CONFLITTI, nuova guerra fredda. L’importanza strategica di Israele nell’attuale contesto delineato dalla crisi ucraina

Con la Russia isolata a livello internazionale e in difficoltà nel Mediterraneo orientale, Gerusalemme, che è una potenza militare regionale, è nelle condizioni di sostenere l'alleanza occidentale. L’opinione al riguardo espressa dal professor Ely Karmon, senior research scholar all’International Institute for Counter-Terrorism (ICT), presso l’Interdisciplinary Center di Herzliya (IDC); l’analista israeliano è per altro intervenuto nella giornata di ieri a un dibattito organizzato da “Difesa Online”, Ucraina: conflitto europeo o inizio della Terza guerra mondiale?

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Il tema è stato analizzato da professor Ely Karmon in lungo intervento pubblicato da “Time of Israel” (https://blogs.timesofisrael.com/israels-strategic-importance-in-the-new-cold-war/). L’analista israeliano ritiene che il destino della guerra sia comunque segnato nonostante la tenace resistenza opposta agli invasori russi dal popolo ucraino, con una rapida occupazione del territorio da parte delle truppe di Vladimir Putin. Egli inquadra le dinamiche in atto e quelle possibili del prossimo futuro attraverso l’ottica delle sfide e delle opportunità che, conseguentemente, oggi si pongono per lo Stato ebraico.

Egli afferma che la grave crisi militare, politica ed economica ucraina che in questa fase sta coinvolgendo principalmente gli Usa e l’Europa, in realtà è già una crisi globale che investe direttamente anche la Repubblica Popolare cinese.

ESPANSIONISMO RUSSO

Vladimir Putin vedrà in questa occupazione un proprio sbalorditivo successo e, dunque, si adopererà per sostituire rapidamente l’attuale governo in carica a Kiev con un “governo fantoccio”, indicendo inoltre con ogni probabilità un referendum per «il ritorno del popolo ucraino alla Madre Russia». Anche la Bielorussia, unico alleato di Mosca, non è lontana da questo possibile scenario.

In seguito, dopo una breve pausa e in linea con gli sviluppi delle relazioni con Usa e NATO, il Cremlino dovrà decidere se continuare o meno in questo slancio, e chiedere con forza la smilitarizzazione o, addirittura, una presenza militare russa negli Stati baltici membri della NATO, poiché in alcuni di essi è presente una minoranza russofona «da proteggere dal genocidio». La Moldova, la cui regione della Transnistria si trova già sotto l’influenza di Mosca, potrebbe costituire un ulteriore obiettivo.

L’AGGRESSIONE ALL’UCRAINA E LA COESIONE EUROPEA

La crisi in Ucraina è solo la prima fase di una crisi globale emergente, ma fin da ora è possibile cogliere il mutamento di natura epocale che l’aggressione russa ha ingenerato nell’atteggiamento assunto sia dagli Stati membri della NATO che persino dei paesi europei neutrali, consolidando così la loro unità e rendendoli disponibili a opporsi sul piano militare alla Russia qualora quest’ultima attaccasse uno di loro.

La Germania fornirà all’Ucraina mille missili anticarro e cinquecento missili antiaerei Stinger, i Paesi Bassi armi anticarro e artiglierie, questo mentre Finlandia e Svezia hanno rivisto la loro tradizionale politica di neutralità, annunciando spedizioni di armi a Kiev dopo aver partecipato a una riunione della NATO nella quale si è discusso della situazione in Ucraina. Dal canto suo, l’Unione Europea finanzierà l’acquisto di sistemi d’arma per un importo di 450 milioni di euro da destinare al governo ucraino. Si tratta della prima volta in assoluto che Bruxelles finanzia operazioni del genere a beneficio di un paese in guerra.

PEGGIO PER PUTIN…

Peggio per Putin. In uno storico cambio di politica, il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha annunciato un ingente investimento nella Difesa, voce che ora corrisponderà al 2% del prodotto interno lordo tedesco, un budget che quest’anno si attesterà a cento miliardi di euro, rispetto ai quarantasette dello scorso anno. «È chiaro che dobbiamo investire molto di più nella sicurezza del nostro Paese al fine di proteggere la nostra libertà e la nostra democrazia», ​​ha pubblicamente dichiarato Scholz.

Pesanti le misure intraprese anche in campo finanziario ed economico, con le sanzioni a Putin e al ministro degli esteri Lavrov, la chiusura dello spazio aereo europeo a tutti gli aerei russi, il blocco dei canali di propaganda russi di proprietà statale come RT-Russia Today e Sputnik, l’espulsione della Federazione Russa dall’Eurovision Song Contest e da importanti competizioni calcistiche; un complesso di misure sanzionatorie che hanno portato il rublo a una svalutazione del 30%, con il successivo incremento in Russia del tasso di interesse dal 9% al 20%, senza contare i pesanti danni all’immagine del regime.

