ALGERIA, gli Arabi e Israele. Le dinamiche innescate dal recente referendum costituzionale nel Paese nordafricano inducono a speranze per l’intero Medio Oriente

Esso rappresenterebbe un segnale per tutti i Paesi della regione, Israele incluso, poiché secondo alcuni analisti è un riflesso delle tendenze regionali che, in prospettiva, potrebbero indurre l’Algeria a unirsi a Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Sudan nella normalizzazione delle relazioni con lo Stato ebraico. I moti della democrazia e il declino dell'Islamismo



Una conclusione che emerge da una recente analisi elaborata dal professor Hillel Frisch – docente di studi politici e sul Medio Oriente presso la Bar-Ilan University e senior Research associate presso il Begin-Sadat Center for Strategic Studies –, pubblicata nel Besa Center Perspectives Paper n. 1.827 del 22 novembre 2020.

In esso, Frisch esordisce affermando che, seppure sia geograficamente lontana dal territorio dello Stato ebraico, l’Algeria non è tuttavia fuori dai pensieri degli israeliani, non fosse altro che per il fatto che in passato il Paese nordafricano ospitò il Consiglio nazionale palestinese dell’Olp, organismo che nel novembre del 1988, anno di intifada, annunciò la dichiarazione di indipendenza dello Stato palestinese, mossa di Arafat che non pochi interpretarono come un’implicita accettazione della soluzione del principio di una terra e due stati.

Il tormentato percorso algerino. Secondo l’analista della Bar-Ilan University gli israeliani dovrebbero prestare attenzione agli eventi che si sono verificati in Algeria negli ultimi due anni, in particolare i risultati del recente referendum sulla nuova costituzione introdotta nel Paese, eventi che rifletterebbero correnti di pensiero e sviluppi profondi nel mondo che circonda Israele, influenzando conseguentemente i cittadini dello Stato ebraico.

Ciò che più colpisce oggi dell’Algeria rispetto a quella di un tempo – sottolinea Frisch – è la sua quasi totale attenzione alla politica interna a scapito degli affari regionali e, su scala più ampia, internazionali.

Algeria nel corso del periodo del confronto bipolare tra le due superpotenze strinse stretti legami con l’Unione Sovietica, ospitato sedi e basi di numerosi movimenti rivoluzionari e radicali, inclini spesso alla pratica del terrorismo come strumento di lotta politica.

Il paese che ottenne l’indipendenza dalla Francia attraverso la guerriglia del Fln, il Front de Libération Nationale (anche se, per la verità, l’Algeria, con i suoi tre dipartimenti, era parte del territorio metropolitano francese -, e fu modello per molti movimenti di liberazione sorti nel terzo mondo, oggi è soltanto un lontano ricordo di sé stesso.

Focus sulle problematiche interne. Negli ultimi tre decenni, in particolare dopo la massiccia mobilitazione pubblica per far cadere un presidente ottuagenario senile e al potere da quattro mandati, sia l’élite politica locale che i più ampi circoli di potere hanno focalizzato le loro attenzioni sulle impellenti questioni interne.

Infatti, i problemi che affliggevano il Paese non erano certamente pochi, nonostante gli introiti derivanti dalla commercializzazione degli idrocarburi di cui esso è ricco.

Corruzione, favoritismi, elevati livelli di disoccupazione, sistemi educativi e burocratici inefficienti, continue tensioni tra religiosi e laici, tra arabi e berberi e loro sovrapposizione al complesso delle tensioni sociali esistenti.

Negli anni Novanta le tensioni tra laici e religiosi hanno caratterizzato la sanguinosa guerra civile che oppose l’élite formata dai militari e dai gruppi di potere prosperati nel lungo periodo di governo del Fln ai fondamentalisti islamici e alle frange più radicali di quest’ultimo fronte.

La maggior parte delle vittime di quel brutale conflitto, stimate in 100.000 persone, furono in massima parte gente comune che non si era schierata in nessuno dei due opposti campi.

Lo stato algerino vinse sul campo, ma la sua classe dirigente non fu in grado di sfruttare la successiva fase di crescita dei prezzi petroliferi per modernizzare il Paese è, a distanza di alcuni anni, l’élite si trovò contro la popolazione affamata. Il potere cooptò per quanto poté parte dell’opposizione politica divisa, ma non riuscì, se non per una spallata pacifica della piazza, ad addivenire a cambiamenti al vertice.

