AFGHANISTAN, elezioni politiche 2019. Al voto nella paura degli attentati e per il futuro del Paese

Violenze nel giorno delle presidenziali con morti e feriti, ma in misura minore rispetto al passato. Nelle aree sotto il controllo di talebani e jihadisti dello Stato islamico nessun seggio elettorale. La sfida tra il presidente uscente Ghani e il capo dell'esecutivo Abdullah, sullo sfondo la politica unilaterale della Casa Bianca. Trump lancia un chiaro segnale agli alleati di Kabul, gli nega il finanziamento, ma si sa che cerca una rapida exit strategy dal pantano centroasiatico e vorrebbe tornare subito a trattare con i talebani

Le violenze. Questo resoconto della giornata delle consultazioni elettorali in Afghanistan viene volutamente fatto iniziare con le cronache relative alle violenze perpetrate nella giornata del voto, poiché era perfettamente noto da tempo che esse risiedevano alla base della strategia di coloro che le consultazioni elettorali avrebbero voluto boicottarle in qualsiasi modo.

Quello di oggi è stato il terzo tentativo di svolgimento di libere elezioni dopo i due precedenti falliti a causa degli attentati compiuti dalle fazioni talebane e dagli jihadisti riconducibili al sedicente «Stato islamico».

È in questo senso hanno quindi agito, per diffondere capillarmente il terrore in ogni angolo del Paese centroasiatico nel quale sono stati in grado di farlo.

E in non pochi casi sono riusciti a perseguire il loro obiettivo, infatti molti seggi elettorali sono rimasti deserti, disertati dai cittadini impauriti.

Nella capitale sono stati registrati soltanto una trentina di piccoli attentati. Una Kabul blindata, che nei giorni immediatamente precedenti quello del voto aveva visto i reparti delle forze di sicurezza governative impegnate in una serie di muscolari operazioni di prevenzione nei propri paraggi.

Kabul era nel mirino, si temevano le infiltrazioni dei terroristi jihadisti, quindi il filtraggio di chi entrava è stato rigoroso, anche se non ha potuto evitare gli episodi di violenza citati, piccole esplosioni che avrebbero provocato alcuni ferimenti, anche se allo stato attuale non sono ancora disponibili informazioni certe al riguardo.

Tuttavia non è andata così altrove, poiché al di fuori della capitale il bilancio è più pesante, con almeno due morti e una ventina di feriti vittime di una serie di attentati.

Nel distretto di Sorkh Rod della provincia orientale di Nangarhar, presso un seggio elettorale l’esplosione di una mina ha ucciso una persona e ne ha ferite tre. Presso un seggio allestito a Kundus, nel nord del Paese, un osservatore delle operazioni di voto è morto per l’esplosione di un razzo.

A Kandahar a causa dell’esplosione di un ordigno nascosto all’interno di un amplificatore di una moschea utilizzata come seggio, sono rimaste ferite quindici persone tra civili e agenti di polizia, mentre nella medesima città le bombe disinnescate o fatte brillare dagli artificieri afgani sono state più di trenta.

Nella provincia di Logar un’ambulanza della organizzazione non governativa Emergency è stata fatta segno di colpi d’arma da fuoco, che hanno provocato il ferimento dell’infermiere e del parente che accompagnava il malato soccorso che si trovavano a bordo.

Nel corso dell’intera giornata le operazioni di voto sono state accompagnate dagli attentati, una campagna terroristica a tutti gli effetti, seppure – va rilevato – di minore intensità rispetto al passato.

Ovviamente, nel computo finale dei seggi dove gli afghani hanno potuto votare vanno sottratti quelli esclusivamente “nominali”, cioè quelli si sarebbero dovuti allestire nelle località sotto il controllo dei talebani.

 

Le consultazioni elettorali. Le elezioni di oggi sono state precedute da una serie di significativi avvenimenti, ultimo dei quali la convinzione pubblicamente espressa da Hamid Karzai sull’inopportunità dello svolgimento di consultazioni indette senza che fosse stato preliminarmente raggiunto un accordo di massima con i talebani.

