GUERRA COMMERCIALE, escalation. Le virulente accuse di Donald Trump: «Cinesi manipolatori di valute»

Le autorità monetarie di Pechino lasciano scivolare il renminbi/yuan ai minimi storici dal 2008, è la risposta ai nuovi dazi imposti da Washington su 300 miliardi di beni prodotti nella Repubblica popolare. I perversi effetti che potrebbe generare l’oltranzismo protezionistico della Casa Bianca. Le precedenti svalutazioni cinesi nel recente passato

Inevitabilmente, la guerra commerciale scatenata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump si è estesa anche alle valute.

Infatti, le autorità monetarie di Pechino hanno lasciato scivolare il renminbi/yuan ai minimi storici dal 2008 in risposta ai nuovi dazi imposti da Washington su 300 miliardi di beni prodotti nella Repubblica popolare.

Da Washington si afferma comunque di essere disponibili a nuovi negoziati «con la prospettiva e la speranza» del raggiungimento di un accordo commerciale e, dunque, in America si attende l’arrivo di una delegazione proveniente da Pechino il prossimo settembre.

 

«America First». Alcuni anni fa, durante l’età dell’oro della globalizzazione, la Cina ebbe accesso all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto, World trade organization) senza tuttavia essere obbligata ad associare quella che allora era la sua turbinosa crescita economica alla fluttuazione della propria moneta, il renminbi/yuan.

Questo si verificò anche (o soprattutto) a causa della determinazione di Washington di preservare il ruolo egemone del dollaro come moneta di scambio internazionale.

Infatti, mentre la Cina popolare era e rimane una grande economia esportatrice, gli Stati Uniti d’America sono invece un’economia che versa in una condizione di deficit strutturale da anni, che quindi non può prescindere dall’imposizione della propria divisa a livello mondiale.

Ma quando in seguito è divampata la guerra commerciale, combattuta a colpi di dazi dall’amministrazione repubblicana presieduta da Trump, Pechino si è trovata nelle condizioni di rispondere svalutando la propria moneta, cercando così di compensare almeno in parte gli effetti delle politiche protezionistiche americane.

Oggi le autorità monetarie cinesi continuano a fissare il cambio dello yuan sulla base delle decisioni assunte dal livello politico (il Partito comunista), mantenendolo sostanzialmente svincolato dagli andamenti dei mercati valutari.

In una fase di acuta crisi del multilateralismo come quella attuale e in piena guerra commerciale, il meccanismo dei dazi, però, non funziona più come avrebbero voluto a Washington, ed ecco allora alimentarsi le tensioni con Pechino, con il possibile perverso risultato di offrire involontariamente ai cinesi addirittura dei vantaggi in termini di competitività.

Ma alla fine, a pagare le conseguenze di questo ulteriore round dello scontro sarà l’economia mondiale, che subirà un rallentamento sul piano dei volumi complessivi degli scambi commerciali e una conseguente riduzione della crescita.

Qui sorge un interrogativo: a quel punto gli americani saranno nelle condizioni di svalutare a loro volta il dollaro?

Sarebbe un problema non indifferente, poiché un eccessivo decremento del valore del biglietto verde ne comporterebbe una conseguente riduzione sul piano dell’affidabilità nella veste (fondamentale per l’economia statunitense) di moneta di riferimento per i commerci internazionali.

In ultima analisi, l’attuale politica protezionistica varata da Trump andrebbe a minare la funzione di moneta di scambio internazionale storicamente svolta dal dollaro.

Un dilemma serio sia per la Casa Bianca che per la Federal Reserve (la banca centrale Usa), dato che, se Washington non dovesse svalutare Pechino potrebbe vincere questa guerra commerciale.

Il piano dello scontro è estremamente inclinato, si è visto che – almeno per il momento – i cinesi si guardano bene dallo stipulare accordi in questo senso con gli Usa.

Infatti non sono più i tempi del G7 di una volta, quelli che precedettero la globalizzazione. Oggi gli americani non hanno più in mano carte politiche così forti da poter giocare sul tavolo della trattativa.

Il prossimo anno cesserà il mandato presidenziale di Donald Trump, avrà quindi luogo la campagna elettorale che preluderà alle consultazioni nelle urne. Una scadenza che date le dinamiche attuali potrebbe essere foriera di sviluppi imprevedibili.

 

Lo strumento cinese della politica monetaria. Non è certamente la prima volta che lo Stato cinese ricorre alla politica monetaria quale strumento di sostegno della propria crescita economica, essendo esso, per altro, capillarmente attivo nell’economia nazionale attraverso massivi interventi in suo sostegno.

Questo seppure in un’economia di mercato globalizzata il potere statale, anche se accentrato e forte come quello comunista cinese, non riesca comunque a governare totalmente le dinamiche dell’economia.

Esistono dunque dei precedenti esemplari, come quello dell’estate 2015, quando nella Repubblica popolare si registrarono degli inquietanti segnali di crisi.

Il tasso di crescita (dichiarato) si attestò al 6,5%, a fronte però di un contestuale calo di importazioni, esportazioni e investimenti.

Improvvisamente, nel mese di agosto le autorità monetarie di Pechino svalutarono il renminbi/yuan del 3,5 per cento.

In quella fase la moneta cinese risultava eccessivamente sopravvalutata sui mercati e l’operazione, effettuata in due giorni, ne mantenne in ogni caso il valore all’interno della concordata fascia di oscillazione in rapporto col dollaro Usa.

