MISTERI ITALIANI, mostro di Firenze. La pista mai battuta

Le controverse sentenze di condanna di Pacciani e dei suoi «compagni di merende», ancorché discutibili, lasciano tuttavia scoperti gli ultimi tre duplici omicidi dell’assassino seriale che insanguinò la cintura fiorentina fino al 1985. Ma una traccia, qualora fosse stata adeguatamente seguita, avrebbe forse potuto condurre alla quarta pistola Beretta rubata in un armeria tanti anni fa. Quella usata dal mostro per compiere i suoi delitti

Le controverse sentenze di condanna di Pacciani e dei suoi «compagni di merende», ancorché discutibili, lasciano tuttavia scoperti gli ultimi tre duplici omicidi dell’assassino seriale che insanguinò la cintura fiorentina fino al 1985.

Ma una traccia in particolare, qualora fosse stata adeguatamente seguita, avrebbe forse potuto condurre alla quarta pistola Beretta rubata in un armeria tanti anni fa. Quella usata dal mostro per compiere i suoi delitti, la famigerata Beretta calibro 22 Long Rifle che sparò sempre cartucce Winchester serie H, contenute in due scatole da cinquanta colpi, anch’esse rubate. Una pistola che ha lasciato un marchio inconfondibile sui proiettili, poiché il suo percussore ha sempre marcato le ogive nello stessa maniera, lasciando su di esse la firma dell’assassino seriale.

Un libro che ha esplorato questa ipotesi, scritto da un giornalista e documentarista attento e meticoloso, Paolo Cochi, ha analizzato dettagliatamente tutta la vicenda del mostro di Firenze giungendo ad alcune sensazionali conclusioni.

Il titolo dell’opera è “Mostro di Firenze: al di là di ogni ragionevole dubbio”, edita per i tipi di Runa Editrice e prefata dalla dottoressa Roberta Bruzzone.

Ma questo libro è stato ritirato dal commercio per ordine del Tribunale di Venezia con motivazioni che apparentemente nulla hanno a che fare con la vicenda giudiziaria fiorentina, motivazioni da molti ritenute pretestuose. Perché? Era un libro che dava fastidio a qualcuno?

Ne abbiamo parlato con Marco Beltrandi, già parlamentare del Partito Radicale e attuale membro della segreteria della formazione politica che fu di marco pannella. Beltrandi ha lavorato al caso assieme all’autore del libro e quindi è a conoscenza di tutti i particolari di quella ricostruzione, inclusa quella relativa alla presunta ma attendibile figura del mostro.

L’ultima archiviazione

Dal lontano 1968 fino al 1985 risultano essere sedici le persone assassinate con la medesima arma da fuoco, la famigerata pistola semiautomatica Beretta. Sempre in notti di novilunio, quando in campagna è più buio, e sempre in notti che precedevano giornate festive. In un unico caso non fece così, seppure quella volta lì per il giorno dopo era stato indetto uno sciopero generale. Giorni festivi o comunque non lavorativi, come se il mostro avesse bisogno di completare la sua macabra opera attraverso ulteriori operazioni, oppure, chissà, per recuperare serenità dopo aver compiuto un efferato delitto.

Tutti gli accusati e gli imputati di questa lunga vicenda sono ormai usciti di scena, alcuni perché nel frattempo sono deceduti, altri perché sono usciti dall’inchiesta giudiziaria.

Come gli ultimi due indiziati della serie, l’ottantanovenne ex militare della Legione straniera francese Giampiero Vigilanti e il medico Francesco Caccamo, di un anno più giovane del primo. Il 9 novembre il procedimento a loro carico è stato archiviato, una conclusione che non ha incontrato neppure l’opposizione del Giudice per indagini preliminari, che non ha presentato alcuna istanza di ricorso.

Tuttavia, alla luce di tutte le vicende giudiziarie susseguitesi nei decenni oggi permane un interrogativo: dove si sarebbe dovuto indagare per giungere alla verità?

Dalle ultime indagini effettuate è emerso il profilo di un DNA maschile che non appartiene a nessuna delle persone precedentemente indagate, rinvenuto nella tenda dei due cittadini francesi assassinati a Scopeti nel settembre del 1985.

Gli elementi disponibili

In realtà, volendo ricorrervi, sarebbero disponibili alcuni importanti elementi in grado, se non di condurre immediatamente a un’identificazione certa del mostro di Firenze, almeno di stringere il cerchio attorno alla sua figura.

