CAUCASO, Nagorno-Karabakh. Il cessate il fuoco tra Armenia e Azerbaigian: ci guadagna anche Mosca

Non vi è ovviamente certezza che all’avvio di questa ultima fase del lungo conflitto «semicongelato» tra Yerevan e Baku non abbia contribuito anche la Russia, tuttavia è lecito ipotizzare un bilancio dei possibili vantaggi di varia natura ricavati dal Cremlino. Forse a Putin andrà bene pure stavolta

Il presidente della Federazione russa Vladimir Putin alla fine è riuscito nel suo tentativo di interporre la propria azione mediatrice per mettere fine alle ostilità in corso tra Armenia e Azerbaigian, che vedono al centro dello scontro la contesa regione del Nagorno-Karabakh.

Fine alle ostilità, per il momento almeno, significa un cessate il fuoco, l’ennesimo, che comunque dalle ore dodici di oggi dovrebbe arrestare i combattimenti.

In questi ultimi giorni l’attività del Cremlino e dei ministri russi è stata intensa, infatti, lo stesso Putin in precedenza aveva avuto dei colloqui telefonici con il presidente armeno  Nikol Pashinjan e con quello azero Ilham Aliyev, nel corso dei quali aveva espresso l’opinione che i combattimenti «sarebbero dovuti cessare per ragioni umanitarie», proponendo, appunto, delle trattive finalizzate al cessate il fuoco e a uno scambio di prigionieri e dei corpi delle persone morte a causa dei combattimenti.

Nella notte dell’altro ieri il ministro degli esteri armeno si era recato a Mosca e il precipitoso viaggio era stato interpretato come la conferma del fatto che delle trattative fossero effettivamente in atto.

Trattative che ieri si sono protratte per dieci ore, fino all’annuncio del raggiungimento dell’accordo, dato nella notte dal ministro degli esteri della Federazione russa Sergeij Lavrov.

L’accordo sul cessate il fuoco. Dopo che negli ultimi giorni il conflitto si era allargato pericolosamente coinvolgendo direttamente alcuni dei maggiori centri urbani dei due paesi belligeranti – Ganja, Stepanakert e Yerevan incluse – armeni e azeri si sono dunque accordati su una serie di importanti aspetti e hanno concordato per il cessate il fuoco che è ormai in vigore da tre ore, seppure Baku ne denunci già alcune violazioni da parte armena.

Le parti affermano di avere deciso di avviare negoziati sostanziali confermando altresì l’invariabilità del processo di negoziazione.

Giovedì scorso a Ginevra si era riunito il cosiddetto «Gruppo di Minsk» – istituito nel 1992 in seno all’Osce e formato da sedici Paesi sotto il coordinamento di Francia, Russia e Usa -, nel tentativo di trovare una via di mediazione tra i Paesi in guerra, che aveva poi aggiornato i propri lavori al successivo vertice di Mosca in calendario lunedì 12 ottobre nella capitale russa, che però è stata anticipata dagli eventi.

Prima della trattativa che ha avuto luogo questa notte a Mosca, la Turchia, stretta alleata dell’Azerbaigian, aveva fatto sapere per bocca del suo ministro della difesa che i combattimenti nel Nagorno-Karabakh e nelle zone limitrofe non sarebbero cessati fino a quando gli armeni non si fossero ritirati dai territori che che hanno occupato nel 1993, questo mentre il presidente azero Ilham Aliyev aveva invece aperto uno spiraglio di speranza affermando di concedere a Yerevan «un’ultima possibilità» per il ritorno al tavolo dei negoziati e il ritiro delle truppe armene.

Le variegate alleanze dei due contendenti. I due Paesi caucasici sono rapidamente entrati in una fase di guerra aperta che, accanto a colpi di artiglieria, UCAV e scontri di fanteria, si è caratterizzata anche per una forte azione sul piano della disinformazione e della propaganda, con reciproche accuse riguardanti le responsabilità dei primi attacchi sulla  linea di demarcazione.

Se, nonostante tutto, l’Armenia si è confermata dipendente dalla Russia per quanto concerne gli armamenti, lo stesso non è stato per l’Azerbaigian, che pur non rinunciando alle forniture di sistemi d’arma russe (Baku e Mosca non hanno mai interrotto le relazioni) ha comunque diversificato le proprie fonti rivolgendosi al suo alleato maggiore (la Turchia, con la quale nel 2009 ha stipulato un accordo quadro in materia di Difesa) e ad altri paesi, tra i quali figurano anche Usa, Israele, Canada, Sudafrica e Pakistan.

Se lo è potuto permettere grazie alle rendite derivanti dall’esportazione di materie prime energetiche, che dal 2012 hanno messo il governo di Baku nelle condizioni di incrementare a livelli stratosferici le proprie spese in armamenti.

Gli idrocarburi azeri. Per Baku gli idrocarburi costituiscono la fonte principale di entrate, conseguentemente rappresentano anche un elemento di potenziale vulnerabilità, soprattutto in caso di conflitto, visto che le condotte di gas e petrolio si trovano non lontano dalla zona del fronte, alcune addirittura a ridosso di esso.

Per esportare le loro risorse energetiche gli azeri devono necessariamente fare ricorso alle condotte che attraversano il proprio territorio connettendosi successivamente alla rete turca e, quindi, per ciò che ne residua al mercato europeo.

Si comprende bene come le conseguenze di un danno arrecato alle pipelines del Corridoio meridionale euroasiatico, originanti nei pressi della costa del Mar Caspio, possano riflettersi negativamente sia sull’economia del Paese che su quella della confinante e alleata Turchia, che del gas azero è in buona parte consumatrice.

