CORONAVIRUS, illeciti. Dpi, materiali non a norma: continuano i sequestri e le denunce

La Guardia di Finanza sequestra ad Ardea oltre 320.000 mascherine tipo FFP2 prive dei necessari requisiti di sicurezza previsti dalla normativa nazionale e comunitaria, quatto persone denunciate a piede libero. Un fenomeno non infrequente che insidertrend.it ha affrontato con l’ufficiale del Corpo che ha condotto l’operazione



Come era prevedibile, nel Paese proseguono quotidianamente i sequestri di dispositivi di protezione individuale (Dpi) che non potrebbero venire commercializzati.

Dove risiede la pericolosità di materiali prodotti spesso all’estero (principalmente in Asia) e poi importati in Italia in violazione delle norme di sicurezza vigenti da soggetti privi di scrupoli?

La pandemia da Covid-19, soprattutto nella fase della sua acuzie dei contagi, ha imposto una rapida azione di reperimento di Dpi all’estero allo scopo di fare fronte alle impellenti necessità sia degli operatori medico-sanitari e della Sicurezza, che della stessa popolazione.

Le Forze dell’Ordine, in sinergia con INAIL, Ministero della salute e Istituto Superiore della Sanità, sono impegnate nel controllo di detti materiali e, non infrequentemente, gli sviluppi di tali attività condotte sul territorio conducono alla scoperta di manufatti e disinfettanti non in regola o immessi illecitamente sul mercato spacciati ai consumatori per disinfettanti o mascherine certificate, con il conseguente sequestro dei prodotti e la denuncia dei responsabili.

Come nel caso di Ardea, dove i militari della Guardia di Finanza hanno posto sotto sequestro oltre 320.000 mascherine protettive del tipo FFP2 prive dei indispensabili requisiti di sicurezza previsti dalla vigente normativa nazionale e comunitaria, denunciando inoltre a piede libero quattro persone per il reato di frode in commercio, procedimento del quale è stata interessata l’Autorità giudiziaria di Perugia.

Le indagini della Compagnia di Pomezia avevano preso avvio da un precedente sequestro eseguito in un punto vendita della località costiera situata nei pressi della capitale, dispositivi di protezione individuale (Dpi) importati dalla Repubblica Popolare cinese che recavano marchio “CE” in virtù di una certificazione rilasciata da un istituto che, in base a quanto successivamente emerso dalle indagini condotte dal personale in forza al Corpo, non rientrava tra i cosiddetti «Organismi notificati».

Al riguardo va rilevato che non infrequentemente questo marchio, in tutto e per tutto simile a quello della Comunità europea – acronimo che, tuttavia, una volta sviluppato assume invece il significato di «China Export» – viene apposto fraudolentemente e in funzione capziosa, onde indurre il consumatore a ritenere che i manufatti che si accinge ad acquistare siano stati prodotti a norma secondo le leggi e i regolamenti vigenti nel territorio dell’Unione europea.

Gli accertamenti svolti dai militari in sinergia con il Ministero della Salute, l’Istituto Superiore di Sanità e l’INAIL, hanno consentito di risalire all’importatore, un’impresa di Perugia che distribuisce questo genere di Dpi, oltre ad altre società clienti di quest’ultima, destinatarie di partite di mascherine protettive.

Su disposizione della Procura della Repubblica di Velletri sono state quindi disposte una serie di perquisizioni presso le sedi e i magazzini di quatto distributori a Roma, Pomezia, Perugia, Anagni e Civitanova Marche, locali all’interno dei quali sono stati rinvenuti i materiali successivamente sequestrati, i quali, qualora fossero stati commercializzati, avrebbero fruttato guadagni dell’ordine dei 3,7 milioni di euro.

L’importatore perugino al quale sono state sequestrate 240.000 mascherine aveva “auto-dichiarato” all’Istituto Superiore della Sanità e all’INAIL la rispondenza di detti materiali alle caratteristiche tecniche e ai requisiti di sicurezza previsti dalla legge, una deroga consentita in via eccezionale dal Governo allo scopo di fronteggiare l’emergenza epidemiologica soprattutto nella sua drammatica fase di acuzie.

A255 – CORONAVIRUS, DISPOSITIVI DI PROTEZIONE INDIVIDUALI: MATERIALI NON A NORMA O PRODOTTI ILLEGALMENTE. Come era prevedibile nel Paese proseguono quotidianamente i sequestri di dispositivi di protezione individuale (Dpi) che non potrebbero venire commercializzati. Da una recente operazione condotta dalla Guardia di Finanza, insidertrend.it ha affrontato l’argomento in una intervista con il capitano LEONARDO CUNEO, comandante della Compagnia delle Fiamme gialle di Pomezia.

Dove risiede la pericolosità di materiali prodotti spesso all’estero (principalmente in Asia) e poi importati in Italia in violazione delle norme di sicurezza vigenti da soggetti privi di scrupoli?

La pandemia da Covid-19, soprattutto nella fase della sua acuzie dei contagi, ha imposto una rapida azione di reperimento di Dpi all’estero allo scopo di fare fronte alle impellenti necessità sia degli operatori medico-sanitari e della Sicurezza, che della stessa popolazione.

Le Forze dell’Ordine, in sinergia con INAIL, Ministero della salute e Istituto Superiore della Sanità, sono impegnate nel controllo di detti materiali e, non infrequentemente, gli sviluppi di tali attività condotte sul territorio conducono alla scoperta di manufatti e disinfettanti non in regola o immessi illecitamente sul mercato spacciati ai consumatori per disinfettanti o mascherine certificate, con il conseguente sequestro dei prodotti e la denuncia dei responsabili.

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