L’auspicio dell’ex presidente afghano era dunque quello di un ennesimo rinvio, anche perché – sempre secondo Karzai e i gli altri critici –  questo pronunciamento dell’elettorato non avrebbe comunque rappresentato una garanzia riguardo al processo di stabilizzazione del Paese.

In fondo la pace si fa con il nemico e, nella situazione attuale una buona parte di esso – cioè almeno quelle fazioni talebane che avevano partecipato al percorso negoziale di Doha – ufficialmente rifiutano ogni rapporto con il governo di Kabul, seppure si possa essere indotti a ritenere che – nella migliore tradizione che caratterizza l’agire degli «astuti afghani» – un canale di trattativa sia stato lasciato aperto.

Al rinvio delle elezioni si è però fortemente opposto il presidente in carica Ashraf Ghani, di etnia pashtun e già ministro delle finanze, uno dei due sfidanti per il prossimo mandato al vertice dello Stato afghano, che ha esercitato forti pressioni affinché si andasse in ogni caso alle urne, in quanto unica alternativa nel breve periodo alla luce del fallimento dei negoziati di Doha.

Dunque, dalle sette della mattina (ora di Kabul) alle tre del pomeriggio, almeno sulla carta nelle trentaquattro province nelle quali è amministrativamente suddiviso l’Afghanistan, 9.700.000 cittadini aventi diritto e registrati nelle liste elettorali hanno avuto l’opportunità di recarsi alle urne per esprimere il loro consenso ai partiti politici e ai due sfidanti per la carica di presidente, il citato Ashraf Ghani e lo sfidante Abdullah Abdullah.

Quest’ultimo, di padre pashtun e madre tagika, è l’attuale effettivo capo dell’esecutivo in carica dal 2014, una compagine di unità nazionale che per il Paese centroasiatico, dopo la sconfitta subita nel 2001 dai talebani, ha rappresentato una assoluta novità. Già ministro degli esteri, Abdullah ricopre la carica di “coordinatore del governo”, figura alla quale demandato il potere di nomina del primo ministro. Quella del “Coordinatore” è una figura formalmente inesistente nell’ordinamento costituzionale afghano, che venne tuttavia creata ad hoc allo scopo di giungere a un accordo politico che evitasse l’avvitamento del Paese in una nuova crisi che avrebbe inevitabilmente condotto alla ripresa della guerra civile.

Un voto che – lo si potrà però constatare soltanto dopo lo scrutinio delle schede – sul quale potrebbe avere inciso anche il condizionamento derivante dalla notizia della cancellazione dei previsti aiuti americani (160 milioni di dollari) resa nota da Washington alla sua immediata vigilia.

Non è un segnale di poco conto, poiché a comunicarlo è stato in prima persona il segretario di Stato Mike Pompeo, che ha motivato l’atto con l’asserita «incapacità e scarsa trasparenza» manifestata negli anni dal governo afghano.

Il presidente Usa ha fretta di uscire dal pantano centroasiatico nel minore tempo possibile e quindi lancia dei chiari segnali ai suoi referenti a Kabul.

Il fallimento dei negoziati di Doha sta inquietando la Casa Bianca, poiché uno dei punti chiave della campagna elettorale di Donald Trump fu proprio quello del disimpegno militare americano, almeno parziale, dalla regione mediorientale e centroasiatica, quindi anche l’impegnativa e onerosa missione “Resolve Support”, sia in termini di body count che finanziari.

Da qui il tentativo di saltare le fasi di transizione più complesse e farraginose mediante i negoziati diretti con i talebani in Qatar, che videro il bypassaggio del governo (alleato) in carica a Kabul.

Sta di fatto che oggi nelle migliaia di seggi elettorali allestiti in scuole, moschee e ospedali, presidiati da oltre settantamila uomini delle forze di sicurezza, si è votato.

In primo piano la sfida tra i due big, i candidati principali Ghani e Abdullah, che come accennato nell’ultimo lustro trascorso hanno condiviso il potere nell’ambito di un esecutivo di unità nazionale, formato in seguito al naufragio delle precedenti elezioni sotto i colpi delle accuse di brogli.