RITORNO ALLA GUERRA FREDDA

In questo contesto è interessante notare la posizione prudente della Cina, che ha espresso il proprio sostegno all’integrità territoriale ucraina aderendo alle sanzioni imposte ad alcune banche russe. In effetti, siamo tornati alla Guerra fredda, stavolta non sulla base di inclinazioni ideologiche, bensì in virtù di interessi geopolitici nazionali. Come si ricorderà, durante il periodo del confronto bipolare per Washington e la NATO Israele rivestì un ruolo importante nella strategica area del Medio Oriente in funzione di contrapposizione al blocco sovietico e ai suoi alleati arabi radicali.

Nella realtà attuale, Israele sta tornando a essere un paese estremamente importante per l’Occidente, ma stavolta in una condizione migliore, poiché oggi lo Stato ebraico è militarmente più forte, inoltre, sebbene sia un partner esterno alla NATO è tuttavia integrato per quanto concerne le esercitazioni svolte da quest’ultima, oltre a essere un alleato regionale di Grecia, Romania, Bulgaria e Cipro, questo alla luce della cessata opposizione di Ankara al coinvolgimento di Gerusalemme nelle attività della NATO.

UN NUOVO QUADRO NEL MEDIO ORIENTE

Lo Stato ebraico ha raggiunto una pace stabile con Egitto e Giordania, ha stipulato gli Accordi di Abramo con gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrain e il Marocco e ha tessuto una relazione segreta che sta conoscendo uno sviluppo con l’Arabia Saudita. Il problema palestinese inteso quale fattore di disturbo nelle relazioni con l’Europa ha perso invece importanza a causa di diversi fattori: le lotte intestine in atto nell’Autorità Palestinese in vista della fine del lungo periodo di potere di Abu Mazen, la debolezza di Hamas nei contesti sia regionale che internazionale e le relazioni in costruzione tra Israele e altri Paesi arabi e musulmani.

Permane il problema posto nella regione dalla Turchia del presidente Recep Tayyip Erdoğan. Ankara è ancora un membro della NATO e riveste una posizione geopolitica cruciale: è al confine meridionale della Russia e controlla gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli nel Mar Nero. Le sue relazioni con Mosca sono complesse, soprattutto in Siria e in Asia centrale dopo la guerra del Nagorno-Karabakh, mentre strette sono quelle con Kiev. Recentemente i turchi hanno rafforzato quelle con gli Emirati Arabi Uniti e stanno flirtando con l’Egitto.

IL PROBLEMA POSTO DALLA TURCHIA

Considerato il tentativo di Erdoğan di migliorare le relazioni con Israele, malgrado i non pochi sospetti sulla sua futura condotta, dovrebbe però venire esaminata la possibilità di coordinare le posizioni nel contesto degli interessi dei due Stati in Siria. Data la tendenza degli Stati Uniti d’America a disimpegnarsi dal Medio Oriente per concentrarsi sul confronto con la Cina, nella nuova realtà, quando gli effetti del confronto con la Russia investiranno anche l’arena asiatica, aumenterà l’importanza dei paesi della nostra regione, non fosse altro in ragione dei prezzi e delle forniture all’Europa di gas e petrolio.

Dunque anche quella di Israele quale stabile alleato di lunga data in un’area minacciata da sconvolgimenti. Lo Stato ebraico ha però due cruciali problemi di respiro strategico nelle sue relazioni con la Federazione Russa. Quello più immediato consiste nella presenza militare di Mosca in Siria e nel pericolo di un possibile cambiamento degli accordi esistenti, che hanno consentito agli israeliani di agire abbastanza liberamente nei confronti dei tentativi esperiti da Iran, Hezbollah e dalle milizie sciite loro alleate di stabilire una presenza extraterritoriale in prossimità delle alture del Golan e oltre, ponendo una costante minaccia dal fronte settentrionale.

I DUE CRUCIALI PROBLEMI DI ISRAELE CON MOSCA

La “pattuglia aerea” russo-siriana vicino al Golan di gennaio e le diverse altre mosse del Cremlino nella Siria meridionale vanno probabilmente interpretate come un segnale lanciato a Israele allo scopo di farlo agire secondo gli interessi russi in vista dell’emergente crisi in Europa. Esso ha incluso la menzione delle alture del Golan come un «territorio occupato», messaggio diffuso dopo che in un suo discorso il ministro degli esteri israeliano Yair Lapid aveva condannato l’attacco russo all’Ucraina. Abbiamo registrato i risultati dell’approccio politico cauto ed esitante di Israele dall’inizio della crisi.

A medio termine, risulterà molto importante anche la politica di Mosca relativa alla questione nucleare iraniana, visto il ruolo rivestito dalla Federazione Russa nei negoziati in corso a Vienna quale Paese che dovrebbe assorbire gran parte dell’uranio arricchito e delle attrezzature tecniche dismesse da Teheran. Tuttavia, quanto esposto sopra non deve essere interpretato nel senso di un tentativo di trasformare Israele in un attore ostile nei confronti della Russia, nella regione in via generale e in Siria in particolare.