Attenzione: stringere il cerchio attorno alla sua figura, ma non pervenire al suo fisico arresto, poiché egli con ogni probabilità è morto ormai da anni. Tuttavia, già questo risultato per le vittime e per l’opinione pubblica significherebbe moltissimo.

Esiste poi la registrazione di una telefonata fatta a una stazione di Carabinieri di un piccolo centro della cintura fiorentina in un momento molto particolare, perché temporalmente vicino alla commissione di uno degli ultimi duplici omicidi. Il testo di questa telefonata anonima, trascritto e verbalizzato dai militari dell’Arma allora in servizio, se associato alla data e al luogo da dove la telefonata venne effettuata potrebbe con buone probabilità venire ricondotta al mostro.

È ancora possibile ascoltare questa registrazione audio e, tramite di essa, cercare di dare un volto all’assassino.

Nel suo libro inchiesta, Paolo Cochi concentra la massima attenzione sui luoghi dove sono stati commessi i delitti, prendendo in esame tutte le piste percorse in precedenza dagli investigatori, ma con la novità di esplorarne una ulteriore, propria.

Egli, tuttavia, esclude la responsabilità di Pietro Pacciani, ritenendo quella specifica pista addirittura inconsistente, anche alla luce della smentita delle testimonianze rese a suo tempo da Giancarlo Lotti, uno dei cosiddetti «compagni di merende» assieme a Mario Vanni e Fernando Pucci, che contrastano con dati e rilevamenti, facendo conseguentemente ritenere che egli non si trovasse sul luogo del delitto  degli Scopeti al momento del suo compimento.

Il mostro e le sue deviazioni

Ma chi era dunque il mostro di Firenze? Quasi certamente un assassino seriale maniacale che colpiva a morte le coppie di amanti che, appartatesi in campagna, erano in procinto di compiere atti sessuali.

L’assassino, dopo aver sparato con la pistola Beretta, un’arma finora mai ritrovata, separava il maschio dalla femmina e a quest’ultima asportava il seno sinistro e il pube, quindi tornava su di lui per accanirsi sul suo cadavere. Egli però non era un esagitato, infatti agiva con sufficiente lucidità.

Con ogni probabilità si trattava di un soggetto turbato da manie e affetto da numerose fobie. Tutto farebbe pensare a una persona ossessionata dalla religione cattolica, un integralista. Chissà, magari aveva vissuto con estremo disagio la fase del cosiddetto ’68, foriera di una liberazione nei costumi, anche sul piano sessuale, cioè un fenomeno che aveva portato la società a mutamenti epocali che lui può avere rifiutato con intransigenza.

Una intransigenza e una intolleranza che potrebbero averlo indotto a comportamenti criminali, che tuttavia lui non percepiva come criminali, poiché – ma per il momento resta soltanto un’ipotesi – magari attraverso quella serie di omicidi voleva lanciare un segnale a quella società che stava divenendo tanto diversa, troppo diversa, da come lui avrebbe voluto che rimanesse cristallizzata.

In fondo, più o meno nel medesimo periodo, in luoghi dove si registrò il successo di dinamiche di liberazione sui piani culturale e sociale – come ad esempio nella San Francisco degli anni Sessanta e primi Settanta – fecero la loro comparsa serial killer e assassini animati da istinti simili.

Egli, il mostro di Firenze, ha comunque dimostrato di essere una persona in grado di procurarsi un’arma da fuoco e di saperla utilizzare costantemente ed efficacemente in tutti e otto i differenti casi di duplice omicidio.

Il libro di Paolo Cochi fa paura a qualcuno?

Il libro inchiesta di paolo Cochi, “Mostro di Firenze: al di là di ogni ragionevole dubbio” sposa quest’ultima pista, poiché la ritiene maggiormente completa e solida rispetto a quelle precedentemente seguite. Essa condurrebbe a una conclusione per certi aspetti sconcertante, infatti, si afferma, giunge molto vicino «ad ambienti investigativi».

Lo stesso Cochi, nel corso di un’intervista rilasciata nelle scorse settimane nel corso di una trasmissione andata in onda su Radio Cusano Campus si spinge a fare riferimento ad «ambienti delicati, molto vicini alla parte istituzionale dell’epoca, che ancora non si riesce ad approfondire…». Cosa intendeva rappresentare?

Allo stato dei fatti si può solo supporre che alcune conclusioni della sua inchiesta giornalistica abbiano spaventato, oppure soltanto infastidito, qualcuno che con la vicenda del mostro ha avuto direttamente o indirettamente a che fare.

