ENERGIA, Mediterraneo. Il «trilemma energetico»: sicurezza, accesso, disponibilità

Gas, rinnovabili, reti: l’approvvigionamento e l’elettrogenerazione in un bacino interconnesso dalla Sicilia ai Balcani attraverso la sua sponda sud. Il contributo del settore privato allo sviluppo regionale affrontato in un seminario dell’Istituto affari internazionali



Seimila chilometri di condotte energetiche esistenti nel Mediterraneo ne pongono in relazione le due sponde, simboleggiando la reciproca interdipendenza, tuttavia nuove realtà incombono.

Esse stanno modificando le dinamiche in atto e conseguentemente anche le politiche e le strategie energetiche.

Entrano in scena nuovi consumatori di energia, che attualmente viene generata in buona parte attraverso il ricorso a combustibili fossili, seppure siano stati impressi forti impulsi allo sviluppo di energie alternative.

Oggi sull’incremento della domanda di elettricità incide il trend demografico dei Paesi africani, sui quali incide l’accentuato fenomeno dell’urbanizzazione.

L’equazione energetica sta cambiando, se non verrà seguita dappresso con occhio critico si correranno i rischi di subirne gli effetti negativi.

Intanto, i Paesi dell’africa settentrionale non costituiscono più solo ed esclusivamente un grande serbatoio di materie prime energetiche, poiché oggi sono divenuti assetati consumatori.

Si consuma molta più energia elettrica, sia a nord che a sud del Mediterraneo. Ormai oggi a distribuire le carte sul tavolo da gioco è il kilowattora.

Non sono pochi gli interrogativi ingeneratisi sul futuro del settore energetico. Nella futura de-carbonizzazione dei processi di elettrogenerazione, se e quando avverrà, il gas naturale sarà in grado di porsi come valido transition fuel  garantendo così la stabilità e lo sviluppo nella regione?

L’energia sarà una fonte di divisioni oppure di stabilità? Il Mediterraneo confinerà con «kaoslandia»?

Il problema si pone dunque nei termini dell’azione nel senso del mantenimento del bacino a un livello minimale di criticità, tenendo in debito conto il gap energetico e il nuovo incremento della domanda di energia proveniente dalla sponda sud e dall’Africa sub-sahariana.

Dal punto di vista strategico e delle materie prime energetiche, nella complessa dinamica globale in atto la regione non riveste una primaria importanza strategica, infatti nel suo sottosuolo si trova soltanto l’1% delle riserve energetiche mondiali – volumi, dunque, assolutamente non alternativi a quelli della Russia –, tuttavia fondamentali per il fabbisogno espresso dall’Italia.

A oggi Egitto e Libia ne sono i maggiori paesi produttori (attesa ovviamente la stabilizzazione di quest’ultima), mentre l’Algeria costituisce ancora un fondamentale referente per quanto concerne il gas naturale.

Ma, dati i suoi incrementati consumi interni – seppure oscillanti -, neppure Algeri può più pianificare quote fisse di materia prima da destinare all’esportazione.

A questo punto il problema delle esportazioni di gas naturale diviene oltremodo cruciale, perché esse sottostanno a regole precise e rigorose fissate nei contratti pluriennali.

Al momento una soluzione al dilemma algerino potrebbe derivare da corposi investimenti finalizzati all’incremento della produzione, investimenti che però nessuno parrebbe voglia fare.

Per il Paese si apre dunque la non rosea prospettiva di una graduale perdita della propria rendita energetica, sulla quale nel recente passato molto aveva fatto affidamento per anestetizzare il conflitto sociale e l’insorgenza islamista.

Senza investimenti non potrà mettere a produzione nuovi campi estrattivi e neppure si recuperare quelli ormai maturi.

Nella regione esistono abbondanti riserve di gas naturale e anche notevoli potenzialità nel settore delle rinnovabili. Eolico, ma soprattutto solare, dato l’irraggiamento, che a quelle latitudini è pari a tre volte quello europeo.

Dal Caucaso giungerà nuovo gas attraverso la condotta attraverso i Balcani – si tratta del contestato Tap, il Gasdotto trans-adriatico -, mentre attraverso il ricorso alle importazioni di quello liquefatto sarà in qualche modo sostenibile lo sforzo teso alla diversificazione energetica.