I RUSSI, LA SIRIA E L’IRAN

Obiettivo principale di Israele è convincere Putin che la sua politica in Siria contro l’Iran e i suoi alleati è un’esigenza strategica cardinale e Gerusalemme non si arrenderà, né ridurrà le sue azioni contro la presenza e il sovvertimento dell’asse della resistenza in territorio siriano. Lo Stato ebraico può assicurare alla Russia neutralità e uno stretto e continuo coordinamento riguardo le sue attività contro l’asse della resistenza, che consentirà la sopravvivenza del regime di Assad, la presenza militare russa in loco e il perseguimento dei suoi interessi nel Paese arabo.

Mosca ha imparato bene dalle esperienze del passato, quando ha sostenuto gli Stati arabi che combattevano Israele, che Israele non esita a difendere i suoi interessi esistenziali e ha sempre rinvenuto soluzioni creative per neutralizzare la minaccia delle armi sovietiche (oggi russe) che gli venivano utilizzate contro. I russi dovrebbero inoltre considerare che la loro potenza navale nel Mediterraneo orientale si è indebolita in ragione dell’unità e dell’assertività degli Stati membri della NATO.

Dopo che il ministro degli esteri turco aveva definito «una guerra» l’invasione russa dell’Ucraina, il 28 febbraio scorso il presidente Erdoğan ha a sua volta dichiarato che Ankara avrebbe fatto ricorso all’autorità conferitagli dal Trattato di Montreux del 1936 per prevenire un’escalation della crisi, limitando il passaggio delle navi da guerra (il chiaro riferimento era ovviamente alla marina militare russa) attraverso gli stretti che pongono in collegamento il Mediterraneo con il Mar Nero. Una scelta che potrebbe aiutare i turchi a riparare i danni relazionali con la NATO, anche a rischio di una rappresaglia di Putin. Pertanto, per la Federazione Russa mantenere un corretto rapporto con Israele nel futuro rivestirà ancora più importanza.

L’IRAN, IL PROGRAMMA NUCLEARE E LE ARMI RUSSE

Più complessa, invece, è la posizione di Mosca riguardo al programma nucleare iraniano. È infatti possibile che, anche a seguito della firma di un accordo internazionale, Teheran possa puntare su una capacità nucleare militare facendo tesoro del precedente ucraino, che dopo il 1994 vide Kiev smantellare il proprio arsenale sulla base dell’impegno assunto da Usa, Russia e Regno Unito a garantirne l’indipendenza e la sovranità.

Inoltre, Teheran potrebbe richiedere e ricevere da Mosca armi difensive quali le batterie missilistiche S-400 e i velivoli da combattimento avanzati che la metterebbero nelle condizioni di proteggersi dagli attacchi portati contro i suoi impianti nucleari, poiché le sanzioni in questo settore sono state revocate già nell’ottobre 2020. Israele potrebbe essere in grado di negoziare con la Russia al fine di rinvenire alternative che non rafforzino militarmente l’Iran.

LE CONCLUSIONI DA TRARRE

In conclusione: in un’era di nuova Guerra Fredda, in condizioni geopolitiche più complesse, con la Russia isolata sulla scena internazionale e sfidata nel bacino del Mediterraneo orientale, risulta importante che Israele si identifichi chiaramente a livello politico con l’alleanza occidentale, una posizione che già si evince dalla decisione assunta dal governo guidato da Naftali Bennet di sostenere la risoluzione di condanna dell’invasione russa dell’Ucraina votata all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

In questo senso va sottolineato come il sostegno americano ed europeo allo Stato ebraico risulta estremamente importante, se e quando la questione nucleare iraniana dovesse richiedere una soluzione militare, magari in un futuro non troppo lontano. Nei confronti della Russia, Israele deve perseguire una politica assertiva, ma rispettare i suoi interessi strategici immediati in Siria.

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Nel dibattito in streaming organizzato da “Difesa Online”, che ha avuto luogo nel corso della giornata di ieri è stato affrontato il tema dell’Europa e della guerra divampata al proprio confine orientale. Ancora in difficoltà nella ripresa post pandemica, essa deve svegliarsi dal lunghissimo sonno durante il quale i suoi peggiori incubi sono state problematiche diverse. Ora i carri armati russi, i bombardamenti sulle città e i milioni di rifugiati hanno riportato le lancette dell’orologio della storia indietro di quasi un secolo. Il quesito è se oggi si stia assistendo o meno all’inizio di un inevitabile domino geopolitico che porterà l’intero pianeta a scoprire le carte e combattere apertamente.

La diplomazia è utile o farà soltanto guadagnare tempo agli avversari? Quali saranno gli effetti di questa guerra sulla regione mediorientale e, in particolare, su Israele? E Taiwan? La Repubblica Popolare cinese approfitterà dell’pportunità per fagocitare l’isola ribelle?

Tra gli altri, in quella sede hanno discusso di tali tematiche l’ambasciatore di Taiwan in Italia Andrea Sing-Ying Lee e il professor Ely Karmon, politologo e ricercatore presso l’Istituto internazionale per la lotta al terrorismo (ICT) e all’Istituto per la politica e la strategia del Centro interdisciplinare di Herzliya (IDC)

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