne, continua il marito come in un gioco di specchi, credeva di essere o magari «era davvero te ed eri tu a bere quel caffè con me parlando pochissimo o per nulla». Kate gli risponde chiaramente che l’amica si era innamorata di lui e del suo viso sensibile e vulnerabile, raro in un mondo di uomini volgari, tanto da essere disposta a concedersi completamente a lui.

AMORI E RICORDI OCCULTATI NEL TEMPO

E qui c’è il colpo da maestro di Pinter: all’improvviso Deelay scopre, seppure in ritardo di decenni, che la sua futura moglie Kate sapeva tutto e che su questo le due donne, complici, avevano mantenuto il segreto per oltre vent’ anni. L’uomo viene dunque assalito da un ultimo amletico dubbio. Si rivolge ad Anne e le domanda: «Ma eri tu? e la gonna era la tua?». «Sì – risponde lei freddamente – e mi ricordo benissimo di te». Dopo un ultimo significativo dialogo in cui Kate ricorda Anne sdraiata sul suo letto come morta e il suo risveglio con un sorriso, la rappresentazione teatrale si conclude con il pianto di Deeley, finalmente consapevole. L’uomo si avvicina a Kate e gli pone la testa in grembo. Quindi si rialza molto lentamente e riprende il suo posto nella poltrona. Pare che tutto sia pronto e che il gioco sia sul punto di ricominciare. Esattamente come all’ inizio.

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