ITALIA, economia. I conti pubblici che non reggono e le possibili misure di intervento per la ripresa

Presentato a Roma il Rapporto elaborato dal Centro Studi Economia Reale diretto dal professor Mario Baldassarri. L’Italia è tra «Scilla e Cariddi» e tutto si gioca sul recupero – ritenuto possibile – di risorse e la loro conseguente adeguata allocazione

Ormai da oltre dieci anni, il quadro “esterno” internazionale mostra un elemento strutturale: quando tutto va bene ed il Mondo cresce al 4%, gli USA crescono al 2,5%, l’Eurozona cresce al 2% e l’Italia cresce all’1%; se il mondo rallenta al 2%, gli USA crescono sotto al 2%, l’Eurozona cresce all’1% e l’Italia va a zero o sottozero.

Europa ed Italia quindi dovrebbero dare una risposta a questo dato strutturale senza attribuire la crisi al “resto del Mondo” e senza lanciarsi anatemi assolutori l’una contro l’altra.

Nostre precedenti analisi sui circa venti anni passati mostrano che per ogni 1% in meno di crescita mondiale si determina un effetto di freno sull’economia italiana di circa -0,3% e ogni dieci punti di apprezzamento dell’euro verso il dollaro determinano una ulteriore freno alla crescita italiana di circa il -0,3%. In estrema sintesi quindi questi due elementi “esterni” giocano in negativo sulla nostra crescita per circa lo 0,5%-0,6%.

Per l’Italia le nostre previsioni indicano che, a legislazione vigente, il profilo di crescita dell’economia italiana si presenta pressoché piatto allo zero per cento per i prossimi tre anni. Ne deriverebbe un inaccettabile andamento del tasso di disoccupazione ed il totale dei disoccupati aumenterebbe.

Se avessimo l’aumento dell’Iva, ma non le previste entrate da privatizzazioni, il quadro inaccettabile in termini di crescita ed occupazione sarebbe pressoché lo stesso, ma più fragili e gravi sarebbero le prospettive di finanza pubblica.

Il mancato scatto delle clausole di salvaguardia toglierebbe in parte l’effetto frenante sulla crescita che però si porterebbe ad un asfittico 0,4% nel 2020 e salirebbe allo 0,5% e 0,7% nei tre anni successivi.

Questo profilo di lieve ripresa consentirebbe di ridurre lentamente il tasso di disoccupazione (con l’occupazione misurata correttamente in termini di Unità di Lavoro Equivalenti) verso il 10% nel 2023 e di ridurre il numero dei disoccupati di circa 100.000 unità.

L’annuncio di pochi giorni fa circa il tasso di disoccupazione che sarebbe sceso sotto il 10% non fa riferimento alle ULE, bensì considera gli occupati senza ponderarli per il numero di ore/giorni lavorati. Infatti il monte ore lavorate è tutt’oggi ben al di sotto dei livelli pre-crisi.

Per contro inoltre, il deficit pubblico salirebbe al 3,2% nel 2020 e sarebbe ancora al 2,5% nel 2023. Il Debito pubblico salirebbe oltre i 2600 miliardi nel 2023 ed il rapporto Debito/Pil salirebbe al 135,6% nel 2020 ed al 136,1% nel 2021.

Il costo di una eventuale Flat-Tax al 15% applicata a tutti i contribuenti, sulla base dei dati più recenti della Agenzia delle Entrate, risulta pari a circa 87 miliardi di euro.

Laddove la Flat-Tax al 15% si applicasse soltanto per i redditi sotto i 55.000 euro, il costo sarebbe “solo” di 49 miliardi. Molto più equa sarebbe invece una vera riforma di semplificazione dell’Irpef con tre aliquote, 20% fino a 35.000 euro, 30% fino a 100.000 euro e 40% sopra i 100.000 euro.

Il “costo” di questa riforma sarebbe di circa 32 miliardi di euro. Gli sgravi andrebbero per il 74% ai redditi inferiori ai 55.000 euro e quindi sarebbero socialmente più equi e molto più efficaci a sostenere i consumi visto che i cittadini a redditi medio-bassi avrebbero la gran parte degli sgravi.