Il gas naturale liquefatto è una fonte di approvvigionamento certamente flessibile nel quadro di un mercato “più spot“ che fletterebbe anche un po’ i prezzi della materia prima energetica.

Resta poi il discorso della possibile piena integrazione della regione mediterranea dal punto di vista delle rinnovabili, potenziale opportunità di crescita, sviluppo e stabilità.

Qui un ruolo chiave lo svolgerebbero le reti, anche alla luce dell’assenza di un mercato unico in Europa (per lo meno sul piano delle interconnessioni delle energie rinnovabili) e del sostanziale fallimento dell’operazione Desertech.

I Paesi della sponda meridionale del Mediterraneo trarrebbero vantaggi dalla piena integrazione energetica tra di loro e con la sponda europea a Nord.

Il Marocco, ad esempio, è tributario per il 95% dell’energia che consuma, una condizione estremamente onerosa dalla quale sta cercando di uscire anche grazie a progetti come quello sviluppato con Enel, che vede il gruppo di Viale Regina Margherita impegnato in un notevole investimento finalizzato alla produzione elettrica nel Regno alawide.

La Tunisia nutre interesse per le interconnessioni secondarie di reti elettriche, essa potrebbe costituire la porta naturale non soltanto per il Maghreb e la sponda mediterranea occidentale, ma anche per la regione sub-sahariana, che a oggi evidenzia un gap nell’accesso energetico per 500.000 persone (la metà di quello complessivo mondiale).

L’Italia ha venticinque connessioni con l’estero. Con Francia, Svizzera, Austria, Slovenia, Montenegro e Grecia, ma non è collegata con la sponda sud del Mediterraneo.

Al momento, dal Vecchio continente l’unica connessione attiva è quella in corrente continua tramite il cavo sottomarino posato tra Spagna e Marocco.

Terna sta realizzando un cavo lungo circa 600 chilometri, che da Partanna (Sicilia) porrà in relazione l’Italia con la Tunisia e che a opera ultimata (si prevede nel 2027) avrà una capacità di 600 MW.

Questo progetto prevede anche un possibile raddoppio, che consentirebbe l’approvvigionamento di elettricità anche alle confinanti Algeria e Libia.

Tenuto conto dei due cablaggi già funzionanti con la Grecia e con il Montenegro – relazione quest’ultima inaugurata da Enel il 26 novembre scorso -, secondo i relatori del dibattito organizzato dallo IAI si perverrebbe alla «chiusura» dell’anello energetico mediterraneo, con l’Italia che si troverebbe in una posizione centrale nel sistema elettrico europeo.

Di questi temi, delle problematiche a essi connesse e del ruolo che potrebbero giocare grandi e piccoli player privati – tra i quali figurano anche attori di primo piano italiani – si è discusso nel corso del dibattito organizzato a Roma dall’Istituto Affari Internazionali, che ha avuto luogo presso la Residenza di Ripetta giovedì 28 novembre 2019, di cui è disponibile di seguito la registrazione audio integrale (A214)

A214 – ENERGIA, RETI: SICUREZZA, ACCESSO, DISPONIBILITÀ. Il «trilemma energetico»: l’approvvigionamento di gas e l’elettrogenerazione in un potenziale bacino interconnesso esteso dalla Sicilia ai Balcani attraverso la sponda sud del Mediterraneo.

Il contributo del settore privato allo sviluppo regionale affrontato in un seminario organizzato dall’Istituto affari internazionali (IAI) che ha avuto luogo il 28 novembre 2019 presso la Sala Pavillon della Residenza di Ripetta a Roma.
Hanno partecipato a “Energie nel Mediterraneo, il contributo del settore privato allo sviluppo regionale”: FERDINANDO NELLI FEROCI (Presidente IAI; introduzione), NICOLÒ SARTORI (IAI, responsabile programma Energia, clima e risorse; moderatore), MARGHERITA BIANCHI (IAI, ricercatrice del programma Energia, clima e risorse), LAPO PISTELLI (ENI, Direttore Relazioni internazionali), SIMONE MORI (ENEL, Direttore Affari europei ed euromediterranei), LUCA TORCHIA (TERNA, Direttore Relazioni esterne e sostenibilità), LUCA SABATUCCI (Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Direttore Generale per la mondializzazione e le questioni globali).
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