AFRICA, sviluppo. Non solo immigrazione, ma anche opportunità per l’Europa se lo volesse

La Cina è stata la prima a credere nel futuro dell’Africa e a proporsi come partner privilegiato: l’atteggiamento cinese, basato sul ritorno economico e certamente poco interessato ad altri aspetti, quali il rispetto dei diritti umani

di Agostino Siccardi (*) – Le immagini degli arrivi nel nostro paese dei barconi dalle coste africane riempiono i telegiornali ormai da anni; anche la politica, senza mai trovare una corretta soluzione, ne dibatte da lungo tempo; abbiamo sentito di tutto tra cui «devono essere aiutati a casa loro», «non siamo in grado di ospitarli tutti», «gli immigrati alimentano la criminalità organizzata».

Ma il continente africano non è solo questo; stiamo parlando di 1,5 miliardi di persone, di cui forse più del 50% è sotto i trenta anni, con usi costumi e tradizioni ben definite, con differenze culturali e religiose forti.

Il passato ha visto l’Africa dominata dai grandi paesi europei, Francia e Gran Bretagna su tutte; dopo la fine del periodo coloniale, la Cina è stata la prima a credere nel futuro dell’Africa e a proporsi come partner privilegiato: l’atteggiamento cinese, basato sul ritorno economico e certamente poco interessato ad altri aspetti, quali il rispetto dei diritti umani, ha contribuito spesso a fare sì che il beneficio dello sviluppo dei paesi africani fosse per pochi, sempre rappresentato dai Governi e dal mondo ad essi collegato, più che della popolazione; per cui oggi in Africa il divario tra ricchezza e povertà è molto ampio e la formazione di una classe media stenta ad imporsi; possiamo anche dire che in certi stati non ve ne è neppure traccia.

Vi sono poi altri aspetti negativi, che sono stati anche evidenziati nell’ultimo anno di pandemia da sarsCov-2: la quantità di miliardi piovuti in Africa per favorirne lo sviluppo, non tenendo in considerazione la parte che ha alimentato la corruzione, non ha reso più forti queste economie emergenti; i soldi sono stati spesi si in infrastrutture strategiche quali strade, porti e ferrovie, ma spesso queste infrastrutture hanno avuti costi superiori al preventivo, sono di bassa qualità e sovradimensionate rispetto alla richiesta; inoltre poco o nulla è stato investito per la messa in sicurezza della popolazione; la riprova è la richiesta di alcuni paesi africani di ristrutturare il proprio debito estero se non addirittura la sua cancellazione.

Il primo pensiero va al gigante asiatico, che pur di mantenere alto il suo trend di crescita ha «costretto» l’Africa ad accettare i propri finanziamenti imponendo i propri prodotti e il lavoro per le proprie imprese; giova ricordare che a fronte dei finanziamenti, i cinesi hanno comunque sempre preteso delle garanzie, che in caso di mancato pagamento del debito potrebbero portare alla perdita del bene. Fa piacere notare come l’ultimo G7 si sia accorto del problema e abbia messo in campo alcune iniziative volte a contrastare lo strapotere cinese in Africa.

Per cui sorge spontanea una domanda: accertato che il mercato africano rappresenta la più grande opportunità per i prossimi trenta anni, perché l’Europa non si è mossa ancora oggi in modo significativo?

La riposta potrebbe essere molto semplice, anche se articolata: l’Europa finito il periodo coloniale ha perso interesse per l’Africa; l’Europa vede l’Africa con un certo fastidio, in quanto dopo anni non è ancora riuscita a risolvere una volta per tutte il problema migratorio, non considerandolo un fenomeno di tutta l’Unione e non solo di qualche singolo paese; l’Europa non ha compreso l’Africa in quanto è troppo presa ad autocompiacersi considerandosi il Vecchio continente e senza aver compreso che il centro del mondo si è spostato da tempo ad Est e prossimante anche a Sud; sembra quasi una incomprensione generazionale tra il vecchio che non comprende che ora è tempo del giovane e che compito del vecchio è guidare ed aiutare il giovane ad affermarsi, senza alcun desiderio di dominio e controllo.

Per restringere i confini e restare nel nostro paese, possiamo dire che prima del blocco legato alla pandemia, l’Africa aveva cominciato a richiamare l’attenzione e molte erano state le iniziative per cominciare a discutere di sviluppo del mercato africano come opportunità di incremento delle nostre esportazioni.

Esiste però un problema di base che ci frena, che non è solo l’euro forte, come molti semplicisticamente affermano: la disponibilità economica delle persone e delle imprese in Africa è ancora limitata e quindi l’offerta deve essere tarata; i nostri imprenditori devono comprendere che per avere successo in Africa non serve proporre l’ultimo modello di macchina elettronica, ma meglio sarebbe offrire le nostre macchine costruite introno agli anni Ottanta e Novanta.

Un esempio può chiarire meglio questo concetto: chi non ricorda la vecchia Panda con il motore Fire e le sospensioni a balestra; la Fiat avrebbe dovuto regalare a qualche imprenditore africano la linea, anche finanziandolo e sostenendolo con il training opportuno: oggi vedremmo le strade africane invase di Panda a due e quattro ruote motrice, in luogo delle Toyota Vizz importate nel continente con la guida a destra, in molte nazioni poi portata a sinistra. Inoltre non è raro sentirsi richiedere macchinari italiani usati, perché riconosciuti di migliore qualità rispetto ai cinesi, seppure con venti anni di lavoro sulle spalle.

Anche la quasi totale mancanza di sostegno da parte dello Stato a creare un sistema paese, frena i nostri imprenditori, che a questo punto sono obbligati a rispolverare il vecchio spirito pionieristico e ad assumersi il rischio di impresa per fare affari in Africa.

In più il tempo, che in Africa è spesso un concetto poco definito e non è concepito secondo il nostro modello: mai avere fretta in Africa e mai pensare a un intervento «mordi e fuggi»;  l’orizzonte temporale nel mercato africano deve essere minimo a 10 anni, con il pensiero di raccogliere i primi benefici dopo qualche anno; però con la sottoscrizione del nuovo trattato di circolazione delle merci all’interno del continente, possiamo certamente affermare che lo sviluppo avrà durata più lunga nel tempo.

Concludendo: non si possono fare affari in Africa improvvisando, ma occorre studiare progetti mirati e tarati per le necessità di quel mercato.

(*) Agostino Siccardi, ingegnere meccanico genovese, da trenta anni svolge la propria attività di imprenditore nel settore delle costruzioni in acciaio; nel 2010 ha iniziato a operare in Africa. È consulente tecnico-commerciale di imprese Italiane interessate ad approcciare il Corno d’Africa e la Libia, inoltre, supporta le imprese africane che aspirano a proporsi sui mercati, sia interni che internazionali.

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