Nel corso di questa (si spera) breve guerra gli azeri hanno denunciato non ben precisati tentativi di sabotaggio dei propri oleodotti da parte del nemico, attività che hanno naturalmente alimentato lo scontro sul piano mediatico e delle operazioni psicologiche.

Lo «zampino» del Cremlino. I luoghi che sono stati interessati dai combattimenti si trovano a breve distanza dal gasdotto che collega i siti estrattivi dell’Azerbaigian con la Turchia, i Balcani e il resto dell’Europa.

Non si tratta di volumi di transito stratosferici di materia prima, poiché fino a quando i giacimenti azeri non verranno sviluppati nel pieno delle loro potenzialità e messi in produzione la pipeline in questione non sarà riempita completamente. Ma per ottenere questo risultato occorrono ingenti investimenti che oggi, con prezzi del petrolio bassi e una guerra in corso a una manciata di chilometri di distanza, è difficile ottenere.

Tuttavia, seppure i russi su questo aspetto si mostrino oltremodo sarcastici – «col gas azero al massimo ci si può accendere il barbecue», affermano -, si tratta comunque di una risorsa non indifferente e in parte concorrenziale con quella disponibile altrove da Gazprom e soci.

A questo punto si spiegherebbe in parte il riesplodere del conflitto nel Nagorno-Karabakh, infatti, per mettere fuori gioco un gasdotto non è necessario distruggerlo con un bombardamento di artiglieria, poiché per allarmare o scoraggiare potenziali investitori esteri del settore energetico è sufficiente rendere pericoloso il tratto di territorio che esso attraversa, cioè quello che si è verificato in questi ultimi giorni di guerra, che hanno implicitamente confermato come «i gasdotti che originano a Sud non siano sicuri».

Vladimir il mediatore. Ancora mercoledì scorso – cioè il giorno che ha preceduto il vertice a Mosca – Putin nel corso di un suo intervento alla televisione si era pubblicamente espresso per un «immediato cessate il fuoco nel Nagorno-Karabakh», tuttavia, aveva evitato l’argomento della richiesta di aiuto militare rivoltagli da Yerevan, sostenendo che la Russia (che è presente militarmente in territorio armeno in alcune sue basi) in questo caso non era vincolata al sostegno dell’Armenia sulla base del Trattato di sicurezza collettiva della Csi del 1992, poiché l’attuale conflitto in Azerbaigian non era in corso sul territorio armeno, ma in zone occupate.

Nessun obbligo di mutua assistenza sul piano militare dunque, un chiaro segnale al presidente armeno, che, per altro in difficoltà sul campo di battaglia, si così visto costretto ad ammorbidire le proprie posizioni e a trattare.

Ora, però, uno degli interrogativi è quello se Yerevan abbia davvero riattizzato di propria esclusiva sponte quella guerra che fino alla fine dello scorso mese di settembre  era rimasta “congelata”?

Una guerra riesplosa a poche ore dal termine di una grande esercitazione militare nella regione del Volga, la Kavkaz 2020, che aveva visto impegnate le forze armate di Russia, Cina Popolare e Iran.

È vero, negli ultimi tempi tra il gruppo dirigente attualmente al potere a Yerevan e il Cremlino c’erano stati degli attriti, generati principalmente dall’approccio di Yerevan nei confronti degli Stati Uniti d’America, però è pur vero che la Russia restava sempre il suo maggiore alleato e, dunque, sembrerebbe assai strano che esso non sia stato consultato prima di scatenare un attacco con le artiglierie pesanti.

Il furbo kaghebešnik. Grazie alla sua strategia, forse Mosca riuscirà a conseguire alcuni importanti obiettivi anche questa volta. In primo luogo quello di arginare il conflitto ai confini dell’Azerbaigian, poiché è nel suo interesse mantenere dei buoni rapporti sia con Yerevan che con Baku, evitando così un allargamento del conflitto caucasico anche alla Turchia, con un conseguente diretto coinvolgimento dell’Armata russa.

Questo seppure i russi non subiscano certamente nocumento dalla condizione di stress di un partner come l’Azerbaigian.

Il Cremlino è l’artefice della mediazione tra Armenia e Azerbaigian, arbitro nel Caucaso agli occhi della comunità internazionale, un bel risultato anche sul piano dell’immagine per un paese screditato a seguito delle ultime vicende culminate con il caso Navalny.

La sottile intelligenza di Vladimir Putin non è mai stata in discussione, dunque se la fantasiosa ipotesi fin qui esplorata si rivelerà fondata vorrà dire che la strategia mirante a creare l’occasione per trarre la Russia fuori da una situazione internazionale ulteriormente compromessa dal caso Navalny e complicata dalle elezioni in Bielorussia, sarà stata vincente.

Chissà, magari Mosca oltre a mettere in difficoltà un concorrente sul mercato dell’Oil & Gas eviterà pure nuove sanzioni europee recuperando credibilità nelle cancellerie all’estero.

Con un malcelato mix di veleno e ammirazione, a Mosca e a Leningrado riguardo all’ex kaghebešnik si afferma che «quando l’incendio ad accenderlo è lui, poi è anche molto bravo a spegnerlo…».

Non si ha ovviamente certezza su eventuali implicazioni del Cremlino nell’ennesimo divampare di questo endemico conflitto, tuttavia, forse a Putin andrà bene anche stavolta.

Condividi: