SVEZIA, omicidio Palme. Il decesso del presunto assassino pone fine all’inchiesta

Krister Petersson era un cittadino svedese. Dal 1986 percorse senza esiti centinaia di piste investigative, oltre 10.000 le persone interrogate. Le ipotesi su mandanti ed esecutori furono le più diverse, anche la rete stay-behind collegata alla NATO. Le «amicizie pericolose» del premier socialdemocratico

La magistratura svedese ha chiuso l’inchiesta sull’assassinio del primo ministro Olof Palme, che era stato commesso nel 1986.

Secondo la magistratura del Paese scandinavo era Krister Petersson, cittadino svedese deceduto ormai alcuni anni, il principale sospettato dell’omicidio, ma il fatto che non sia più in vita ha imposto la chiusura dell’inchiesta.

Leader del Partito socialdemocratico, Palme venne assassinato all’uscita del Cinema Grand di Stoccolma il 28 febbraio 1986 alle ore undici e un quarto, mentre tornava a casa privo di scorta insieme alla moglie Lisbet, a sparargli alle spalle fu un individuo di sesso maschile.

Nel corso dell’inchiesta sono state interrogate oltre diecimila persone e, alla fine, il procuratore capo Petersson ha identificato il presunto assassino in Stig Engstrom, un uomo che odiava Palme per le sue politiche di sinistra.

«Dal momento che è morto, non posso incriminarlo, e ho quindi deciso di chiudere l’inchiesta», questo ha affermato nel corso di una conferenza stampa il magistrato titolare della colossale inchiesta riavviata nel 2017.

I faldoni sull’omicidio occupano infatti 250 metri di scaffali, tuttavia i presunti responsabili dell’assassinio dello statista svedese sono rimasti sostanzialmente impuniti.

Si tratta di un delitto inquietante, poiché, pur essendo stato commesso in uno dei paesi più progrediti ed evoluti del mondo, a quel tempo non caratterizzato dalla presenza di gruppi terroristici organizzati e, a differenza di altri paesi anche dell’Occidente, dotato di una polizia – almeno presumibilmente – immune da deviazioni, non sono stati condannati i responsabili.

Questo nonostante il fatto che nel corso della prima lunga inchiesta gli investigatori avessero preso in esame più di centosettanta piste, seppure quelle veramente credibili fossero una decina.

L’indiziato del primo scenario, tale Viktor Gunnarsson, un militante del Partito operaio europeo (filiazione di un gruppo di pressione statunitense facente capo a Lyndon LaRouche) che venne poi prosciolto da ogni accusa, venne in seguito ucciso a colpi d’arma da fuoco (nel 1994) negli Usa, paese dove nel frattempo si era trasferito.

Il Partito operaio europeo di ispirazione neonazista (Europeiska Arbetapartiet, EAP) sarebbe stato richiamato anche nell’ipotesi che il crimine fosse stato compiuto da un ex legionario di nazionalità belga.

Al riguardo va considerato che nel corso della sua vita politica Olof Palme aveva avuto attriti con le amministrazioni americane a causa delle sue posizioni frequentemente non in linea con quelle di Washington, come quando criticò duramente l’intervento americano nella guerra del Vietnam.

Inoltre, a Palme si attribuisce il progetto di iniziativa di scioglimento della rete clandestina stay-behind svedese, allestita in funzione di contrasto nel caso di un’eventuale invasione delle forze armate del Patto di Varsavia.

In seguito Palme prese in considerazione anche un piano di ritiro delle forze NATO da tutti i Paesi scandinavi, finalizzato alla trasformazione della regione in una “zona di pace” denuclearizzata. Fu in questo particolare contesto che nell’estate del 1985 lo statista svedese ricevette un invito formale dal segretario generale del PCUS Mikhail Gorbaciov, invito reso noto durante la campagna elettorale di quell’anno, con la conferma del previsto viaggio a Mosca nel mese di dicembre.

In Russia egli avrebbe probabilmente discusso del ritiro della NATO da Danimarca e Norvegia, del possibile smantellamento delle stazioni di ascolto radio situate in Svezia (Musko e Karlskrona) e dell’ulteriore smilitarizzazione della Finlandia, tutti progetti che ovviamente inquietavano Washington, ma che vennero fatti abortire dall’assassinio del premier svedese.

L’accusato nel quadro di un secondo scenario investigativo, lo psicopatico tossicodipendente Christer Pattersson, che fu riconosciuto dalla moglie di Palme, venne dapprima condannato alla pena dell’ergastolo, poi, però, tre anni dopo prosciolto in appello.

Una ennesima pista fu quella battuta sulla base delle dichiarazioni rese nel 1996 da Eugene de Kock, un colonnello sudafricano, che tuttavia numerosi osservatori ritennero mendace, in quanto probabilmente avrebbe inventato tutto allo scopo di acquisire meriti dinnanzi alla Commissione per la verità e la riconciliazione, che nel Sudafrica del dopo-apartheid  giudicò in ordine ai delitti a sfondo razziale.

L’ipotesi relativa di un omicidio organizzato dai servizi segreti di Pretoria venne avanzata sulla base del sostegno fornito da Palme all’African National Congress del leader di colore Nelson Mandela, oltre al fatto che il premier svedese sostenne l’applicazione di sanzioni economiche al Sudafrica.

Nonostante le centinaia di tracce seguite e la massa di documenti raccolti ed esaminati, il caso dell’assassinio di Olof Palme non è stato mai del tutto chiarito, evidenziando l’incompetenza degli investigatori svedesi, a cominciare da Hans Holmer, che condusse le prime indagini.

In assenza di concreti elementi di prova venne avanzata una catena senza fine di sospetti di natura politica. Come le accuse rivolte al PKK, il Partito curdo dei lavoratori, indicato come possibile mandante in quanto Palme lo aveva accusato di svolgere attività terroristiche.

Altri sostennero che potesse essersi trattato di un islamista radicale, in quanto sia l’Iran che l’Iraq si sarebbero risentiti a causa delle attività di mediazione per  la pace condotte in Medio Oriente dallo statista svedese.

Una pista interna condusse invece a un gruppo di poliziotti svedesi di orientamento politico conservatore membri dell’Associazione Internazionale della Polizia (IPA), strettamente legata a organizzazioni dell’estrema destra.

Si affermò anche che Olof Palme risultasse nell’elenco della polizia segreta cilena DINA delle personalità da eliminare, dati i contrasti con la giunta militare presieduta dal generale Augusto Pinochet, mentre altri ancora sostennero che a finanziare l’operazione la World Anticommunist League (WACL).

Infine, tra i possibili mandanti dell’omicidio del premier svedese figurò anche la rete stay-behind del Paese scandinavo (che era ed è neutrale e non aderiva alla NATO), indicata in un articolo di stampa a firma Göran Beckerus, pubblicato dal quotidiano “Dagens Nyheter” nel 1992, nel quale venivano citate almeno tre fonti, una delle quali – il presunto agente della CIA Oswald Le Winter – era noto per la sua inaffidabilità, in quanto in precedenza aveva mentito fuorviando la stampa americana al tempo dello scandalo Iran-Contras, nel quale aveva svolto un ruolo di copertura per conto dell’agenzia di Langley.

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