Brogli  che questa volta – garantiscono da parte loro i funzionari del governo afghano – dovrebbero venire ridotti grazie all’adozione di un sofisticato sistema di identificazione biometrica, concepito allo scopo di impedire alle persone di votare più volte o di votare al posto di altri.

Sarà possibile conoscere i risultati ufficiali delle odierne consultazioni solamente tra alcune settimane, un “periodo finestra” che molti ritengono estremamente pericoloso per i destini della democrazia afghana, che potrebbe essere posta definitivamente in discussione sia da un’altra crisi politica che dalle dinamiche esterne al Paese, non ultimi gli atteggiamenti assunti dall’amministrazione Usa.

 

Gli scenari possibili. La bozza di accordo redatta su ordine del presidente Donald Trump e, almeno per il momento, abbandonata a seguito del fallimento del percorso negoziale di Doha, prevedeva il ritiro delle truppe straniere dall’Afghanistan a fronte dell’assunzione da parte dei talebani dell’impegno di recidere ogni legame con i gruppi jihadisti che proiettano le loro attività terroristiche anche sul piano globale.

Tuttavia, per sedere al tavolo delle trattative i talebani avevano posto alla controparte l’imprescindibile condizione dell’estromissione dai negoziati delle autorità al potere a Kabul.

Anche dopo il fallimento di Doha, Washington non avrebbe comunque abbandonato del tutto la strada del negoziato con i talebani, magari nel solco di quelli andati a vuoto nel recente passato.

Trump è alla ricerca di un accordo i cui termini porterebbero a un parziale disimpegno americano dall’Afghanistan a fronte di una sospensione degli attacchi da parte dei talebani, risultato che preluderebbe a qualche forma di dialogo intra-afghano.

E qui, però, emergono i problemi. In primo luogo quello dell’estromissione dalle trattative del governo di Kabul, che da parte sua ha sempre manifestato freddezza nei riguardi del dialogo, temendo per il proprio futuro.

Questo mancato coinvolgimento non ha fatto altro che ingenerare negli afghani alleati dell’Occidente degli effetti percettivi perniciosi, poiché la diretta conseguenza di un accordo stipulato dagli Usa con i talebani porterebbe al disimpegno militare dei primi dall’Afghanistan, che a sua volta si ripercuoterebbe sulla precaria stabilità del Paese centroasiatico.

Allo stesso modo, un disimpegno militare unilaterale americano – sulla falsariga della politica internazionale di Trump -, si collocherebbe nel quadro generale di assenza di concrete intese col nemico, un azzardo del quale gli esiti sarebbero imprevedibili.

In ogni caso, la percezione di un abbandono a sé stessi da parte degli uomini dello Stato afghano aprirebbe la prospettiva del suo disfacimento, causato dalle pressioni che verrebbero esercitate dall’opposizione in armi.

Infatti, a quel punto non sarebbe esclusivamente la classe dirigente di Kabul a percepire qualcosa di sinistro, poiché anche talebani e jihadisti trarrebbero delle conseguenze dagli sviluppi della situazione.

Per il governo sarebbe difficile sopravvivere e potrebbe quindi accadere che non pochi appartenenti alle forze di sicurezza dello Stato si sbanderebbero, con la non remota possibilità di transitare in armi nelle fila dei talebani o degli jihadisti, al momento minoritari, dello Stato islamico del Khorasan.

In questi diciassette anni sulle forze di sicurezza afghane la comunità internazionale aveva puntato molto, ma esse non sono in grado di mantenere il controllo del territorio e quindi di garantire un sufficiente livello di sicurezza alla popolazione.

I circa 340.000 uomini in organico ai vari reparti (ma concretamente operativi ne risulta soltanto la metà), una volta venuta a mancare l’essenziale sostegno fornito loro della Nato non sarebbero nelle condizioni di andare avanti, in quanto privi di capacità nei settori logistico, aeronautico e dell’intelligence.

Attualmente il dispositivo di sicurezza dello Stato afghano è stato ritirato dalle aree periferiche del Paese per essere concentrato nelle principali aree urbane, che per varie ragioni risultano meglio difendibili. In questo modo, però, le aree rurali sono state lasciate nelle mani dei gruppi armati dell’opposizione.

 

 

Le fratture intestine del «grande avversario». Al contrario di quanto spesso si è portati a ritenere, il movimento talebano non è affatto monolitico, bensì composito e frammentato al proprio interno.

Questa caratteristica comporta spesso il manifestarsi di difformità nelle linee di azione, nonostante la forte e consolidata leadership del movimento ricorra a tutte le sue capacità per influenzare o costringere le varie componenti – soprattutto quelle all’interno delle quali prevalgono elementi di giovane età o di orientamento radicale – ad agire sulla base della linea decisa dal centro.

Il movimento talebano, formato da circa 50.000 militanti, si articola infatti in diverse componenti aggregate, una trentina di gruppi diversi, non tutti favorevoli al processo di pace.

Un forte impulso alle trattative con gli Usa era stato impresso sopravvenuta nuova guida del movimento talebano, il mawlawi Hibatullah Akhundzada, succeduto al mullah Akhtar Mohammad Mansoor dopo un duro conflitto intestino.

Egli, mediante un approccio pragmatico, era riuscito a portare una rilevante parte del movimento sulle proprie posizioni e quindi al tavolo negoziale di Doha.

Tuttavia, le incognite derivanti dalle possibili difformità nella linea di azione seguenti un eventuale accordo con gli americani potrebbe far distaccare una componente decisa a non deporre le armi e a proseguire la guerra.

E anche in questo caso alcuni potrebbero unirsi all’altra organizzazione attiva in Afghanistan, quella di matrice jihadista che è riconducibile alla galassia del sedicente Stato islamico, cioè il cosiddetto Stato islamico del Khorasan.

Esso, numericamente inferiore al movimento talebano, dal 2014 è attivo in alcune aree del Paese, ma malgrado le sue ridotte dimensioni e comunque in grado di influire sulle condizioni di sicurezza dell’Afghanistan.

 

Tante incognite e una certezza. Come rilevato, le complesse e tormentate dinamiche afghane presentano numerose incognite e almeno una certezza: la sconfitta occidentale nella «War on Terrorism» a suo tempo voluta nei termini che conosciamo da George Walker Bush e dal gruppo di potere neocon che lo aveva portato alla presidenza degli Stati Uniti d’America.

Evidentemente, una soluzione di natura militare della crisi afghana non è possibile, ci aveva già provato senza successo l’Unione sovietica di Leonid Il’ič Brežnev, che inviò laggiù la 40ª Armata, che pur operando con durezza dovette alla fine ritirarsi.

Quindi la strada necessariamente da perseguire è quella del processo di pace.

In fondo, il fatto stesso che l’amministrazione Usa abbia fatto ricorso a forme di negoziati con gli esponenti dell’Ufficio politico talebano a Doha (per la Casa Bianca null’altro che una exit strategy) certificherebbe l’inadeguatezza dell’applicazione del paradigma militarista.

In un Paese controllato per la sua metà dai talebani e da altri gruppi armati che si oppongono al governo centrale, a distanza di diciotto anni di distanza dal loro iniziale schieramento, dislocati sul terreno restano ancora i militari dei vari contingenti dei Paesi Nato, 17.000 uomini, 900 dei quali italiani.

Si tratta della interminabile “coda” delle missioni multinazionali svolte su mandato dell’Onu dal 2001, seguite all’assunzione del controllo di ampie porzioni del territorio afghano da parte delle forze statunitensi, quando, dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre davano la caccia a Usama Bin Laden.

Fino a oggi i costi complessivi dell’impegno delle forze armate italiane in Afghanistan è costato al contribuente della Repubblica sette miliardi di euro.

Il bilancio delle vittime in servizio tra le montagne e le vallate del Paese centroasiatico ammonta invece a 54 morti e 700 feriti.

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