La costituzione emendata. Una situazione di stallo protrattasi fino a oggi, ma con la novità del recente referendum costituzionale, un passaggio che secondo il professor Hillel Frisch meriterebbe un’attenzione maggiore.

A seguito della deposizione di Bouteflika l’establishment algerino, in perenne difficoltà, ha pensato di flemmatizzare la protesta concedendo una modifica della carta costituzionale, proponendo all’opposizione delle modifiche che non fossero soltanto cosmetiche.

La nuova costituzione limita la durata della presidenza della Repubblica e il numero dei mandati conferiti agli eletti in parlamento (due mandati consecutivi), dunque, almeno apparentemente, una svolta per un paese i cui presidenti sono rimasti in carica ben oltre tale limite.

Anche i poteri attribuiti al presidente sono stati ridotti, infatti, egli dovrà scegliere il capo del governo dalla maggioranza parlamentare e non più nominare a suo arbitrio il primo ministro.

Un’altra importante modifica è costituita dall’introduzione del divieto per lo Stato di imporre una egemonia culturale, questo nel tentativo di soddisfare la consistente minoranza berbera, che però ha suscitato la reazione irata degli islamisti.

Chi vince e chi perde. Secondo Frisch sarebbero tre gli attori emersi dal referendum costituzionale. Il primo è quello del movimento di protesta, che nella sua massima parte non è stata affatto indebolita dalle concessioni ottenute e che continua a chiedere il boicottaggio degli appelli dell’establishment che ne chiede il sostegno.

Il secondo attore algerino è la stessa élite statale che ha avviato la dinamica generata dal referendum, che ovviamente aveva esortato l’elettorato a votare a favore del piano di modifica costituzionale.

Il terzo protagonista della scena sono gli islamisti, che avevano invece invitato gli algerini a votare «no» al referendum in segno di protesta per opporsi alle componenti laiche e liberali della proposta.

La conclusione del docente presso la Bar-Ilan University è che i risultati indicherebbero nei manifestanti i vincitori, poiché meno di un quarto dell’elettorato si è nei fatti presentato alle urne per votare.

Al contrario, gli islamisti sarebbero quelli che hanno perso di più, poiché non solo la stragrande maggioranza dell’elettorato non ha ascoltato le loro richieste di partecipazione al voto, ma anche coloro che si sono recati ai seggi hanno sostenuto in modo schiacciante la modifica costituzionale attribuendo ai «sì» il 66% dei consensi.

Una finestra sul mondo arabo. Perché il risultato del referendum algerino si rifletterebbe dunque sull’attuale mondo arabo?

Secondo Frisch per la ragione che nel Paese nordafricano sarebbe palpabile il desiderio di cambiare lo status quo in politica, concentrando le attenzioni e gli sforzi quasi esclusivamente sulle problematiche interne a scapito delle storiche cause regionali quali la questione palestinese.

Inoltre, il docente di studi politici e sul Medio Oriente ritiene che i risultati del referendum rappresentino anche la conferma del declino dell’Islam politico in atto nella regione dal 2013, quando con un colpo di stato in Egitto venne deposto il presidente in carica, espressione del movimento dei Fratelli musulmani. In questo senso, i risultati di Algeri rifletterebbero soprattutto il senso di deriva che pervade paesi lontani l’uno dall’altro quali il Libano, l’Iraq e il Sudan.

Tuttavia l’élite è ancora al potere nel Paese nordafricano, ma ha fondati motivi per preoccuparsi, dato che è consapevole – e dunque teme – che le proteste di piazza prima o poi riprenderanno.

Una nuova fonte di speranza. Semmai – conclude nella sua analisi Frisch -, la buona notizia proveniente dall’Algeria è quella che lo spargimento di sangue è stato ridotto al minimo e la volontà manifestata da entrambe le parti di limitare la violenza potrebbe essere il primo passo verso la democrazia.

Gli israeliani dovrebbero dunque rinvenire nell’esperienza algerina la speranza che questa nuova inibizione della violenza, registrata in un paese che dalla violenza è stato per decenni flagellato, possa ingenerare il desiderio di addivenire a una normalizzazione delle relazioni con Israele, uno sviluppo che recherebbe benefici a entrambi i Paesi.

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