POLITICA, Istituzioni e cambiamenti. La Repubblica del Presidente

Nell’attuale proteiformità della figura apicale dello Stato, il rapporto diretto instauratosi tra leader e cittadini, di fatto, erode sempre più i poteri della politica esautorandola gradualmente. Chi siede oggi sullo scranno quirinalizio: un «prestatore di credibilità di ultima istanza» o qualcuno dal quale ci si può attendere una deriva bonapartista? Se ne è discusso nel corso di un recente convegno organizzato dalla Fondazione Craxi a Roma



L’opportunità di svolgere un’approfondita riflessione sul tema è stata offerta dall’evento di presentazione dell’ultimo saggio di Giovanni Orsina e Maurizio Ridolfi, che ha avuto luogo lo scorso martedì 6 aprile presso il Teatro Rossini, nel centro storico della Capitale. Un’iniziativa della Fondazione Craxi che, oltre agli autori dell’opera, ha registrato la partecipazione di Stefania Craxi, Guido Crosetto, Dario Parrini e Gaetano Quagliariello.

NEL SOLCO DI CHARLES DE GAULLE

La Repubblica del Presidente: Istituzioni, pedagogia civile e cittadini nelle trasformazioni delle democrazie, questo il titolo del volume edito per i tipi di Viella. In esso, prendendo le mosse dagli incunaboli del presidenzialismo in Europa, cioà dal generale De Gaulle e dalla V Repubblica francese, attraverso un’iniziale affresco storico, viene presa in esame l’intera dinamica relativa a questa primaria figura istituzionale in Italia, con le sue mutazioni, a suo tempo non contemplate dai Padri costituenti. E, il lungo percorso compiuto nel solco tracciato da De Gaulle no può che condurre ai «casi» di questi ultimi anni, con il conferimento del doppio mandato a Giorgio Napolitano e a Sergio Mattarella. Sono ormai trascorsi oltre dodici lustri da quando a Parigi venne applicata questa forma di governo e da allora l’Europa (e con essa l’Italia) si è radicalmente trasformata, e sulle scene politiche del continente si sono andate sedimentando nuove forme di relazione tra gli elettorati (o, più in generale, le opinioni pubbliche) e i decisori ai vertici degli Stati.

IL SUPERAMENTO DELLA MEDIAZIONE POLITICA

Nel corso degli, in particolare di questi ultimi, si è andato rafforzando il rapporto tra i leader e i cittadini, che è divenuto sempre più diretto. Si è trattato di un processo che ha eroso via via i poteri del Parlamento, esautorandolo al punto tale che alcuni si sono spinti ad affermare che «si è giunti al capezzale della politica». Questo anche come conseguenza del rafforzamento del ruolo svolto dal Presidente della Repubblica che, attraverso la sua sostanziale mutazione, avrebbe stravolto l’originario disegno costituzionale a tutto vantaggio della «tecnicità», anche per effetto della pressante influenza esercitata sul piano interno dal contesto internazionale. Insomma, almeno sulla base di tale assunto, Mattarella sarebbe divenuto Commander in Chief perché nel frattempo la politica italiana è andata spappolandosi. Ma egli (come per altro a modo suo anche Mario Draghi) è davvero «un prestatore di credibilità di ultima istanza» oppure è la proiezione dell’immagine del germe della potenziale deriva bonapartista insita in paradigmi del genere?

RAPIDITÀ DEI MUTAMENTI E PROTEIFORMITÀ DEGLI SCENARI

Si tratta certamente di una materia delicata, lo attestano altresì sia la gradualità che la forte dose di scetticismo che nel passato in Europa hanno caratterizzato l’accettazione di questa formula dopo che essa aveva trovato applicazione nella Francia della fine degli anni Cinquanta. Infatti, allora e per tutto il ventennio successivo, il presidenzialismo non ha mancato di evocare quelle realtà latino americane nelle quali le libertà individuali e civili avevano subito una compressione, spettri di matrice peronista se non addirittura peggiori. Poi però, come per incanto, al termine del grande scontro ideologico che aveva contrapposto i due blocchi, dopo il 1989 per capirci, questa strada si è resa percorribile e tutte le ipotesi del caso sono divenute esplorabili, anche perché non si viveva più in un’atmosfera di «colpo di stato permanente», come in precedenza aveva avuto a dire il presidente Françoise Mitterrand. A distanza di un trentennio dalla dissoluzione delle repubbliche popolari dell’Oriente comunista il contesto è mutato profondamente, fino a configurarsi nelle forme della crisi della democrazia rappresentativa.