Pur con questi dubbi “contabili”, abbiamo prodotto una ulteriore simulazione, aggiungendo alle ipotesi di non aumento dell’Iva e mancato gettito da privatizzazione, quella di una Flat-Tax al 15% con sgravi totali per 15 miliardi di euro a valere sul 2020.

In questo caso si avrebbe ovviamente un qualche impulso alla crescita, ma questa rimarrebbe comunque ben al di sotto dell’1% e si porterebbe semplicemente attorno allo 0,7-0,8% in tutto il periodo.

Il deficit pubblico però sfiorerebbe il 4% nel 2020 e si manterrebbe sopra il 3% per tutti gli anni successivi.

Il Debito pubblico andrebbe sopra il 136% del Pil nel 2021 per mantenersi al 135% nel 2022-2023.

Se si proiettano queste tendenze del quadriennio 2019-2023 nel lungo periodo si vede che, nella ipotesi di proiezione delle previsioni a legislazione vigente, il livello di Pil reale del 2007 non sarebbe mai raggiunto fin oltre il 2030. A seguito delle manovre indicate invece il recupero del Pil 2007 avverrebbe tra il 2026 ed il 2027, ammesso che non si materializzino ben prima i gravi rischi che emergono in termini di finanza pubblica.

Il tasso di disoccupazione salirebbe oltre il 12,5% nelle tendenze di lungo periodo che riproducono gli effetti della legislazione vigente, mentre scenderebbe lentamente verso l’8% oltre il 2029 restando comunque ben sopra il 6% di disoccupazione che si è avuto prima della crisi nel 2007.

Pertanto, se tutto va bene restiamo a lungo nella crisi, con il rischio che l’equilibrio di finanza pubblica esploda ben prima.

Occorre allora chiedersi tutti quale vera, forte e strutturale politica economica possa far uscire l’Italia da questo Scilla e Cariddi di crescita asfittica e rischi incombenti di squilibrio finanziario.

Sintetizziamo qui di seguito le nostre conclusioni indicando anche le linee di una proposta di politica economica che sia “quantitativamente” efficace e “qualitativamente” sostenibile, sia in termini di equilibri di finanza pubblica, si soprattutto in termini di giustizia distributiva ed equità sociale.

 

Le conclusioni sono che il Paese – a legislazione vigente con aumento dell’IVA – si trova «Scilla e Cariddi»:

Scilla è rappresentata da crescita zero per tre anni, disoccupazione in aumento e finanza pubblica precaria (deficit al 2,5% e debito al 134%);

Cariddi è invece rappresentata dal non aumento dell’IVA, mancanza di entrate derivanti dalle privatizzazioni e Flat-Tax per 15 miliardi di euro, con crescita a 0,7-08%, disoccupazione sotto il 10% dopo il 2022, ma finanza pubblica fuori controllo (con il deficit ben sopra il 3% per quattro anni e debito al 136%).

 

Per superare lo «stretto» occorrerebbe quindi una MANOVRA SERIA E CREDIBILE.

Premessa: tra 1% e 2% Italia campa, sopra il 2,5 Italia prospera, sotto l’1% Italia crepa.

 

Ecco la quantità della manovra per sostenere la crescita:

con zero virgola qualcosa non si va da nessuna parte, poiché occorre il 4-5% del Pil, cioè 80-100 miliardi di euro, con sostenibilità economico-finanziaria e sostenibilità sociale e redistributiva.

 

Qualità della manovra: se fatta con aumento di deficit e di debito la spinta è un fuoco di paglia che si autodistrugge in pochi mesi (come i nastri di Mission Impossible) perché salta il banco.

Occorre quindi riqualificare la spesa e redistribuire il gettito fiscale a parità di deficit e di debito.

La vera politica economica è quella che “sposta” le risorse e gli impieghi dentro 50 miliardi di ruberie della spesa e 100 miliardi di evasione.

 

La proposta per settembre: 60 miliardi di abbattimento del cuneo fiscale; 40 miliardi a lavoratori e famiglie con Irpef a tre aliquote con revisione tax expenditure, 20 miliardi alle imprese con azzeramento Irap e tagli di fondi perduti;

20 miliardi di maggiori investimenti pubblici con 20 miliardi di tagli a sprechi e ruberie nella spesa corrente.

 

                                                                                                                                                                Mario Baldassarri

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