È una conclusione generica, certo, tuttavia non si spiegherebbe il perché di un testo in distribuzione da mesi nelle librerie del Paese, fondamentale con riferimento all’analisi criminologica di uno dei più importanti casi di omicidio seriale verificatosi in Italia, venga imposto ex articolo 700 il ritiro dal commercio.

Questo a fronte di una sterminata letteratura, la più varia, che in questi decenni ha preso in esame, quando non perorato, tutte le tesi possibili e immaginabili sul mostro di Firenze. Invece no, la magistratura sequestra soltanto quello maggiormente documentato e più attento ai dettagli. Lo si toglie sostanzialmente di mezzo.

L’avvocato di parte civile

Ma cosa era successo nel frattempo, in questa manciata di mesi tra la pubblicazione del libro e il suo ritiro d’autorità dai mercati?

Intanto, va rilevato che l’autore nel corso della sua inchiesta aveva raccolto una enorme mole di dati e informazioni sui casi del mostro di Firenze anche attraverso la collaborazione fornitagli da uno dei difensori di Pietro Pacciani, l’avvocato Bevacqua. A un certo punto Cochi convince la sorella di una delle vittime del mostro – Carmela Di Nuccio, assassinata assieme al suo fidanzato Giovanni Foggi nel giugno del 1981 – a costituirsi come parte civile in giudizio, in quanto la donna in passato non lo aveva mai voluto fare proprio perché convinta della strumentalità delle accuse a Pacciani e ai compagni di merende.

È allora che il giornalista e documentarista autore del libro poi sequestrato diviene consulente del legale patrocinante gli interessi della famiglia della Di Nuccio, l’avvocato Antonio Mazzeo. Inizia così il riversamento nella tesi del legale del suo sapere e del suo sistematico e certosino metodo di ricerca ed elaborazione delle informazioni.

Cochi entra dunque personalmente nell’inchiesta giudiziaria per i delitti rimasti ancora impuniti, ma contestualmente iniziano anche a manifestarsi segnali di resistenza.

Di seguito è possibile ascoltare la registrazione integrale dell’audio relativo all’intervista concessa a insidertrend.it da Marco Beltrandi, che assieme a Paolo Cochi ha strettamente collaborato all’analisi degli omicidi compiuti dal mostro di Firenze (A288)

A288 – MISTERI ITALIANI, IL MOSTRO DI FIRENZE: UNA PISTA MAI BATTUTA. Le controverse sentenze di condanna di Pacciani e dei suoi «compagni di merende», ancorché discutibili, lasciano tuttavia scoperti gli ultimi tre duplici omicidi dell’assassino seriale che insanguinò la cintura fiorentina fino al 1985.
Ma una traccia in particolare, qualora fosse stata adeguatamente seguita, avrebbe forse potuto condurre alla quarta pistola Beretta rubata in un armeria tanti anni fa. Quella usata dal mostro per compiere i suoi delitti, la famigerata Beretta calibro 22 Long Rifle che sparò sempre cartucce Winchester serie H,  contenute in due scatole da cinquanta colpi, anch’esse rubate. Una pistola che ha lasciato un marchio inconfondibile sui proiettili, un segno sull’ogiva che è stata la firma dell’assassino seriale.
Un libro che ha esplorato questa ipotesi, scritto da un giornalista e documentarista attento e meticoloso, Paolo Cochi, ha analizzato dettagliatamente tutta la vicenda del mostro di Firenze giungendo ad alcune sensazionali conclusioni.
Un libro che ha esplorato questa ipotesi, scritto da un giornalista e documentarista attento e meticoloso, Paolo Cochi, ha analizzato dettagliatamente tutta la vicenda del mostro di Firenze giungendo ad alcune sensazionali conclusioni.
Il titolo dell’opera è “Mostro di Firenze al di là di ogni ragionevole dubbio”, edita per i tipi di Runa Editrice e prefata dalla dottoressa Roberta Bruzzone.
Ma questo libro è stato ritirato dal commercio per ordine del Tribunale di Venezia con motivazioni che apparentemente nulla hanno a che fare con la vicenda giudiziaria fiorentina, motivazioni da molti ritenute pretestuose. Perché? Era un libro che dava fastidio a qualcuno?
Ne abbiamo parlato con MARCO BELTRANDI, già parlamentare del Partito Radicale e attuale membro della segreteria della formazione politica che fu di marco pannella. Beltrandi ha lavorato al caso assieme all’autore del libro e quindi è a conoscenza di tutti i particolari di quella ricostruzione, inclusa quella relativa alla presunta, ma a questo punto attendibile, figura del mostro.
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