SI RIDUCONO TEMPI E SPAZI E SI AFFERMANO I «FORMAT»

Un degrado verificatosi principalmente per cause strutturali, poiché, se la cittadinanza veniva chiamata a esprimere mediante il voto una “capacità” (cioè il suo rappresentante nelle sedi elettive), poi, però, quest’ultima agiva sul piano politico in maniera del tutto autonoma da essa, anche in virtù della sacrosanta assenza di vincolo di mandato per il parlamentare. Ma nel frattempo andavano verificandosi anche altre cose: gli spazi per una sedimentazione dei giudizi da parte dell’opinione pubblica venivano compressi a dismisura dalle nuove forme di comunicazione, dunque non era più disponibile il tempo necessario per farlo. Oggi tutto è immediato, in real time: dapprima iniziarono i talk show con il loro effetto persuasivo (e confusivo allo stesso tempo), nuovo e prepotente «format» che si è rapidamente imposto nei palinsesti televisivi; quindi in ragione della capillare diffusone dei social network attraverso la rete Internet, con il loro corollario di «bestie dei capitani» e simili.

UN PRESIDENTE ELETTO DAL POPOLO

Il fondamento della democrazia rappresentativa è dunque venuto meno, col risultato di concedere meno spazio alla democrazia mediata e più spazio a quella diretta, con il dibattito incentrato sul possibile contrappeso costituito da una nuova figura di Presidente della Repubblica eletto direttamente dal popolo. Ma sse così dovrà da essere sarà bene che prima si riformi il sistema democratizzando i termini dell’azione di questa potente figura sul piano politico. Infatti, l’interrogativo da porsi è se la questione reale da risolvere sia davvero l’elezione diretta dell’inquilino del Quirinale oppure la forma di governo del Paese a fronte di una crisi verticale della rappresentanza. Già, perché oggi l’ottimismo degli anni Novanta è un ricordo da un bel pezzo, mentre il contesto attuale si presente oltremodo frammentato e carico di tensioni, nonché reso insicuro della velocità con la quale si trasformano la società e i sistemi politici. Il clima è radicalmente mutato e, adesso, bisognerebbe ritrovare, più che riportare, un ordine nei sistemi democratici di stampo liberale.

L’UOMO FORTE PER ME, PROPRIO L’UOMO PER ME…

Viviamo un’era nella quale è enorme il sovraccarico di tensione tra il momento cruciale della decisione, che va assunta in tempi rapidissimi, e quello della rappresentanza. Si devono fornire risposte immediate, ma chi le potrà dare? Ad esempio, come è possibile tentare di risolvere (o almeno attenuare) il problema dell’attuale crisi energetica? Bisogna pensare, decidere, deliberare, approvare nei tempi dovuti e canonici, oppure fare come hanno fatto Draghi, Di Maio e Descalzi che (malgrado i malpancisti in Parlamento) si sono imbarcati subito sul volo di Stato e sono andati in Algeria e Congo a raschiare i barili degli idrocarburi di quei produttori? Per facendo questo, giocoforza, si disintermedia il rapporto con l’elettorato e, più si disintermedia, più si accentrano poteri nelle figure apicali, che ispirate da una forte dose di decisionismo agiscono per il (bene del) Paese.

 FIGURE SALVIFICHE

D’altro canto, in Italia la società è tutto sommato fragile e l’opinione pubblica è ormai disabituata alle situazioni di instabilità e di crisi, che dunque vive con estrema inquietudine. Essa mostra lentezza nei processi di adeguamento alle mutate realtà, ecco dunque riproporsi la funzione salvifica del decisore, che nella sua figura sicura e vincente assorbe apparentemente persino l’accentuata polarizzazione esistente.

Di seguito è possibile ascoltare la registrazione audio integrale del dibattito che sul tema ha avuto luogo il 26 aprile 2022 (A341)

A431 – POLITICA, ISTITUZIONI E MUTAMENTI: LA REPUBBLICA DEL PRESIDENTE. Nell’attuale proteiformità della figura apicale dello Stato, il rapporto diretto instauratosi tra leader e cittadini, di fatto, erode sempre più i poteri della politica esautorandola gradualmente.

Chi siede oggi sullo scranno quirinalizio: un «prestatore di credibilità di ultima istanza» o qualcuno dal quale ci si può attendere una deriva bonapartista? Se ne è discusso nel corso del convegno organizzato dalla Fondazione Craxi, che ha avuto luogo a Roma presso il teatro Rossini martedì 26 aprile 2022. Vi hanno preso parte: STEFANIA CRAXI (parlamentare della Repubblica, sottosegretario di Stato agli Affari esteri), GUIDO CROSETTO (già parlamentare della Repubblica e attualmente presidente dell’AIAD, Federazione aziende italiane per l’aerospazio, la Difesa e la Sicurezza), DARIO PARRINI (parlamentare della Repubblica), GAETANO QUAGLIARIELLO (parlamentare della Repubblica, politologo e accademico), MAURIZIO RIDOLFI (docente di Storia contemporanea presso l’Università della Tuscia e presidente del Centro studi per la Storia dell’Europa mediterranea), GIOVANNI ORSINA (professore ordinario di Storia contemporanea alla LUISS Guido Carli di Roma, politologo).

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