Non fu un evento casuale, poiché si trattò di una svalutazione decisa in un momento del tutto particolare, nell’immediatezza della diffusione dei dati sulle esportazioni cinesi (nel luglio precedente calate all’8,3%) e a un mese esatto dalla prevista visita a Washington del segretario generale del Partito comunista e presidente della repubblica Xi Jinping.

Non si trattò di una svalutazione competitiva – infatti, nel breve termine le esportazioni cinesi non ne avrebbero beneficiato -, tuttavia il suo effetto fu quello di ingenerare ansia sui mercati e di rinfocolare le critiche americane sulle politiche cinesi in materia.

Allora venne formulata anche un’altra ipotesi riguardo all’operazione decisa dai cinesi, essa sarebbe stata alla base del tentativo di internazionalizzazione della loro moneta in vista di un suo eventuale inserimento all’interno del paniere delle monete cosiddette di «riserva» del Fondo monetario internazionale.

Fare fluttuare il renminbi/yuan secondo i principi del libero mercato condizionandone la quotazione con un occhio alla decisione che il Fmi avrebbe dovuto assumere di lì a poco, malgrado Pechino non fosse assolutamente ancora in regola con le rigide regole delle quali lo stesso Fmi imponeva il rispetto: libero ingresso di capitali esteri nel Paese, tassi di cambio e di interesse (attivi e passivi) regolati dai mercati e piena liberalizzazione del sistema finanziario nazionale.

 

 

Sui temi dell’egemonia del dollaro e della guerra commerciale in atto tra Usa e Repubblica popolare cinese è possibile ascoltare le seguenti registrazioni audio tratte dall’archivio di insidertrend.it

 

A052 – ENERGIA, CRISI ECONOMICO-FINANZIARIA E DEBOLEZZA DEL DOLLARO: dinamiche innescate sui prezzi petroliferi. Ai microfoni di Radio Omega parla PAOLO CONTI, giornalista e direttore del Centro Studi per la Divulgazione della Tecnologia e della Scienza, coautore con Elido Fazi del libro Euroil: la borsa iraniana del petrolio e il declino dell’impero americano”.

Crisi finanziaria, dollaro e petrolio: l’imposizione americana della propria moneta come unico strumento di scambio internazionale; il meccanismo del “riciclo dei petrodollari” e i vantaggi apportati all’economia Usa; le minacce alla supremazia del dollaro. ORA ZERO, trasmissione del 23 novembre 2008, a cura di Gianluca Scagnetti.

 

A071 – IRAN, NUCLEARE: IPOTESI ATTACCO PREVENTIVO USA, ragioni strategiche ed economiche alla base delle dinamiche; a ORA ZERO parlano l’ingegner UGO SPEZIA (Sogin, Ain) ed ELIDO FAZI (Fazi Editrice) trasmissione del 14 febbraio 2008 a cura Gianluca Scagnetti. Nel futuro l’atomica della Repubblica islamica sarà molto probabile, tuttavia per il momento Washington non dovrebbe attaccare gli impianti degli ayatollah. Gli squilibri strutturali dell’economia Usa e il declino del dollaro. Le reali capacità tecniche in possesso di Teheran nel settore nucleare e conferme alla direzione “militare” impressa al suo programma di sviluppo; l’arricchimento dell’uranio.

I sei grandi produttori di combustibile nucleare attivi al mondo; uranio 235 e plutonio, materiali necessari alla realizzazione di un ordigno nucleare: processo di arricchimento dell’uranio e di trasformazione degli scarti dell’uranio in plutonio; testate nucleari all’uranio e al plutonio: caratteristiche e pesi; capacità di ritrattamento del combustibile nucleare; difficilmente esplorabile ipotesi relativa a un opzione militare (strike sugli impianti iraniani). “Euroil: la borsa iraniana del petrolio e il declino dell’impero americano”: squilibri strutturali Usa e declino del dollaro come moneta di scambio internazionale; debito pubblico americano; euro “moneta stabile”, riferimento come moneta di scambio internazionale; Cina popolare, potenza in crescita; Usa, George Walker Bush: politica globale di egemonia militare; fine del sistema basato sulla supremazia del dollaro; Russia, materie prime energetiche; Usa, cause alla base dell’attacco militare all’Iraq di Saddam; oil for food in euro; dollaro Usa e cambio sui mercati valutari mondiali: ragioni della perdurante forza della moneta verde; verso un punto di equilibrio; Fondo Monetario Internazionale: un “carrozzone” ormai finito? I Paesi “non allineati dell’energia”, aggregazione antagonistica di alcuni produttori di petrolio.

 

A140 – ECONOMIA, GUERRA COMMERCIALE USA-CINA: I DAZI DI TRUMP E LE RISPOSTE CINESI, Pechino non recede e impone misure restrittive sulle importazioni americane per un valore di 60 miliardi di dollari. La situazione alla luce degli ultimi sviluppi analizzata dal professor PAOLO GUERRIERI, economista e già senatore della Repubblica.

Il confronto tra le due potenze del XXI Secolo sui piani economico, tecnologico e strategico: la reciproca imposizione di dazi e i pericoli insiti in un’eventuale escalation; Pechino non ha interesse a oltrepassare il “punto di non ritorno”, allo stesso tempo l’amministrazione attualmente in carica potrebbe subire colpi non indifferenti diretti all’elettorato che Casa Bianca. Nel frattempo si tratta; in ogni caso i cinesi hanno della capacità antropologiche di resistenza, infatti pianificano al 2040. In fondo anche loro sono «popoli del riso», quelli della «lotta di lunga durata».

Condividi: